.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


9 giugno 2011

A PROPOSITO DI MILANO (E DINTORNI)

Grazie. E purtroppo, alla prossima

Cari amici,
voglio usare la cartolina di oggi per ringraziare chi ha firmato l'appello perché le minacce e le pressioni politiche degli estremisti non impedissero l'esposizione di Israele in Piazza Duomo a Milano. Abbiamo raggiunto un migliaio di firme e questo è un grande risultato, perché si è trattato di un'iniziativa spontanea, senza nessuna organizzazione alle spalle, nata dall'indignazione di Alessandro Schwed subito raccolta da me e da alcuni altri amici. Devo dire che l'arco delle adesioni è stato molto largo, trasversale rispetto alle appartenenze politiche. Questo fa piacere, mostra che il veleno dell'antisemitismo ha i suoi anticorpi nella società italiana. Ed è stato anche grazie a questo schieramento che non si è realizzato il disegno di quei nazistelli di destra e di sinistra, italiani ed arabi, di ricattare un sindaco neo-eletto anche grazie ai loro voti, che nella circostanza non si è dimostrato certamente particolarmente deciso a contrastarli, ma alla fine ha rispettato gli impegni presi dall'amministrazione. Speriamo (senza crederci troppo) che i nazistelli rispettino la decisione delle autorità legittime. Grazie dunque a tutti. Dato che la libertà è indivisibile, prendere posizione per la libertà di espressione di Israele fa bene alla vita civile di tutti gli italiani, è un buon segnale in questo paese così in difficoltà.
Detto questo, mi sento di aggiungere una riflessione, che propongo agli amici che hanno aderito per impegno civile verso la libertà di espressione e sul Medio Oriente hanno opinioni diverse dalle mie. Chiedo loro di riflettere: quand'è stata l'ultima volta che hanno dovuto difendere la libertà di espressione nella sfera pubblica italiana di qualche soggetto individuale o collettivo? Non capita di frequente. Né capita spesso che i libri pubblicati in uno stato, perché pubblicati in quello stato, siano esclusi dalle biblioteche pubbliche. E successo la settimana scorsa in Scozia. Né che le istituzioni universitarie proibiscano gli scambi con i ricercatori di un paese, perché è quel paese. Capita in tutto il mondo, in particolare in Norvegia, in Gran Bretagna, in certe università americane. Né che si cerchi di impedire la distribuzione di cosmetici, perché di quel paese (in Francia, coi prodotti Ahavà). Né che una sfilata di gay pride, luogo di espressione di minoranze discriminate, discrimini a sua volta gli omosessuali di quel paese, perché di quel paese. E' accaduto a Madrid, nei mesi scorsi. Né che i confini di un paese siano attaccati da masse organizzate di abitanti di un altro paese (la settimana scorsa, al confine con la Siria). Né che i suoi abitanti siano soggetti allo stillicidio quotidiano dei razzi, degli attentati, della necessità di procedure di sicurezza ossessive. Naturalmente gli amici sanno che questo paese continuamente esposto a discriminazione, umiliazione e a molte più serie minacce di distruzione è Israele.
Li prego però infine di passare davanti a qualche istituzione religiosa di questo nostro paese. Se vedranno un servizio di protezione di polizia, notte e giorno, potranno essere sicuri che si tratta di una sinagoga o di una scuola ebraica, non di una chiesa o di una moschea o di un luogo mormone o buddista. Solo le istituzioni ebraiche, perfino le case di riposo per anziani, devono essere presidiate da militari (che qui pubblicamente ringrazio) per l'incolumità di chi le frequenta. Oltre a Israele, con Israele, è in gioco la vita degli ebrei, anche di quelli che non hanno nessuna attività politica. Il mese scorso è stato importunato a Milano su un mezzo pubblico un vecchio rabbino hassidico, di quelli che commuovono tanto nei film e a teatro, che certo non minaccia nessuno
Nel 1934, dopo l'Anschluss, i bravi borghesi austriaci di origine ebraica, religiosi o atei come Freud, furono portati dalle SS a pulire le strade della città coi loro spazzolini da denti. Uno dei tanti procedimenti di umiliazione e di svergognamento che prelusero all'annientamento nei campi. Ecco, vorrei che gli amici che magari dissentono da alcune scelte politiche del legittimo governo di Israele capissero che gli ebrei di tutto il mondo, questa volta in quanto legati a Israele e non in quanto nemici della Germania, deicidi, o savi di Sion, si sentono di nuovo spinti con la violenza a pulire le strade con gli spazzolini da denti – e sono ben decisi a opporsi a questa berlina, avendo almeno appreso questa lezione dalla storia, che compiacere i nazisti non salva la vita. Chiedo loro di pensarci, la prima volta che si troveranno a condannare "gli eccessi" dell'autodifesa israeliana a Gaza o al confine siriano. Cerchino di capire che quel che accade oggi contro Israele e gli ebrei non è un semplice conflitto politico, che si può razionalmente risolvere, ma un tentativo di negazione morale e politico, di sottrazione dei diritti, di disumanizzazione. E' la prosecuzione della Shoà con altri mezzi, un'aggressione alla vita e all'identità, un progetto genocida. Grazie se riuscirete a pensarci seriamente e a comprenderci. Avremo ancora bisogno della vostra generosità e del vostro impegno, temo.
Ugo Volli (informazione corretta)

E bene fa Ugo Volli a non credere troppo alla disponibilità dei nazistelli a rispettare le decisioni, come possiamo leggere qui e qui. Resta comunque la legittima soddisfazione di vedere tante persone ribellarsi all’odio, alla prepotenza, alle prevaricazioni, alle minacce, all’inciviltà di chi sa esprimersi solo con la violenza. Sarà bene non dimenticare che le camere a gas non sono nate dal nulla da un giorno all’altro, ma hanno semplicemente rappresentato l’ultimo gradino di una scala i cui primi gradini erano stati gli insulti per strada e le scritte sui muri, i dispettini ai compagni di scuola e le risposte sgarbate nei negozi: o si spezzano questi gradini, o la scala prosegue perché l’odio antiebraico, se non viene fermato, non si ferma da solo: non è mai successo né, temo, mai succederà. E concludo con questi commenti trovati tempo fa su youtube, in un video di Barbra Streisand:

this woman is amazing. her voice is pure. she shames todays young artists
---
insuperable!!!!!!
---
she is a godess, but WOW who wrote that song
---
She? is the best!
---
Que mas se puede decir de ella? Es la mejor cantante de todos los tiempos, y su voz perdurara siempre.
---
aly666highway
she's a jewish woman

E quando si ha un simile difetto di fabbricazione, qualunque altra dote si possieda, la condanna è inevitabile.

barbara


14 giugno 2010

COMMENTO AL COMMENTO DI ALESSANDRO SCHWED

Come detto nel post precedente, a quel pezzo così intenso, così profondo, così sofferto, non era possibile aggiungere parole estranee, per questo lo faccio ora, qui. Per ricordare che non si sta verificando una rinascita dell’antisemitismo, che non siamo di fronte a un nuovo antisemitismo: l’antisemitismo che stiamo fronteggiando è sempre quello, sempre lui. Quello che ci fa odiare gli ebrei perché hanno ammazzato Gesù Cristo e perché hanno tentato di ammazzare il profeta Muhammad; perché hanno complottato contro i musulmani e perché complottano contro i cristiani; perché sono capitalisti; perché sono comunisti; perché stanno fra di loro e non si mescolano con nessun altro popolo; perché si mescolano agli altri popoli e tentano di assimilarsi e confondersi; perché non hanno uno stato; perché hanno uno stato; perché non si decidono ad andarsene in Palestina; perché sono andati in Palestina; perché sono vigliacchi imbelli che non sanno combattere; perché si sono dimenticati di quando erano simpaticamente imbelli e hanno imparato a combattere. Si tratta di ignoranza, dice qualcuno. Non è vero: si tratta di odio. Troviamo antisemiti fra gli operai, fra gli impiegati, fra i medici, fra gli insegnanti. Ci sono cattedre universitarie occupate da gente che spiega che le camere a gas non sono mai esistite, che le hanno inventate gli infami giudei per giustificare poi ogni loro nefandezza, ogni loro crimine. E troviamo, non sorprendentemente, l’intero mondo politico, l’intero mondo della cosiddetta informazione, l’intero mondo accademico, l’intera – o quasi – opinione pubblica mondiale ad applaudire questi campioni della pace che intimano “Go back to Auschwitz”. Certo, non tutti sono così rozzi: ci sono anche persone decisamente più raffinate, come la signora Helen Thomas, che preferisce il giro lungo, le triangolazioni: se ne vadano prima in Germania e in Polonia, che poi ci penseranno loro a rispedirli ad Auschwitz: perché mai sporcarsi le mani, se c’è chi può fare il lavoro sporco per noi? (E anche a questa signora è stata indirizzata una bellissima risposta, da Yoram Dori, che merita di essere letta, qui).
Ecco, queste sono le cose che avevo da dire in coda al gioiello di Alessandro Schwed. Niente di particolarmente originale, niente di straordinariamente profondo, ma forse a qualcuno chissà, daranno motivo di fermarsi due secondi a riflettere.

barbara


13 giugno 2010

QUANDO L’OBIETTIVO È LA PACE

Ho conservato questo bellissimo articolo scritto qualche giorno fa da Alessandro Schwed, che mi sembra il miglior commento all’imperativo categorico uscito dalla nave dei pacifisti, ossia coloro che operano per la pace.

"Tornatevene ad Auschwitz"

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante. È la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? È in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale. E infatti è ora, in questo mandato di Obama, lungo questo fragile sforzo di dialogo con Teheran e con la Siria, che Israele e gli ebrei cominciano a sentire un’altra volta la loro millenaria solitudine, e circola quella frase fatta che “gli ebrei, con la scusa della Shoah, se ne stanno approfittando”, per poi aggiungere: “… Eccetera, eccetera…”. “Eccetera”: perché nessuno sa completare le calunnie sugli ebrei – calunnia, altra parola ebraica che corrisponde al nome dell’antico calunniatore, contraddittore, oppositore. È dunque di poche decine di ore fa la notizia che non sfonda. Quando l’altoparlante israeliano ha scandito il protocollo dell’alt alla nave Marmara, una voce sarcastica ha risposto: “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz. Parole in inglese, come sul set di un film internazionale destinato al mondo. Quella voce avrebbe potuto rispondere in arabo, in turco, gli israeliani avrebbero capito. Ma si trattava di un programma televisivo destinato all’intero pianeta, “Go back to Auschwitz”, e la frase è stata detta in inglese. Niente è casuale in quella notte, sul mare davanti a Gaza. Ogni particolare è frutto della volontà meticolosa di costruire una trappola per Israele e trasmetterne il film come una maledizione che giunga ovunque. Anche fra gli alieni, se esistono. Spirito della moderna sapienza il cui vertice nichilista e antisemita è Goebbels. Il jihad vi primeggia dal kolossal delle Due Torri, alla fiction dei cadaveri di Beirut spostati da un palazzo in macerie all’altro ed esposti davanti alle telecamere, al grandissimo successo di botteghino di “Go back to Auschwitz”. Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici. Nel caso della flottiglia della pace, gli ebrei, accusati da anni di nazismo a Gaza e in tutto il medio oriente, sono allo stesso tempo invitati a ritornare ad Auschwitz, intanto che sulla nave i “pacifisti” linciano i soldati. L’audio di “Go back to Auschwitz” è emerso pochi giorni dopo che l’universale condanna a Gerusalemme si era distesa sul mondo come un’immensa coperta mediatica, da polo a polo. Ma “Go back to Auschwitz” non è divenuto informazione per far sapere chi fossero in realtà i pacifisti della Marmara. “Go back to Auschwitz” è come un documento-audio senza volume, o meglio ha un volume che riescono a sentire gli ebrei e le persone di buona volontà: da una parte la frase “Go back to Auschwitz” non ha la forza di essere sentita nella sua mostruosa evidenza antiumana, e così risalire la china dello scoop di Israele stragista; dall’altra quella stessa frase pesca silenziosamente nella palude del mondo, dove si nasconde, voluttuoso, il desiderio della fine ebraica. “Go back to Auschwitz” è uno spot genocida sparato col silenziatore. Pubblicità nazista che si fa largo con tatto paradossale in mezzo a un consenso che non ne parla ma lo lascia diffondere, vendendo a Eurabia l’arrivo di una seconda possibile Shoah. “Stiamo tornando – recita in modo subliminale lo spot – e abbiamo la soluzione – finale”. Il punto non è che i media non hanno rivelato l’approccio nazi-islamico in puro stile Ahmadinejad, e neanche che dopo l’indiscriminata levata di scudi contro Israele a niente sono valse le foto e i video nella rete dove si vedono i soldati israeliani che si calano con una corda, linciati con sbarre e bastoni, chiusi in una cella, i denti rotti e buttati fuori bordo – e si capisce la violenza debordante della reazione militare. Il punto è che i media sono stati entusiasticamente favorevoli a gridare alla strage degli innocenti, che è così ebraica, e se tale effetto virtuale si vanificasse, sarebbe una delusione come un gol della vittoria bellissimo in moviola e poi annullato per fuorigioco. In ogni caso, impressiona come nel mondo dell’immagine la parola torni a essere potente ogni volta che accanto a “morte” si scrive “esercito israeliano”. La morte è scandalo indigeribile, e ancor meno digeribile è la morte di uomini raccontati come inermi pacifisti. Ma che ghiottoneria è la morte procurata da un esercito di ebrei – ha scritto il Tizio della Sera su Moked, portale delle Comunità ebraiche italiane. Nessun network si è sentito di sciupare lo scoop antiebraico, dando importanza al fatto che i “pacifisti” non fossero affatto inermi, ma tutta gente addestrata. Martiri che da tempo si preparavano; genieri della provocazione, all’opera per una gigantesca trappola da lanciare fra le gambe degli israeliani. I quali da anni perdono tutte le grandi battaglie mediatiche per l’oggettivo pregiudizio che opera nei loro confronti di ebrei vivi; ben altra cosa, rispetto ai sei milioni di ebrei morti, plasmabili facilmente dall’ipocrisia di chi a loro è interessato solamente come elemento tattico-ideologico, variante della guerra antifascista. E di fatti, c’è quel mondo “antifascista” che spende i 27 di gennaio non parlando della Shoah, ma della guerra partigiana di cui sarebbe logico e onorevole parlare il 25 aprile. E ora che vengono fuori le notizie su chi fossero gli eroi della nave turca che il mondo ha cantato per dodici ore, anche se adesso la canzone si è strozzata in gola; ora che circolano silenziosi dubbi su chi fossero davvero i pacifisti, se fossero pacifisti, e come si sono comportati i pacifisti – è ora che nessuno è interessato a diramare le notizie. Come se notizie autentiche sui pacifisti siano elementi antispettacolari che la tv si guarda dal diffondere perché deludenti e portatrici di depressione. Ad esempio, non ha avuto rilievo una piccola notizia del 3 giugno sul Corriere della Sera fiorentino: il 26 aprile, Mariano Mingarelli, presidente dell’associazione dell’amicizia filopalestinese, si è dimesso dall’agenzia di stampa Infopal (filo Palestina), per gli eccessi di antisemitismo di alcuni intellettuali al suo interno. In una sorta di bonaccia universale della democrazia, durante la quale tutto è inerte prima del maremoto, i media non gridano la vera e nuova identità sinistro-destra dei pacifisti italiani, tornati trionfalmente a Fiumicino come decine di Ulisse a Itaca. Invece di uno sciopero generale per lo scandalo della menzogna, c’è un silenzio generale per imbavagliare la verità: come se quanto è successo alla Coop fosse stato una mera sbadataggine. Si guardi alla semplicità disarmante, e come armata, con cui una dirigente della Cgil ha dichiarato in tv che la Cgil, il più grande sindacato italiano, è con la Palestina – dunque Hamas, il jihad, il mondo che nega la Shoah e vuole vaporizzare Israele. E a sostegno unilaterale dei pacifisti, troverete lo sdegno del Colle che aveva messo in guardia dai pericoli dell’antisionismo antisemita e poi è caduto sulla buccia di banana della disinformazia pacifista; così come è apparso sonnacchiosamente dalla parte del pacifismo turco, il Partito democratico, appisolato nella sua eterna controra. E se ciò non costituisce novità, quante volte la linea del Pd su Israele, dalla guerra in Libano alle passeggiate con Hezbollah sul corso di Beirut, è sprofondata con un oplà nel terzomondismo. Ma lo strafalcione è stato commesso, e va detto che è proprio qui e ora, nell’approccio acefalo con la flottiglia semiturca della pace, che si salda l’alleanza passiva tra sinistra e fondamentalismo, evocando i nove morti come una sorta di Fosse Ardeatine dove gli israeliani sono quelli della rappresaglia nazista. Dunque, passando davanti al ghetto: “Nazisti”. Addio Storia, patrimonio gramsciano, addio memoria di come il mondo arabo fu alleato al nazismo – asini! È in questa facilità di adesione allo hitlerismo, nell’antigiudaismo, nei pogrom arabi di sempre, nei lamenti di Maimonide per le piaghe del popolo ebraico sotto il tallone degli sceicchi, che si trova la continuità con Ahmadinejad, col negazionismo, con l’idea di un nuovo Olocausto, con il successo editoriale nel mondo arabo del libello sui sette savi di Sion. Il giorno dopo l’attacco israeliano, la sola novità possibile era che l’attacco israeliano fosse una reazione scomposta e politicamente sciagurata a una trappola preparata da un gruppo islamista con simpatie hitleriane. Ma la verità di un giorno dopo è lenta per il Pubblico all’ascolto: il Pubblico vuole le emozioni, non la verità storica. E poi, il vecchio continente soffre di un’antica incontinenza antigiudaica. Solidarizza con il nazi-islamismo: uno, ha paura dei missili di Teheran e del prezzo del petrolio; due, la scena davanti a Gaza illuminava in modo fantastico gli ebrei proprio mentre erano colpevoli. Se gli israeliani sono finiti in trappola, non sarà l’Europa a dirlo. Non succederà certo in Europa, quanto in questi giorni propongono gli studenti israeliani, che qualcuno organizzi una flottiglia di pace per Shalit; come non c’è mai stato un corteo bipartisan contro gli insediamenti e i razzi di Hezbollah sull’alta Galilea; una campagna di sinistra contro i pogrom nei paesi arabi; nessun titolo di giornale dopo il linciaggio dei due soldati israeliani, le cui interiora furono esibite dagli abitanti di un villaggio palestinese, danzando gioiosi davanti alle telecamere. Nessuna piazza della sinistra europea è stata piena per i morti di kamikaze di Haifa e Gerusalemme; nessun lenzuolo è stato steso alla finestra per le quotidiane aggressioni subite dagli ebrei francesi, in fuga da quella nazione nel più esteso disinteresse europeo; nessuna fiaccolata bertinottiana ha mai sfilato contro le liste di proscrizione antiebraica stilate nelle università d’Europa; nessuna guerriglia si è mai accesa sotto l’ambasciata di Teheran, per il negazionismo della Shoah e la volontà di cancellare Israele dalla geografia; nessun grido è stato sentito contro le limitazioni delle libertà religiose in medio oriente – perché la religione è l’oppio dei popoli; nessun dibattito è stato lanciato contro il revisionismo della storia israeliana, ridotta a cartone animato per analfabeti. Per tutto questo, mai sdegno. L’improvvido plauso della folla dei marciatori di Assisi con quelli che dicono “Go back to Auschwitz” è un maggio parigino alla rovescia, un cupo inverno perenne; è rivelare che allora la Resistenza fu antifascista e non amorosamente filoebraica; che tutti furono intorno a Primo Levi ma non con Primo Levi; che la pace è una bandiera egualitaria dove tutti, ma tutti, possono insultare gli ebrei e auspicare che tornino ad Auschwitz. La novità autentica di questo capovolgimento della realtà è che 65 anni dopo la liberazione di Auschwitz, quando gli esterrefatti soldati sovietici si trovarono davanti al più grande mattatoio della Storia, gli eredi politici dell’Ottobre, che proprio contro il nazismo ha speso decine di milioni di morti, ora stanno licenziosamente con chi dice la cinica battuta da western di second’ordine “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz – per il comunismo e la libertà. Sotto la sfacciata luce del Male, da Londra a Roma una sinistra pacifista si fa comandare come un povero ciuco. Domani, potrebbe gridare di ricondurre il popolo ebraico ad Auschwitz e che ognuno di noi rechi al collo il cartello “Nazista”, con la esse della svastica. Il punto è come sia potuto avvenire tale allucinato capovolgimento della realtà. Di sicuro, sappiamo che la sinistra adesso è destra razzista, e che in greco capovolgimento si dice katastrophè.

Avevo in mente un paio di cose da aggiungere, ma dopo averlo riletto mi sono resa conto che non posso: anche una sola parola aggiunta rischierebbe di sporcare questo purissimo cristallo.

barbara


23 aprile 2010

HO TROVATO UN GEMELLO AL TIZIO DELLA SERA

I miei archivi hanno decine di cassetti ordinatissimi. E poi hanno alcuni sgabuzzini in cui il caos regna sovrano. Perché le cose che mi arrivano sono talmente tante che non sempre ho il tempo di leggerle. E così le metto negli sgabuzzini e lì rimangono a volte per giorni, a volte per settimane, a volte per mesi. A volte per anni. Ma prima o poi riemergono. Così è accaduto che questa notte ho ripescato fuori questo stupendo articolo di un po’ più di un anno fa, che si sposa meravigliosamente con il testo del Tizio della Sera che ho postato ieri. Ecco, leggetelo, apprezzatelo, godetelo e meditateci su.

Dagli anni ‘50 a Williamson, le mie otto vite ebraiche piene di crateri

Alessandro Schwed


Nei giorni di Gaza, la voce del tg insegue. La cifra dei morti è un tassametro televisivo. La guerra in Iraq era in diretta, quella di Gaza al microscopio. La gente dice: "Proprio voi, che siete scampati alle camere a gas", a proposito, ma sono esistite o no? Bisogna che si mettano d'accordo. Se gli ebrei, questo Cristo collettivo, non sono stati crocifissi a milioni e le loro ceneri sparse per tutti i cieli, chi è il Dio a cui si riferisce don Williamson: Pinocchio? Questo penso, nella traballante vita, dove ogni giorno è una panzana, e la panzana uno sputo in faccia. Sommersi da Gaza, da Williamson, dalla negazione della Shoah, da quella di Israele, dalla negazione del diritto di essere nazione che opera scelte, dal fatto che la scena su cui si sono accese le luci della riabilitazione lefevriana sia stata quella dei giorni della Memoria; e sommersi dall'accusa successiva di ossessionare il Papa per allontanare il vescovo negazionista, alla fine si vede chi sia il popolo ebraico: una minoranza lillipuziana.
Se avete una parabola, controllate la statura televisiva dei popoli: guardate se tra i network in lingua inglese, tedesca, araba, spagnola, cinese che coprono il pianeta di notizie, ci sia una tv satellitare in lingua ebraica. No. Ci sono semmai tv che appaiono americane e non lo sono: hanno il semicerchio del tavolo, le breaking news, due speaker. Sorridono. Lui giacca, lei tailleur. Dicono yes. In onda c'è Gaza e non si vede un'arma di Hamas. Sotto c'è scritto Al Jazeera. A onor del vero, se uno guarda la Cnn, la Bbc, è la stessa: bambini morti, carri armati israeliani. Come se a Gaza ci fosse una sola telecamera e le immagini fossero le stesse per tutti - ed è così. La notizia della guerra spropositata corre in discesa da un continente all'altro e quando atterra in Europa la guerra è ebraica. Poi la tv è cannibale. Ha bisogno di bambini. Hamas li offre ai buongustai europei su un piatto d'argento. L'atomica segreta di Hamas è stata realizzata da anni nei laboratori della condiscendenza mediatica. E dopo aver impattato le esternazioni negazioniste di Williamson, mi domando in che sindrome abitiamo: se in un orrendo revival; se in una nuova epoca antisemita che infiltra la Storia; se farò in tempo a vivere una vita normale.

La prima inizia a Firenze

Mi domando come io abbia potuto vivere così tante vite ebraiche. La prima inizia negli anni Cinquanta. A Firenze, la comunità scampata alla guerra è avvolta nel silenzio. Gli ebrei parlano unicamente tra loro; o tra sé, nel senso che la persona ebraica si è abituata a parlare a se stessa. Più di uno è talora senza senno, un alieno (quando ho "visto" mio padre, camminava per la casa avanti e indietro e pensava a voce alta). In quegli anni, ci sono ebrei che parlano a persone che non esistono più. C'è una donna polacca, è stata a Dachau. Ha dieci lauree, tutte con 110. Viene al Tempio e spinge una carrozzina con un bambino. Chiacchiera con il bambino, è un bambolotto, simulacro del figlio. Sì, la comunità ha vergogna di stare con gli altri. Il mondo sa che abbiamo avuto la peste e che adesso ce l'ha anche chi non c'era. Gli incontri tra noi e loro sono brevi. Poi loro si girano e tornano nei propri giorni.

La seconda vita ebraica è quella dal '59. La Pira passa tra i banchi di scuola, carezza le teste. Io penso: "Non morirò di nuovo".

La terza vita: 1966. Una mattina al liceo mi tirano monetine.

La quarta vita: 1968. Corro tra le file della sinistra, tutto bene: basta non dire "Israele". La mia vera bocca è chiusa come se non ci fosse. Sto con gli altri, siamo uguali. Ma a un concerto rock, un ragazzo con i capelli lunghi dice: "Hai visto che fanno i tuoi amici in Palestina?". Lo guardo stupito: ma come, non abbiamo gli stessi capelli lunghi?

Quinta vita ebraica. Wojtyla entra nella sinagoga di Roma. Prega con gli Ebrei e con il Rabbino Toaff. Una lunghissima pausa di distensione.

La sesta vita scatta a Milano, il 25 aprile 2006. Vengono bruciate bandiere con la stella di David, i partigiani ebrei superstiti sono coperti di sputi. "Nazisti, fascisti". Dentro, qualcosa si spezza. Durante la guerra in Libano, il titolare della Farnesina si accompagna per il corso di Beirut a un notabile Hezbollah. Hamas governa Gaza e nel giro di un'estate da milizia terrorista diventa forza democratica con cui dialogare.

Settima vita, i crateri. Con un sensibile distacco dal pontificato precedente, Benedetto XVI ripristina la preghiera di Pasqua per la conversione degli ebrei. Durante la guerra nella Striscia, un vescovo italiano dice che Gaza è un campo di concentramento. In curiosa coincidenza con i giorni della Memoria, i lefrevriani sono reintegrati nella chiesa ed esordisce la pastorale negazionista di Williamson.

La settima vita è stata piena come tutte le altre sei messe insieme. Posso morire e passare all'ottava: la massa mediatica che nella vita di ieri ha dato del nazista allo stato di Israele insorge contro Williamson e la chiesa che lo ha accolto senza riserve sostenendo che le sue sono opinioni e non hanno parte nel deposito della Fede. Se nel XXI secolo c'è una cospirazione, non è ebraica, ma nei confronti degli Ebrei; perché come l'acqua sta nei fiumi, vi scorre, ed è sempre stato così, allo stesso modo l'antisemitismo scorre placido e micidiale nel cuore d'occidente. Vorremmo sapere come sia possibile schiaffeggiare ed abbracciare gli ebrei a giorni alterni, a meno che non soggiaccia ancora l'idea profonda, e in effetti soggiace, che gli ebrei sono a disposizione.

La verità è che l'antisemitismo è la cocaina del mondo. Che nei giorni della guerra l'informazione non è di destra o di sinistra, ma un tornado antisemita. E mentre gli ebrei sono oggetto di slogan marxisti-jihadisti, così come di recrudescenze neofasciste, i collettivi universitari propongono di boicottare le istituzioni scientifiche di Israele e Storace di non finanziare il Museo della Shoah; mentre appunto si vede muro anti-israeliano dei media - spunta un nuovo personaggio comico: don Williamson, il veterinario delle anime ariane, la cui bocca ha attualmente l'onere di essere la toilette dell'universo. Immerso nella mia nuovissima ottava vita, mi chiedo come possa apparire soddisfacente la presa di distanza della chiesa verso questo anti-Cristo.

La chiesa dice: quelle di W. sono opinioni. Infatti. Ci sono opinioni che sono bestemmie contro lo Spirito. Basterebbe chinarsi su Williamson ed esaminare quale dissidio è nato appena è rientrato nella Chiesa e ha cominciato a parlare. Ciò mi ricorda il passo del Vangelo in cui Giuda si alza da tavola per andare a denunciare Gesù. II testo dice: "E subito satana entrò in lui". Arduo non pensare che tale vicenda, un vescovo rientra nella Chiesa e come prima cosa nega la Shoah nei giorni della Memoria, non finisca col fare entrare satana nella Chiesa: legittimare consensi atroci, le svastiche sulle saracinesche ebraiche, i boicottaggi, gli squadrismi, e offrire altra terra alla pulsione iraniana di distruggere l'ebraismo vivente. Poi la giostra dell'ottava vita si è messa a correre. Il network democratico che ha accusato Israele di genocidio, sdeng, è schizzato fuori dal suo cubo come un clown a molla. Ora rivendica la memoria della Shoah. I persecutori di ieri, stamattina sono amici, e stasera chissà, in un'infinita galleria di specchi.

E' questa la cantilena che dovremo sentire nei prossimi anni? Siete razza guerriera, no siete vittime universali, deicidi il venerdì e Fratelli Maggiori il sabato; iperbole e dura cervice, declassamento ed elevazione. Sarà bene dimenticare i violinisti che volano sui tetti, i saggi che sentano i cinque livelli della Torah. Il terrorismo e la democrazia anestetica ci impongono come pelle una materia elastica sino a perdere la forma originale e passare senza sosta da segmento a punto, e a segmento e a punto.

Non più Uomini d'Aria, Ma di gomma.

Alessandro Schwed - Il Foglio 4/2/2009

Ve lo lascio così. Non aggiungo niente perché niente vi è da aggiungere: è perfetto, non una parola di troppo, non una parola di meno.

barbara


23 novembre 2008

LA SCOMPARSA DI ISRAELE

Primo capitolo del libro di Alessandro Schwed

Caro babbo, come stai? È sera, siedo a un tavolino pieghevole, in una piccola tenda delle Nazioni Unite. Ti scrivo da Israele vuota. Non sono qui per i giornali, sai, ho smesso. Sono qui per conto mio. Mi hanno dato un passaggio gli amici della base Onu di Cipro. Sto dando un'ultima occhiata, ieri Gerusalemme, adesso Haifa. La realtà è un'incrostazione illeggibile. Trentasette anni dopo la Decisione, c'è più esistenza sotto una tenda provvisoria, e nella mia borsa appoggiata sulla branda, con scritto nome, cognome e via Giotto. Adesso mi trovo sotto al Carmelo, a trenta metri dal mare. La scorta ha deciso di attendarsi qui perché le spiagge sono gli unici posti indenni dal degrado che si avvia a diventare una mutazione. Lo so che non è possibile spedire questa lettera perché tu non ci sei più, ma che vuoi dire, anche Israele non c'è più, eppure sono in Israele. E così, ho pensato che se ti avessi mandato una lettera, ti sarebbe arrivata. Io ormai ho ottantasei anni, ed è l'ultima volta che vengo qui. Troppa avventura, e i ricordi mi stancano. E ne ho di ricordi. Sono un giornalista che ha passato quasi un terzo della vita a scrivere reportage da un mondo senza persone. Vedi, devi sapere che quando sei morto pensavo molto a questo fatto assurdo: che la natura ti avrebbe divorato. Ma non avrei mai pensato che la natura si sarebbe divorata Israele. Invece sta divorando tutto, a parte la sabbia che è già polverizzata.
Caro babbo, scusa se ti disturbo, sottraendoti alle correnti di antimateria dalle cui onde alzi una mano e poi l'altra, e stringi le braccia al petto cilestrino e fai segno di abbracciarmi, ma ho bisogno di una mano: ti scrivo dall'antimateria del mio sconforto. Quello che provo da due giorni a girare per le città vuote, l'ho provato durante tutti i miei reportage, ma allora ero giovane, e per quanto mi rendessi conto, non mi rendevo conto. E nessuno si rendeva conto. Ho passato la vita successiva a provare a capire perché questa gente se ne sia andata, e ancora non ci sono riuscito. Né mi riesce capire come mai la scomparsa d'Israele sia stata archiviata con la stessa facilità di un necrologio che informa del decesso di un altro sconosciuto. In seguito, man mano che passava il tempo, ho visto il male in modo distinto; ho individuato così bene il suo volto, che ho cominciato ad avere paura del prossimo. E da un certo numero d'anni capisco così bene che il male è in chiunque sia un altro, che ho timore anche di me, e sto in guardia. Io, non sono che uno degli altri. Ieri mattina, quando sono arrivato a Gerusalemme con l'elicottero, ho provato il solito sbalordimento. E oggi, mentre camminavo nella boscaglia di rovi di Haifa, spiato dalle orbite vuote delle finestre, non ero certo di essere vivo.
Ti scrivo, mentre precipito ancora una volta nelle tubazioni del cuore, dentro a una visione mistica alla rovescia che nega l'esistenza della speranza. Babbo, babbino, mi hai fatto nascere in un'epoca messianica al contrario. Sono in Israele vuota e vedo realizzata la fine eterna di un inizio luminoso. È andato tutto al contrario. E tutto quello che sognava la tua generazione dopo la guerra, anche le vostre meritate realizzazioni, le normali certezze, è stato tutto, scusami babbo, ridicolizzato. Non tanto, sai, le vostre idee, le aspirazioni, quanto la vostra ingenua pretesa che la fine del nazismo sarebbe stata la fine del male. C'erano tutti quei 'Mai più'. Che l'inferno non sarebbe mai più apparso, che mai più il mondo avrebbe governato con indifferenza. Le nazioni si sarebbero sedute a uno stesso tavolo e avrebbero parlato tutti i giorni. Adesso, mi mancano tutte le certezze e la mia voce mi annoia. All'improvviso, mi manchi tu e vorrei sentire la tua di voce. E questa è la mia vecchiaia. Volere il padre nell'età in cui sono nonno. Stasera l'elicottero delle Nazioni Unite mi porta a Tel Aviv, e sarà come stamattina a Haifa e ieri sera a Gerusalemme dove l'unica cosa che sta in piedi, è il Muro del Pianto. Regge come se niente fosse. Lo vedi e pensi che allora è in corso una questione tra Dio e il mondo. La vita è passata in un lampo e mi ritrovo in questa continua sensazione che il tempo non esiste, ma solo, solo, una corta fragilità. Qui all'ateneo di Haifa, l'edera mastica l'aula magna dopo averle dato un morso dal pavimento al soffitto; la gradinata, i banchi marciti, tutto è stato disarcionato e sollevato in modo perenne, e appare nella foggia di un'onda immane che non si decide a ricadere. La scritta sulla lunga lavagna sulla parete di fondo è ancora comprensibile. Si tratta della frase con cui inizia il De Bello Gallico, ma non è finita: "Gallia est omnis...". Manca il resto. È come se tutti fossero spariti all'improvviso. La scritta è coperta da una pioggia di piccolissimi escrementi bianchi. Una notte, i pipistrelli, che stanno a decine avvitati al soffitto, se ne andranno, e rimarrà il verde che copre l'ateneo come un cappotto malato. E poi ieri, a Gerusalemme. Nel pomeriggio ero al piccolo tempio ashkenazita tra la fine di King George st. e una via di cui non ricordo il nome. C'era la jungla. Ho fatto fermare la jeep e sono sceso a guardare. Nella parte posteriore del tempio, una piovra di innumerevoli arbusti ha sventrato il giardino. Ha divelto e rovesciato la vasca dei pesci, ha innalzato a quindici metri lo scivolo rosso dei bambini in Israele la plastica ha dimostrato di essere immortale ha infranto la finestra vicino alla porta del custode, ed è entrata in sinagoga. Quando sono passato dalla porta scardinata sul davanti, ho visto una potenza selvaggia e indifferente.
Gli arbusti avevano diviso in due parti astruse l'armadio vuoto dei Rotoli portati via nel giorno dell'addio ed erano saliti per le scale come se avessero proprio pensato di salire, ed erano penetrati fin su al matroneo come per la volontà oscena di violare ancora qualcosa. Ieri, la loro marcia si era fermata davanti alla grata attraverso cui le donne, non viste, guardavano dabbasso ma si capisce bene che adesso la marcia degli arbusti punti alla piccola cupola, tanto per stritolarla. Tra i posti delle donne, sopra un sedile, c'era un libro di preghiere aperto. Sulla seconda pagina c'era scritto a penna Ester Goldmayer. La carta delle pagine era così dura e affilata che mi sono tagliato. Il libro, l'ho lasciato lì. Qualcosa deve restare a stemperare la pazzia. Ti posso dire che da nessuna parte ho visto gli scarafaggi. Forse li mangiano i serpenti, che a mucchi attorcigliati fanno la tana dietro le porte a vetri delle cabine telefoniche, come in inverosimili rettilari verticali. Alla masticazione di Gerusalemme, concorrono i tarli. Il loro più cospicuo lavoro è il monumentale schianto del palco dell'Auditorium, dove Horowitz suonava le polacche e le polacche smisero di essere di Chopin. E c'è la polvere sempre in volo. Arriva dal deserto di Giuda. A proposito, ho fatto la strada che lasciava Gerusalemme. Ci sono degli spacchi, ma è rimasta uguale. Continua a lasciare Gerusalemme, a scendere nella depressione del mondo. Arriva tra i sassi e trova il Mar Morto. Massada è intatta. Alla base della rocca, le striature profonde degli accampamenti romani solcano per sempre la terra.
Dunque, stanotte eravamo a Gerusalemme. La scorta aveva tirato su la tenda nel giardino della palazzina dove abitavano i primi ministri. Non era possibile dormire. Un vento caldo e forte entrava nelle diecimila grondaie spaccate, e zufolava con diecimila bocche. Ho messo la testa fuori dalla tenda. C'era un quarto di luna e una stella vicina, come nelle illustrazioni, solo che era lì. Fuori dalla tenda c'era la sentinella, dato che girano lupi. Sui tetti divenuti aiuole, i fiori del deserto si mostravano con una dolcezza insensata. Gerusalemme sembrava quel videogioco dove mostri alti come palazzi si contendono la città e la spaccano. Ma il videogioco era rotto e l'immagine era ferma sulla devastazione. Gli alieni non c'erano. Nell'aria si è messa a girare una parete volante della solita polvere che gira in tutte le città di Israele, in arrivo da intonaci, solai, dalle stanze di decine e decine di migliaia di abitazioni, e non c'era altro dalla terra al cielo. Ho steso la mia mano, poi l'ho guardata, ed era coperta di polvere rossa. Mattoni sgretolati, e ogni particolare è come la scena di una profezia che nasce da un'altra profezia. E ogni supermercato, casa, residuo di orologiaio, di merceria, rovina di ospedale, di scuola, di cinema, si unisce alla stratosferica Pompei di una nazione. L'eruzione di un vulcano invisibile la cui lava raggiunge tutte le terre, e le svuota mentre non ce ne accorgiamo, e abitiamo in deserti mascherati da città, e non siamo popolazioni ma orde, e non riesco a trovare una cosa di cui rallegrarmi.
Non più di una settimana fa, ero su una spiaggia del litorale toscano. Una vicina di ombrellone, una donna anziana, si è allontanata per andare al bar a prendere un gelato. Giocavo a scacchi con sua nipote, una bambina di undici anni, si chiama Lucilla. Giocavamo su una di quelle piccole scacchiere adatte alla spiaggia perché i pezzi sono calamitati e non cadono nella sabbia. C'era anche un piccolo pubblico di tre amici di Lucilla. Due maschi di nove e undici anni, e una ragazza di sedici. Erano tutti molto coinvolti nella partita perché quest'estate gli ho insegnato a giocare, e stavamo facendo un torneo. Sono già in gamba. Ora vanno negli stabilimenti vicini, sfidano gli adulti e fanno tutti quei colpi da principiante che mi hai insegnato tu, tipo lo scacco del Saraceno e il Gambetto di Budapest. Insomma, eravamo sotto il mio ombrellone, e doveva muovere lei. Invece, smette di guardare la scacchiera, e mi fa: senti scusa, ti devo dire una cosa a nome mio e di tutti noi, vero ragazzi? Sì, rispondono loro. Ecco, mi dice Lucilla, sappiamo che tra qualche giorno te ne andrai, e ci dispiace molto per tanti motivi. Tanti, mi conferma Ezio, uno dei due maschietti, quello di nove anni. Intanto, prosegue Lucilla, sei l'unico adulto decente della spiaggia. Gli altri fanno segno di sì, che è proprio vero. Grazie. E poi ci stai insegnando a giocare a scacchi, e se parti non possiamo studiare l'uso dell'arrocco e gli attacchi con le sole pedine. Sì, e anche come si usano le torri, se uno perde la regina, conclude Ezio. Ho spiegato a tutti che non si dovevano preoccupare perché sarei tornato presto dal viaggio e sarei rimasto forse anche fino a settembre. Ah, fa Lucilla, proprio un viaggio. Vai lontano? Insomma, dico. Vado in Israele. E dove sarebbe questo posto? mi fa Lucilla. Israele? ho chiesto. Ho guardato lei, poi gli altri ragazzi. Niente, nessuna reazione. Come? faccio. Non sapete cos'è Israele? Tutti zitti. Ero convinto che mi stessero facendo uno scherzo. Ma era proprio vero. Non sapevano assolutamente che cosa fosse Israele. Sono bastati trentasette anni.

Perché il male trionfi, ha detto qualcuno, è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione. Oggi invece assistiamo addirittura all’incredibile spettacolo dei buoni impegnati anima e corpo a portare munizioni alle armi del male. E quindi non so se questo romanzo di fantasia sia davvero di fantasia e non piuttosto di analisi politica. Davvero non so.



barbara

sfoglia     maggio        luglio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA