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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


21 gennaio 2012

DISARMATI

Così, a quanto leggo, erano i quattro soldati francesi uccisi in Afghanistan: disarmati. Ora, non è che per il fatto di essere nata in aeronautica militare mi voglia spacciare per esperta di cose militari per carità ma, semplicemente con mezza briciola di buonsenso, mi domando: ma si manda in guerra la gente disarmata?! Adesso quel signore specializzato in collezioni di mogli superfighe  dice che bisogna ritirarsi, e anche quella è una possibilità, non dico mica di no, ma non sarebbe stato meglio provvedere prima dando un’arma in mano a quei poveracci? Sono stati uccisi da un uomo solo, dicono: sarebbero morti se fossero stati armati? Sarebbero anche solo stati attaccati, se fossero stati armati? Comunque, dice sempre il signore di cui sopra, per prima cosa si sospenderanno gli addestramenti. Eh già, perché dei soldati addestrati magari potrebbero anche – non sia mai! - riuscire a difendersi. E uno si chiede: ma quello lì è semplicemente un utile idiota o... ?

barbara


24 novembre 2010

DICE CIOÈ NO DICEVA INSOMMA NON SO

Dice, anzi no, diceva, che i talebani si erano ammorbiditi. O per lo meno c’era una corrente moderata. Insomma si poteva trattare. Dice, cioè no, diceva, che avevano un capo tanto ammodo, sti talebani. Dice che ci hanno fatto un sacco di conversazioni tanto simpatiche, che aveva pretese molto molto ragionevoli, il capo talebano. Sono arrivati a un passo dall’accordo, col capo talebano. Gli hanno dato una paccata di soldi, al capo talebano, per agevolare le trattative. E lui, per ricompensarli, gli ha fatto un colossale pacco. Perché lui non era mica lui. Cioè, non era un capo talebano. E non si sa neanche chi fosse. Pare che non ci sia neanche più modo di saperlo, perché è sparito, il tipo. Insomma, per dirla alla francese, gliel’ha messo nel culo dritto e rovescio. E io sono contenta, ma di un contento, ma una cosa, gente, da festeggiare a champagne. Perché quando qualcuno è talmente coglione da immaginarsi che con gli islamici si possa trattare, se lo merita tanto ma tanto ma tanto, che glielo mettano nel culo. Oh se se lo merita.



barbara


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8 novembre 2010

ODORE DI POLVERE

Vapore che si leva dai corpi nudi. Mani che si agitano con rapidi movimenti ritmici. I raggi di sole penetrano attra­verso due aperture sul soffitto conferendo a sederi, seni e cosce una luminosità pittorica. Nella stanza calda i corpi si intravedono appena, fino a che l'occhio non si abitua a questa magica luce. I volti hanno un'espressione di gran­de concentrazione. Questo non è divertimento, ma duro lavoro.
In due grandi sale, donne sdraiate, sedute o in piedi, stro­finano. Strofinano se stesse, le altre o i loro bambini. Alcu­ne sembrano uscite da un quadro di Rubens, altre sono tan­to scheletriche da avere le costole sporgenti. Con grandi guanti di canapa fatti a mano si sfregano a vicenda schiena, braccia e gambe. Grattano via dai piedi la pelle dura con la pietra pomice. Le madri strofinano le fìglie in età da marito osservandone attentamente il corpo. Non passerà molto tempo prima che queste ragazzine con un accenno di seno si trasformino in madri che allattano. Ci sono esili adole­scenti con profondi segni sulla pelle per aver messo al mon­do dei figli quando il corpo non era ancora maturo per far­lo. Quasi tutte le donne presentano ampie smagliature sul­l'addome dovute ai parti precoci e frequenti.
I bambini gridano e strillano, per la paura o per la gioia. Quelli che sono già stati strigliati e sciacquati giocano con i catini per l'acqua, altri urlano dal dolore e sgambettano come pesci che guizzano nella rete. Qui a nessuno viene messo un panno sugli occhi per evitare che il sapone, colando, li faccia bruciare. Col guanto di canapa le mam­me sfregano i sudici corpi color marrone scuro dei loro bambini fino a farli diventare di un rosso chiaro. Fare il bagno e lavarsi è una battaglia che i piccoli, nelle mani salde delle madri, hanno perso già in partenza.
Leila si strofina via rotolini di sporco e pelle morta. A forza di fregare, si toglie striscioline nere che rimangono nel guanto o cadono sul pavimento. Sono passate molte settimane dall'ultima volta che si è lavata a dovere e parecchi mesi da quando è andata allo hammam. A casa l'acqua c'è raramente e lei non vede il motivo di doversi lavare troppo spesso, tanto ci si sporca subito di nuovo.
Ma oggi è andata allo hammam con la mamma e le cugi­ne. Leila e le sue cugine, come tutte le giovani non ancora sposate, sono particolarmente vergognose e dunque sono rimaste in mutande e reggiseno. Il guanto di canapa evita queste zone, ma braccia, cosce, polpacci, schiena e collo subiscono un duro trattamento. Gocce di acqua e di sudore si mescolano sui loro volti, mentre strofinano, sfregano e grattano: tanto più forte, tanto più pulito.
[...]

Mentre si striglia e cicala con le cugine, Leila lancia a trat­ti rapide occhiate alla madre per assicurarsi che vada tut­to bene. Questa giovane di diciannove anni ha un corpo da adolescente, una via di mezzo tra quello di una ragaz­zina e quello di una donna fatta. Tutti nella famiglia Khan sono sul rotondetto, come vogliono i canoni afgani. Il grasso e l'olio che versano generosamente sulle pietanze influiscono sulla corporatura: frittelle, patate a pezzi che gocciolano grasso, carne ovina in salsa d'olio speziato. La carnagione di lei è pallida e priva di difetti, morbida come il culetto di un bambino. Il colorito del volto sfuma dal bianco al giallognolo al nero-grigio. Il tipo di vita che conduce si riflette in questa pelle da bambina, che non prende mai il sole, e nelle mani ruvide e consunte da vec­chia. Per molto tempo Leila si era sentita debole e mala­ticcia, poi si era finalmente decisa ad andare dal medico. Le aveva detto che necessitava di sole, vitamina D.
Alquanto paradossalmente, Kabul è una delle città più
soleggiate al mondo. Posta a 1800 metri di altezza sul livello del mare, quasi tutti i giorni dell'anno vi splende il sole: spacca la brulla terra, desertifica quelli che un tem­po erano stati fertili giardini e brucia la pelle dei bambini. Ma Leila il sole non lo vede. Là sotto, nell'appartamento a piano terra di Mikrorayan, non splende mai, e nemme­no dietro al burka. Non un solo, piccolo raggio salutare riesce a penetrare attraverso le maglie della griglia. Sola­mente quando va a trovare la sorella maggiore Mariam, che ha un cortile sul retro della sua casa in campagna, lascia che il sole le scaldi la pelle. Di rado, però, le capita di avere tempo per andarci.
Leila è quella che in famiglia si alza per prima e si corica per ultima. Con sottili rametti accende il fuoco nel for­no del soggiorno, mentre quelli che ci dormono russano ancora, poi accende quello del bagno e fa bollire l'acqua per cucinare, fare il bucato e lavare le stoviglie. È ancora buio quando riempie di acqua bottiglie, paioli e vasi. La corrente elettrica non c'è mai a quest'ora, così Leila si è dovuta abituare a muoversi nell'oscurità andando a tasto­ni. Di tanto in tanto si porta dietro una piccola lampada. Poi prepara il tè: dev'essere tassativamente pronto alle sei e mezzo, l'ora in cui gli uomini della casa si svegliano, altrimenti sono guai. Quando usa l'acqua di una brocca, Leila torna subito a riempirla. Fino a che ne arriva, è meglio approfittarne: non si può mai sapere quando ne interromperanno l'erogazione, a volte capita dopo un'o­ra, a volte dopo due.
[...]
Sbattere di porte e colpi sulle pareti. È come se nelle poche camere, nel corridoio e nella stanza da bagno fosse in corso una guerra. I figli di Sultan litigano, strillano e piangono. Sultan se ne sta quasi sempre per conto proprio, a bere il tè e fare colazione in compagnia della seconda moglie. Sonya si occupa di lui, Leila di tutto il resto. Riempie di acqua i catini, tira fuori i vestiti, versa il tè, frigge le uova, va a prendere il pane, pulisce le scarpe. I cinque uomini di casa devono andare al lavoro.
Con grande riluttanza, aiuta i suoi tre nipoti - Mansur, Eqbal e Aimal - a prepararsi per uscire. Da loro non ci si deve aspettare mai un grazie, mai un piccolo aiuto. "Ragazzacci maleducati", sibila Leila tra sé quando i tre, di pochi anni più giovani di lei, le ordinano di fare questo e quello.
"Non c'è latte? Ti avevo detto di comprarlo!" inveisce Mansur aggiungendo: "Parassita che non sei altro!" E se lei brontola, lui ha sempre pronta la stessa micidiale risposta: "Sta' zitta, donna!" Non si fa scrupoli ad alzare le mani e colpirla sullo stomaco o sulla schiena. "Questa non è casa tua, è casa mia! " le dice con voce dura. Nem­meno Leila la sente come la propria casa, ma come quella di Sultan, dei suoi figli e della sua seconda moglie. Lei, Bulbula, Bibi Gul e Yunus sentono tutti di non essere i benvenuti nella famiglia. Ma andarsene non è certo un'al­ternativa possibile: dividere una famiglia è uno scandalo. Oltretutto sono dei buoni servitori, Leila almeno lo è di sicuro.
[...]
Dopo il caos mattutino, quando Sultan e i suoi figli sono usciti, la ragazza può finalmente tirare un sospiro di sollievo, bere il tè e fare colazione. Poi ci sono da pulire le camere, la prima volta nell'arco della giornata. La ragazza procede china, con uno scopettino di paglia in mano, e spazza, spazza, spazza spostandosi di stanza in stanza. La maggior parte della polvere si solleva, svolazza qua e là e si posa di nuovo sul pavimento alle sue spalle. L'odore di polvere non lascia mai l'appartamento. Della polvere Leila non si libererà mai, si è posata sui suoi movimenti, sul suo corpo, sui suoi pensieri. Ma briciole di pane, residui di carta e rifiuti riesce a raccoglierli. Spaz­za le stanze diverse volte al giorno: dato che tutto lì si svolge sul pavimento, si sporca rapidamente.
È questa polvere di sporcizia che ora sta cercando di strofinare via dal suo corpo, è questa che si toglie di dos­so fregando e formando spessi rotolini. È la polvere che si incolla alla sua vita.
"Pensate se avessi una casa da spazzare solo una volta al giorno, una casa che si mantiene pulita per un'intera giornata, in modo da non essere costretta a scopare di nuovo prima della mattina successiva", dice Leila sospi­rando alle sue cugine. Loro annuiscono: in quanto ragaz­ze più giovani della famiglia, vivono anche loro la sua stessa vita.
Leila ha portato con sé alcuni capi di biancheria intima che vuole lavare nello hammam. Di solito il bucato lo fa su una panchetta accanto alla latrina del bagno, nella stanza semibuia. Si prepara diversi catini: uno con il sapo­ne, uno senza, uno per i capi colorati, uno per quelli chia­ri. In queste bacinelle lava lenzuola, tappeti, asciugamani e vestiti di tutti i membri della famiglia. Li strofina e li torce, poi li mette ad asciugare, compito arduo, soprat­tutto in inverno. Sono state tese delle corde davanti alle palazzine, ma capita spesso che qualcuno rubi i panni stesi, perciò Leila lì non ce li vuole lasciare, a meno che qual­cuno dei bambini non sia disposto a tenerli d'occhio fino a che non sono asciutti. In alternativa li appende stretti uno all'altro sui fili tesi sul piccolo balcone. Su questo ter­razzino di appena un paio di metri quadrati ci sono gene­ri alimentari e cianfrusaglie, una cassa di patate, un cesto di cipolle, uno di aglio, un grosso sacco di riso, cartoni, scarpe vecchie, alcuni stracci e altri oggetti che nessuno ha il coraggio di buttare via perché forse un giorno potrebbero servire a qualcuno.
A casa Leila indossa vecchi maglioni pelosi e con le frange, camicie tutte macchiate e gonne che strisciano per terra e raccolgono lo sporco che lei non è riuscita a spaz­zare via. Ai piedi porta logori sandali in plastica e sul capo un piccolo foulard. L'unica cosa che dà un po' di luce sono i grandi orecchini dorati e i lucidi braccialetti.
[...]
L'acqua inizia a raffreddarsi. I bambini che ancora non sono stati completamente lavati strillano più forte che mai. Presto non rimarrà che acqua fredda nello hammam fino a poco prima pieno di vapore. Le donne lasciano il bagno e a mano a mano che se ne vanno lo sporco diven­ta visibile. Negli angoli ci sono gusci d'uovo e mele mar­ce. Sul pavimento sono rimaste strisce di sporcizia: nello hammam le donne portano gli stessi sandali di plastica che usano sui sentieri di campagna, nei bagni all'aperto e nei cortili sul retro delle loro abitazioni.
Bibi Gul si trascina fuori, con Leila e le sue cugine al seguito. È il momento di rivestirsi. Nessuna ha portato un cambio, si rimettono tutte addosso gli stessi abiti con cui sono arrivate. Alla fine si adagiano il burka sui capelli appena lavati. Il burka con il suo inconfondibile odore: ognuno ne possiede uno proprio e caratteristico, dato che poca aria riesce a penetrare attraverso la stoffa. Il burka di Bibi Gul ha lo stesso lezzo che esala da lei: alito di vec­chia frammisto a fiori dolciastri e una punta di acidulo. Leila sa di sudore giovane e puzzo di cibo. A dire il vero tutti i burka della famiglia Khan sono impregnati di puz­zo di cibo, perché li tengono appesi a un chiodo davanti alla cucina. Sotto il burka e gli altri vestiti, adesso, le don­ne sono linde e profumate, ma perché il sapone verde e lo shampoo rosa abbiano la meglio si prospetta una dura battaglia. Tra breve riacquisteranno il loro odore, il burka glielo ricaccia addosso, odore di vecchia schiava, odore di giovane schiava.
Bibi Gul procede davanti a tutte, per una volta tanto sono le tre ragazze a rimanere indietro. Camminano una accanto all'altra, ridacchiando sommessamente. In una strada quasi deserta si alzano il burka sopra la testa: tanto lì in giro ci sono solo bambini e cani. Il vento fresco fa bene alla pelle ancora madida di sudore, ma non è certo aria buona. Le strade secondarie e i vicoli di Kabul puzzano di immondizia e di fogna. Un sudicio canaletto di scolo costeggia la strada di terra battuta tra le casupole in argilla. Ma le ragazze non si accorgono nemmeno del tanfo che ne fuoriesce, né della polvere che, a poco a poco, si appiccica alla pelle otturandone i pori. Si godono i raggi del sole e ridono. All'improvviso sbuca fuori un uomo in bicicletta.
"Copritevi, ragazze! Sono tutto un ardore! " grida supe­randole. Le tre si guardano e scoppiano in una risata per la sua divertente mimica facciale, ma quando pedalando ritorna verso di loro, si abbassano il burka.
"Quando il re farà ritorno, non indosserò più il burka, mai più", afferma Leila fattasi di colpo seria. "Perché allora vivremo in un Paese in pace."
"Non tornerà mai", replica la cugina, velata anche lei.
"Si dice che ritornerà questa primavera", ribatte Leila.
Fino a quel momento, comunque, è meglio andare in giro coperte, tanto più adesso che le tre ragazze sono da sole.
Completamente da sola Leila non va da nessuna parte. Non sta bene che una giovane esca senza essere accompa­gnata. Chi può sapere con certezza dove è diretta? Maga­ri ha intenzione di incontrarsi con qualcuno, magari sta andando a peccare. Nemmeno al mercato della verdura, che dista solo alcuni minuti a piedi da casa, Leila ci va da sola. Come minimo si porta dietro un bambino del vici­nato. Oppure chiede a uno di loro di svolgere per lei la commissione. "Da sola" è un concetto che non esiste per lei. Mai e in nessun posto le è capitato di stare da sola. Non è mai stata da sola nell'appartamento, non è mai andata da sola da nessuna parte, non è mai rimasta da sola in nessun posto, non ha mai dormito da sola. Ogni singola notte l'ha trascorsa sulla stuoia accanto alla madre, Leila non sa cosa significhi essere da sola, ma non le manca neanche. L'unica cosa che potrebbe desiderare è un po' più di tranquillità e un po' meno da fare.
[...]
Leila deve andare in cucina a preparare la cena. [...]
Sbuccia le cipolle e questo le fa scendere lacrime amare lungo le guance. Di lacrime vere ne piange poche: ha rimosso desideri, nostalgie e delusioni. Il profumo fresco del sapone dello hammam è svanito già da un pezzo. L'olio della padella le schizza sui capelli diffondendo un odore acre. Le ruvide mani sof­frono quando il succo di peperoncino penetra attraverso la pelle screpolata.
[...]
Verso mezzanot­
te sono tutti sdraiati sulle loro stuoie. Tutti tranne una. Leila è in cucina alla luce di una candela. Domani Sultan vuole avere cibo fatto in casa da portarsi al lavoro. Frigge un pollo nell'olio, cuoce il riso, prepara una salsa di verdure. Nel frattempo lava le stoviglie. La fiamma del­la candela le illumina il volto. Ha grandi occhiaie scure. Quando le pietanze sono cotte, toglie le pentole dai for­nelli, le avvolge in grandi panni annodandoli saldamente di modo che i coperchi non cadano quando Sultan e i suoi figli le prenderanno l'indomani. Si lava via l'olio dal­le dita e va a coricarsi con indosso gli stessi vestiti che ha portato tutto il giorno. Srotola la sua stuoia, si distende sopra una coperta e dorme fino a che, poche ore dopo, il mullah non la sveglia e inizia così una nuova giornata al suono di "Allahu akbar - Dio è grande".
Ancora una giornata con lo stesso odore e lo stesso sapore di tutte le altre. Polvere. (Il libraio di Kabul, pp.189-207)

Non aggiungo parole di commento a questa stupenda pagina. L’unica cosa che aggiungo è l’invito a leggere la cartolina di oggi dell’imprescindibile Ugo Volli notevolmente in tema (e magari, se vi avanza qualche minuto, anche l’ulteriore scambio con la sua severa bacchettatrice), e poi, imperativo categorico, vedere questo video, che in Francia è stato censurato, motivo per cui invito chiunque passi di qui a diffonderlo il più possibile.


barbara


14 settembre 2010

PER ANDARE IN PARADISO

O, più modestamente e prosaicamente, per avere qualche chance di restare vivi...

Quando i talebani invasero Kabul, nel settembre del 1996, sedici decreti furono trasmessi via etere da Radio Sharia. Una nuova epoca era iniziata.

1. Divieto del nudo femminile
È proibito ai tassisti far salire sulla propria autovettura donne che non indossano il burka. Nel caso in cui lo facciano, verranno incarcerati. Nel caso in cui donne senza burka vengano viste per la strada, si andrà a casa loro e si puniranno i loro mariti. Nel caso in cui le donne indossino abiti provocanti o che attirano l'attenzione e non siano accompagnate da parenti stretti di sesso maschile, i tassisti non potranno farle salire sulla propria autovettura.

2. Divieto della musica
Audiocassette e musica sono vietate nei negozi, negli alberghi, sui mezzi di trasporto e sui risciò. Nel caso in cui vengano scoperte audiocassette in vendita, l'esercizio in questione verrà chiuso e il proprietario incarcerato.


3. Divieto di rasarsi
Chiunque abbia la barba rasata o tagliata verrà incarcerato fino a che la barba non ricrescerà raggiungendo la lunghezza di un pugno.

4. Obbligo della preghiera
Si pregherà in momenti prestabiliti in tutti i distretti. Il momento preciso in cui recitare le preghiere verrà comunicato dal ministero per la Repressione del Vizio e la Promozione della Virtù. Quindici minuti prima della preghiera tutti i trasporti devono essere sospesi. È obbligatorio andare alla moschea per recitare le preghiere. Se dei giovani verranno visti aggirarsi nei negozi, questi saranno immediatamente incarcerati.

5. Divieto nei confronti degli uccelli domestici e delle lotte tra uccelli
Questo passatempo deve cessare. Piccioni e uccelli utilizzati in giochi e lotte verranno uccisi.

6. Eliminazione delle sostanze stupefacenti e di chi ne fa uso
Chi fa uso di sostanze stupefacenti verrà incarcerato e si indagherà per risalire alla persona che gliele ha vendute e al luogo in cui sono state acquistate. Il posto in questione verrà chiuso, il suo proprietario e l'acquirente di sostanze stupefacenti verranno incarcerati e puniti.

7. Divieto di far volare gli aquiloni
Far volare gli aquiloni ha conseguenze inutili quali le scommesse, la morte dei bambini e l'assenza dalle lezioni scolastiche. Le botteghe che vendono aquiloni verranno chiuse.

8. Divieto delle immagini
Da mezzi di trasporto, botteghe, abitazioni, alberghi e qualunque altro luogo dovranno essere rimossi illustrazioni e ritratti. I proprietari dovranno distruggere tutte le immagini. Ai mezzi di trasporto con raffigurazioni di esseri viventi sarà impedita la circolazione.

9. Divieto del gioco d'azzardo
Si scoveranno i centri in cui si gioca d'azzardo e i giocatori verranno incarcerati per un mese.

10. Divieto nei confronti delle acconciature in stile inglese e americano
Gli uomini con i capelli lunghi verranno arrestati e portati al ministero per la Repressione del Vizio e la Promozione detta Virtù ove gli saranno tagliati. Al criminale verrà addebitato il costo del barbiere.

11. Divieto del prestito a interesse, dei tassi sul cambio di valuta e delle imposte di tassazione
Queste tre tipologie di scambi pecuniari sono vietate dall'isiam. Nel caso in cui qualcuno contravvenga a tali regole, verrà incarcerato per un lungo periodo.

12. Divieto di lavare i panni lungo le sponde dei fiumi cittadini
Le donne che contravverranno a questa legge saranno prelevate con le rispettose maniere islamiche e riportate nelle loro abitazioni dove i mariti verranno severamente puniti.

13. Divieto di musica e danze in occasione di festeggiamenti nuziali
Nel caso in cui si contravvenga a tale divieto, il capofamiglia verrà incarcerato e punito.

14. Divieto di suonare tamburi e tamburelli
Nel caso in cui qualcuno venga sorpreso a suonare tamburi o tamburelli, sarà il consiglio religioso degli anziani a stabilire la punizione che si merita.

15. Divieto per i sarti di confezionare abiti da donna e prendere le misure alle donne
Nel caso in cui vengano trovate riviste di moda nella bottega di un sarto, questo verrà arrestato.

16. Divieto delle arti magiche
Tutti i libri sull'argomento verranno bruciati e gli uomini che le praticano saranno incarcerati fino a che non si dichiareranno pentiti.


Oltre a questi sedici punti venne letta anche una specifica esortazione diretta alle donne di Kabul:

Donne, non dovreste lasciare le vostre abitazioni. Nel caso in cui lo facciate, non dovreste essere come quelle donne che indossavano vestiti alla moda e si truccavano molto e facevano mostra di sé davanti a ogni uomo prima che l'Islam arrivasse nel Paese.
L'Islam è una religione salvifica e ha stabilito che alla donna si confa una dignità particolare: le donne dovranno fare in modo che non sia possibile attirare su di loro l'attenzione di uomini disonesti che le guardino con occhio malvagio. Le donne hanno la responsabilità di educare e tenere unita la propria famiglia e di provvedere al cibo e ai vestiti. Nel caso in cui una donna debba lasciare la propria abitazione, deve coprirsi come previsto dalla sharia. Nel caso in cui una donna vada vestita con abiti alla moda, decorati, attillati e attraenti per far mostra di sé, verrà maledetta dalla sharia islamica e non potrà aspettarsi di andare in paradiso. Sarà minacciata, indagata e severamente punita dalla polizia religiosa così come dagli anziani della famiglia. La polizia religiosa ha il dovere e la responsabilità di combattere queste piaghe sociali e continuerà il suo operato fino a che il male non verrà completamente estirpato.

Allahu akbar - Dio è grande.

(Il libraio di Kabul, pp.101-105)


Si noti che per questi virtuosi signori "nudo femminile" significa viso scoperto, e tanto sono virtuosi che se ne vedono uno non possono fare a meno di saltare addosso alla proprietaria del viso suddetto. Poi magari le saltano addosso anche se il viso è coperto, ma questa è un’altra storia. Forse. Si noti anche che un uomo che porti i capelli lunghi merita la qualifica di criminale, al pari di un assassino – ma non del trafficante di droga, visto che questo rientra fra gli onesti affari dei talebani, e meno che mai del pedofilo, che dei suddetti talebani è la specialità assoluta. Si noti inoltre il civile rispetto per gli animali, come si evince dai radicali provvedimenti messi in atto per impedire il barbaro costume di usarli per giochi e scommesse. Si noti infine la commovente delicatezza delle rispettose maniere islamiche con cui le svergognate sorprese a lavare i panni lungo le sponde dei fiumi anziché nelle lavatrici di cui sono riccamente dotate le loro case, verranno riaccompagnate a casa.



barbara


14 agosto 2010

IL LIBRAIO DI KABUL

Potete bruciare i miei libri, potete rendermi la vita difficile, potete anche uccidermi, ma non riuscirete mai a cancellare la storia dell’Afghanistan.

abababab

È un uomo colto, il libraio di Kabul, che per quasi un anno accoglie nella propria casa, insieme alla numerosa famiglia, la giovane giornalista norvegese Åsne Seierstad, offrendole così un’esauriente visione dall’interno dell’Afghanistan post-talebano. È colto, intelligente, aperto, liberale, ha viaggiato, visto, imparato... e tuttavia è davvero difficile provare simpatia per questo despota intransigente, per questo tiranno spietato, per questo padrone assoluto della vita delle sue mogli (una delle quali appena adolescente, e lui potrebbe esserle nonno), dei suoi figli, fratelli, nipoti, e persino della vecchia madre. E se la figlia di un uomo come questo, scolarizzata, così padrona della lingua inglese – al pari di altri familiari, del resto – da poter comunicare direttamente con la giornalista ospite senza bisogno di intermediari, non è neppure in grado di chiedersi se ami o no un certo ragazzo, tanto è assuefatta all’idea di non avere diritto a una propria opinione, quali saranno, viene da chiedersi, le condizioni di vita delle figlie di genitori analfabeti nei villaggi lontano dalle città? Se persone istruite, religiose ma non fanatiche, trovano giusto che una ragazza venga selvaggiamente frustata per essersi fermata a parlare con un ragazzo per strada, quale sarà il comportamento dei fanatici “veri”? Se il figlio di un uomo istruito, a dodici anni deve sgobbare dodici ore al giorno per fare soldi per il padre e non gli è consentito di andare a scuola, come vivranno gli altri?
Ogni volta che si legge un nuovo libro sull’Afghanistan si resta terribilmente sconvolti dalla realtà che si va scoprendo, e ogni volta, di fronte all’orrore infinito che si apre davanti ai nostri occhi (approfittare della fame di una mendicante bambina, per esempio, per scoparsela di santa ragione. E poi offrirla generosamente agli amici) viene da pensare: “Adesso ho visto proprio tutto”. Salvo essere smentiti al libro successivo.

Åsne Seierstad, Il libraio di Kabul, BUR



barbara


11 agosto 2010

IL BELLO DELL’ISLAM

Sì, lo so che queste cose le avete già lette su tutti i giornali, ma ve le voglio riproporre lo stesso, perché sono notizie belle, e le notizie belle è sempre meglio leggerle una volta in più che una in meno.

Onore dunque anche ai taliban, è da loro che ci viene la speranza in una vera giustizia

Cari amici, capisco che siate scoraggiati. Dallo stato della giustizia, voglio dire. Tante liti, tanti scandali, processi che non finiscono più, innocenti diffamati, colpevoli assolti – insomma un disastro. Per fortuna, contro ogni male ci soccorre la speranza. E per i bravi eurarabi, la speranza è la giustizia islamica: rapida, efficace, forse un tantino dura, ma certamente giusta.

Prendete per esempio l'Iran, cui tocca oggi un ruolo guida anche in questo campo. Tutti conosciamo e naturalmente ammiriamo l'efficacia con cui la giustizia islamica sta reprimendo la sovversione delle spie dell'occidente che hanno avuto la faccia tosta di chiamarsi col colore dell'Islam, verdi. Ma pochi considerano a sufficienza l'azione della giustizia islamica iraniana su altri crimini. Per esempio, l'omosessualità. E' il caso di Ebrahim Hamidi, un diciottenne che conosce lo straordinario privilegio di essere stato condannato a morte per omosessualità, senza prove, senza avvocato, avendo lui la faccia tosta di dichiararsi non gay. (http://www.jpost.com/International/Article.aspx?id=184169) Il suo avvocato Mohammed Mostafaei è stato giustamente costretto a fuggire dopo aver provocato uno scandalo internazionale sul caso di un altro cliente, Sakineh Mohammadi Ashtiani anche lei giustamente condannata a morte per adulterio; arrivato in Turchia è stato giustamente arrestato; ma quel paese che forse sta tornando all'Islam è ancora fragile e dunque l'ha rilasciato per le pressioni del diavolo americano. Fatto sta che Hamidi non ha avvocato, ha confessato di essere gay sotto tortura, ma poi ha avuto subito la faccia tosta di rimangiarsi la verità: ma si può? che lealtà è smentire una cosa che hai appena ammesso solo perché non ti torturano più? E però nel diritto iraniano c'è il principio del "sapere del giudice": se un giudice sa per conto suo che le cose stanno in una certa maniera, può decidere senza bisogno di altre prove. E naturalmente senza neppure dover rispondere all'impertinente domanda di come ha avuto personale conoscenza degli orientamenti sessuali di Hamidi. Fatto sta che l'omosessualità può essere punita con le frustate, l'impiccagione o la lapidazione (anche chi fosse vittima di stupro può essere frustato, se il giudice ritiene che abbia "provato piacere"). Chissà se a Hamidi faranno scegliere come morire?

Fra le cose belle dell'Islam c'è anche la sua internazionalità, che mostra come i suoi pregi non siano costumi tribali, ma principi universali. In un altro paese con un altro sistema politico, infatti, l'Afghanistan degli studenti islamici di teologia (questo vuol dire talebani), una donna incinta è stata pubblicamente frustata – con duecento colpi, cioè ridotta a una polpetta umana - e poi finita con tre colpi alla testa per aver commesso la terribile colpa dell'adulterio. L'aspetto interessante è che la colpevole, Bibi Sanubar, 35 anni, del distretto rurale di Qadis nella provincia occidentale di Badghis – era vedova da tempo e dunque il suo adulterio era per così dire virtuale. Così ha spiegato il capo provinciale della polizia Ghulam Mohammad Sayeedi all'agenzia France Press. (http://news.yahoo.com/s/afp/20100809/wl_sthasia_afp/afghanistanunrestwomenexecution_20100809121039) Ma la giustizia islamica ha questo di bello, che non ammette cavilli: a ogni mente lucida e fedele al diritto naturale è chiaro che la morte dell'onorato consorte dell'adultera non la esimeva dagli obblighi di fedeltà: il suo corpo era di lui per sempre, non vorremo mica ammettere che ci possano essere delle donne che fanno quel che gli pare, no? Onore dunque anche ai taliban, così simili ai giudici iraniani e a tutto l'Islam. E' da loro che ci viene la speranza in una vera giustizia, finalmente rigorosa e capace di individuare e punire efficacemente i reati più gravi.

Ugo Volli

Lo so, lo so, risparmiatevi pure la fatica, lo so da sola che l’islam non c’entra niente, che l’islam è pace amore e fantasia, che da noi succede pure di peggio, che noi abbiamo le veline mezze nude in televisione eccetera eccetera eccetera, lo so, cari, lo so. Lo so.

barbara


5 maggio 2010

IL VENTO DI KABUL

Mi piace sfogliare una vecchia guida turistica dell'Afghani­stan, perché mi racconta un Paese che io non ho conosciuto. È scritta da Nancy Hatch Dupree, una signora inglese molto famosa tra gli afghani, sposata con l'antropologo Louis Du­pree che aveva vissuto e viaggiato in lungo e in largo tra le montagne e le città afghane.
I suoi libri, insieme a quelli del marito, intorno agli anni Settanta erano il meglio che un turista in viaggio in Afghani­stan potesse trovare. Ora sono solo un'agghiacciante testimo­nianza di quello che la furia dell'uomo è riuscita a compiere.
Raccontavano di luoghi che non esistono più, dove era possibile girare in macchina, fermarsi a mangiare nei piccoli ristoranti di cittadine che oggi sentiamo nominare solo per­ché sono diventate il cuore pulsante della guerriglia e dei suoi sanguinosi attacchi. La Dupree scrive di hotel raffinati di pri­ma classe con bagni in camera e menu europei. E poi descri­ve piccoli alberghi in stile locale dove si potevano gustare de­liziosi kebab preparati con carne di agnello o eccellenti ahshak, i ravioli di pasta ripieni di carne macinata e porro, rico­perti di panna acida. A me non sono mai piaciuti, ma il mo­do in cui la Dupree ne parla fa venire voglia di assaggiarli di nuovo... magari, penso, mi sono sbagliata. Si racconta di mu­sei che custodivano tesori di arte islamica e pre-islamica, di minareti e moschee che avevano fatto da sfondo al passaggio delle carovane lungo la via della seta nel corso dei secoli. Mu­sei che sono stati saccheggiati durante le guerre e che la furia religiosa dei talebani ha poi distrutto. Si descrivono fantasti­ci bazar dove era possibile acquistare tappeti, oggetti in legno intagliato e in argento, borse in pelle, coperte e chapan, i mantelli locali con le lunghe maniche di fogge differenti che il mondo ha visto indossati dal presidente Karzai a righe blu e verdi. Si passava da una città all'altra in aereo o guidando, e le distanze di percorrenza indicate per ogni tragitto sono impensabili nell'Afghanistan di oggi. Nancy Dupree ha dedi­cato la sua vita a catalogare, preservare e far conoscere l'arte, la storia e l'archeologia dell'Afghanistan.
Nel novembre 2001, con il Paese in preda all'anarchia, leggere i suoi libri serviva a sopportare e capire meglio la de­vastazione che circondava chiunque arrivasse a Kabul o nelle altre città afghane in quel periodo. Un altro Afghanistan era quindi esistito, pensavo a tarda sera quando, leggendo quelle vecchie pagine, mi concedevo una pausa prima di addormentarmi nel sacco a pelo della fredda stanza dell'Hotel Intercontinental.

•••••••

I piedini nudi penzolavano dalle panche e toccavano il fango che invadeva tutto il cortile. Sono così belle le bambine afghane che ogni volta diventa difficile raccontare in televisione le condizioni disperate in cui vivono. I loro visi, i loro occhi verdi, i loro vestiti colorati riempiono le inquadrature e al montaggio tutto appare meno drammatico di quello che è. Ma i piedini nudi nel fango non sono finzione: sono, purtroppo, la tragica realtà.

Una giornalista onesta, che guarda con occhio non strabico, non viziato da ideologie di sorta, e descrive e racconta ciò che vede, che denuncia errori e responsabilità e colpe e crimini ovunque si trovino, senza sconti per nessuna delle parti in causa. E forse, con questo libro bellissimo e appassionato, ci aiuta a capire un po’ di più una realtà così lontana da noi, e che troppo raramente raggiunge le nostre case.

Tiziana Ferrario, Il vento di Kabul, Baldini Castoldi Dalai



barbara


26 ottobre 2009

AFGHANISTAN VISTO DA VICINO

Il mio interlocutore è un ufficiale delle Forze Armate italiane. Ha accettato di rispondere a qualche domanda a condizione che non compaia il suo nome, né alcun elemento atto a identificare lui o il suo gruppo di appartenenza.

Potresti spiegare ai lettori il motivo della necessità di nascondere ogni elemento identificativo?

Per poter ufficialmente rispondere a qualsiasi tipo di dibattito di una certa natura (sia pure online), bisogna essere autorizzati dalle Superiori Autorità.

Tu hai partecipato a diverse missioni all'estero: ci puoi dire dove sei stato?
Bosnia, Kosovo e Afghanistan.

Fra tutte queste esperienze, qual è quella che ti ha maggiormente segnato?
Sicuramente quella in Afghanistan, per impegno, teatro operativo, cultura e svariati altri motivi.

Quando ci sei stato, e per quanto tempo?
Dal settembre 2006 al marzo 2007.

Ti è consentito dire dove ti trovavi, esattamente?
Area della capitale, Kabul (Campo Invicta) e zone limitrofe.

Quali erano i compiti del tuo gruppo?
Addestrare la local police, cooperare con l'ANA (Afghan National Army), vigilare sull'intera zona di competenza, garantire la sicurezza e soprattutto attività di distribuzione aiuti umanitari a favore dei distretti di nostra competenza.

Fra le esperienze che hai vissuto, che cosa ti ha colpito di più?
Innanzitutto l'intero Paese e relativa morfologia. Si respira storia oltre che polvere. In secondo luogo i bambini, davvero tanti e molto, sempre sorridenti tra sporcizia e carenze di ogni cosa (dalla corrente elettrica all'acqua), a piedi scalzi nel fango e nella neve. Mi ha colpito l'organizzazione sociale dei distretti, la tribalità, l'autorità nelle mani dei più anziani ed il rispetto oltre che l'orgoglio; mi ha colpito l'ospitalità, il the nei bicchieri sporchi; mi ha colpito l'ambiguità di chi ti sorride dicendoti salam alaikum e poi ti fa saltare in aria.

C'è qualcosa, in particolare, che hai voglia di raccontare?
Nulla in particolare, solo l'orgoglio di aver fatto la missione assieme a colleghi preparati, motivati e consapevoli. La coscienza di aver fatto del bene è grande. Bisognerebbe che si desse più eco e spazio a quello che facciamo fuori dal nostro Paese.
Approfitto per dire che la situazione (ad oggi) non è poi molto differente dalla attuale. È un teatro ad elevato profilo di rischio e, purtroppo, ne abbiamo avuto l'ennesima riprova con gli attacchi del 17 settembre.
La popolazione locale soffre, patisce, c'è disinformazione e manipolazione da parte dei vecchi "Signori della guerra", ricchi feudatari che controllano vaste zone del territorio ed hanno influenza sui piccoli villaggi dove si vive davvero di stenti.
Un Governo (quello attuale di Karzai) non riesce a far fronte alle numerose problematiche poiché ci sono troppi gap da colmare, tra cui quello della presenza/assenza di GOs e relativi impegni in termini di tutela dei diritti fondamentali.
Sono consapevole per esperienza personale del grande impegno della NATO ed i relativi sforzi, ma da soli non si fa nulla.

Domanda d'obbligo, visti gli ultimi avvenimenti: missione di pace o missione di guerra?
La considero guerra al terrorismo attraverso anche attività di cooperazione civile e militare. Là dove c'è bisogno di combattere, c'è sicuramente necessità di acquisire il consenso della popolazione attraverso forme concrete di opere.

Ritieni che la copertura dei mass media sulle nostre missioni all'estero sia carente? O non corretta? C'è qualcosa che vorresti aggiungere o rettificare rispetto a quello che si legge?
Purtroppo la grande eco mediatica si avverte solo dopo eventi molto negativi. Posso solo dire che in termini di sforzi comunicativi la Forza Armata sta facendo grandi passi avanti e che gli addetti ai lavori stanno comprendendone l'importanza. Siamo una risorsa per il nostro Paese.

Puoi dirci qualcosa sulla condizione femminile, per ciò che hai potuto constatare tu con i tuoi occhi?
Non dico nulla di più rispetto a quanto sappiamo, vediamo, leggiamo sul web o sui giornali. La condizione femminile è disastrosa in termini di considerazione. C'è da dire però che la donna afghana sta dimostrando forte volontà di emergere dal solito torpore e sottomissione. È compito della comunità internazionale intervenire in materia di diritti civili per migliorarne la condizione, ed evitare che giovani fanciulle con il foulard in testa che sorridono felici andando a scuola diventino poi passi sconnessi dietro al buio di un burka.

Ritieni che ci siano stati errori nella conduzione, in generale, delle operazioni in Afghanistan? Provo a chiedertelo, anche se non so se puoi rispondere, visto che si entra nello specifico delle strategie sia politiche che militari.
Non posso rispondere.

Hai avuto l'occasione di "scontrarti" con il terrorismo, o di vederlo direttamente in azione?
Il terrorismo è velato e subdolo, lo avverti, lo palpi, fai di tutto per prevenire azioni ostili grazie ad una solida preparazione. Si è consapevoli di ciò a cui si va incontro, e così anche io, così come tanti miei colleghi, ci siamo fronteggiati con questo nemico.

Che cosa provi, e come reagisci quando senti invocare "dieci, cento, mille Nassiriya"?

Credo che sia una delle innumerevoli forme di ignoranza e bassa cultura che affligge il nostro caro Paese. Chiediamo a queste persone cosa vuol dire amor Patrio, Stato di Diritto (Locke, Hobbes), oppure chiediamogli se conoscono la storia o il Diritto Internazionale.

So che da ogni missione ritorni con un nuovo tatuaggio: è un caso o c'è la precisa volontà di portarti a casa un ricordo della missione tangibilmente impresso nel tuo corpo?
È quasi un rito.

Dall'Afghanistan che tatuaggio hai portato?

Dopo l'Afghanistan mi sono tatuato il nome di mia moglie e di mio figlio sul braccio destro. Me l'ero ripromesso.

E infine un’ultima domanda: da medico che ha avuto modo di vedere da vicino il paziente, te la senti di azzardare una prognosi per l'Afghanistan? Quali sviluppi, quali scenari prevedi per il prossimo futuro?
Se ne parla molto sul da farsi in quella fetta di mondo. In termini politici, come già detto, bisognerebbe intervenire con opere concrete, manufatti, istruzione, pozzi ecc ... Militarmente parlando, concentrare gli sforzi dove è necessario. Da un lato dai, dall'altro elimini il cancro.

Ringrazio di cuore il mio interlocutore per il tempo che ha voluto dedicare a questa intervista e, certa di interpretare anche i sentimenti di buona parte dei frequentatori di questo blog, auguro ogni fortuna a lui, all’Afghanistan e, soprattutto, alle donne afghane, vittime, oltre che dei famigerati signori della guerra che da decenni ormai stanno devastando quella terra infelice, anche di pregiudizi etnici e religiosi che ne hanno pressoché annientato l’esistenza.

barbara


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15 aprile 2009

E LA LISTA SI ALLUNGA

Safia Amajan, politica, assassinata nel 2006.
Shikeba Shanga Amaj e Zakia Zaki, giornaliste, assassinate nel 2007.
Malalai Kakar, poliziotta, assassinata in settembre a Kandahar.
Shabana, ballerina, assassinata lo scorso gennaio.
Tutte le anonime lavoratrici che non sono giunte alla ribalta dei mass media.
Adesso è stata la volta di Sitara Achakzai, attivista per i diritti delle donne.
Non aveva vocazioni da martire, Sitara, e nella consapevolezza che se l’avessero uccisa non avrebbe comunque potuto più combattere per le donne, aveva deciso di andarsene. Aveva anche già acquistato il biglietto aereo. Mancavano solo un paio di settimane. Ma a loro non basta risolvere i “problemi”. A loro non basta liberarsi dei nemici e degli avversari. A loro non basta spianare la strada da ogni ostacolo, no: quello che loro vogliono è UCCIDERE. Quello che loro vogliono è soddisfare la loro INSAZIABILE SETE DI SANGUE. Quello che loro vogliono è CANCELLARE LA VITA DAL PIANETA TERRA. Con Sitara hanno compiuto un altro passo avanti. Ma sono certa che qualcuno verrà a predicare ancora una volta che tutte le “culture” hanno pari dignità. Che tutte le “culture” meritano rispetto. Che tutte le “culture” sono degne di considerazione. Per tutte queste buonissime persone, pacifiche sensibili e comprensive, sono pronta a iniziare una sottoscrizione per regalare loro un biglietto per Kandahar. Sola andata, beninteso. Noi cattivi, nel frattempo, dedichiamo un commosso pensiero all’ennesima grande donna macellata da quelle belve sanguinarie che osano spacciarsi per esseri umani.

barbara


10 agosto 2008

AFGHANISTAN, DOVE DIO VIENE SOLO PER PIANGERE

E se Dio è donna, dovrà piangere ancora di più in Afghanistan, dove è normale pensare che A dire il vero Dio è sempre stato buono con la madre di Shirin-Gol. Come primo figlio, nel ventre le ha deposto un maschio, così che suo marito potesse sentirsi un vero uomo e non fosse costretto a romperle i denti, dove è normale che una bambina venga cresciuta così:
- Tieni le gambe strette, le ragazze non siedono con le gambe aperte, altrimenti viene il lupo e si mangia tutto
- Stai zitta, le ragazze per bene tacciono, altrimenti entra l’uccellino in bocca e ti soffoca
- Di’ alla bambina che deve abbassare lo sguardo, altrimenti prende una brutta abitudine e da grande guarderà negli occhi uomini che non conosce
- Tieni il fazzoletto sulla fronte, indossa i veli, ritira i piedi, abbassa lo sguardo, non parlare quando i tuoi fratelli parlano, fai posto, cedi il passo …

E questo era prima: prima dei russi, prima dei mujaheddin, prima dei talebani. Dopo è diventato peggio. Molto peggio. Un peggio attraverso cui ci accompagna per mano Shirin-Gol. Un peggio fatto di guerra e bombe e missili e fughe e fame. Un peggio fatto di donne umiliate, oppresse, violentate nel corpo e nell’anima – e sempre, quando una donna subisce l’oltraggio estremo, spunta accanto a lei un’altra donna che l’abbraccia stretta, e l’accarezza, e la spoglia e la lava e la culla parlandole dolcemente perché sa esattamente che cosa sta provando quella donna, e perché questo è il modo più giusto per ripagare la donna che a sua volta, quando era toccato a lei, l’aveva abbracciata e accarezzata e spogliata e lavata e cullata … perché quasi non c’è donna, in questo mondo in cui ogni millimetro di pelle visibile è considerato diabolica provocazione, quasi non c’è donna che, per quanto racchiusa in una prigione di stoffa, non sia finita vittima della bestialità di uomini che si ritengono depositari, nei loro confronti, di ogni diritto, primo fra tutti quello di disonorarle – e di disprezzarle poi per essere state disonorate.
Ci conduce con mano ferma, Shirin-Gol, che è anche andata a scuola, quando c’erano i russi, anche se suo padre non voleva, perché lo sanno tutti che le donne che imparano a leggere e a scrivere diventano tutte puttane. Ci conduce di caduta in caduta, di orrore in orrore, fino all’inferno supremo, quello dei talebani, sotto il cui dominio regna l’arbitrio totale, e le donne devono smettere di esistere mentre loro si trastullano coi ragazzini. E in mezzo a tanto orrore, tuttavia, troviamo pagine di sublime bellezza, come questa.

Le donne si accovacciano accanto a lei e si aspettano che compia il miracolo. Osservano ogni suo movimento, ascoltano ogni suo respiro, bevono ogni singola parola che esce dalla sua bocca, eseguono tutti i suoi ordini.
Bibi-Deljan, l'anziana del villaggio, siede dietro la testa di Abine, muove in silenzio le labbra e sgrana le perle del suo rosario prima in un verso, poi nell'altro. Mani solcate da vene blu, che sembrano fiumi nelle montagne, sgranano i chicchi del rosario. Bibi-Deljan è tutta una ruga, non ha più un solo centimetro di pelle liscia. Pieghe e rughe che somigliano alle creste e alle rocce della montagna dove vive. Bibi-Deljan, la donna che sembra fatta di roccia. Eretta. Immobile. Testa di roccia. Spalle di roccia. Gambe di roccia. Braccia di roccia.
Nulla si muove in Bibi-Deljan; soltanto le labbra mute e le dita ossute, con le quali sgrana le perle del rosario, prima in una direzione e poi nell'altra. Siede lì e non stacca gli occhi da Shirin-Gol. Come se volesse tessere, fra lei e Shirin-Gol, un filo invisibile. Come se, attraverso quel filo, potesse penetrare nel suo corpo, nella sua testa, nella sua anima, nel suo sangue, nelle sue braccia, nelle sue gambe, in ogni capello. Come se, attraverso quel filo, volesse trasmettere a Shirin-Gol tutto ciò che i suoi occhi hanno visto, ogni pensiero che la sua mente ha prodotto. Come se le voci e i rumori nella piccola capanna potessero scomparire. Come se i colori potessero scomparire. Il volto della madre di Abine perde prima gli occhi, poi il naso, le orecchie; la bocca si trasforma in un buco nero. Poi anche tutti gli altri visi perdono occhi, naso, orecchie; tutte le bocche si trasformano in un buco nero. Soltanto il volto della donna di roccia continua ad avere occhi, naso, orecchie e bocca. Una bocca che mormora, muta. Tutto è tranquillo. Shirin-Gol chiude gli occhi, sente che le gira la testa. Cerca di riprendersi. Shirin-Gol perde tutte le parole, tutti i pensieri tranne uno. Soltanto un pensiero resta chiaro nella sua testa che gira vorticosamente. Non vede più occhi, non vede più orecchie, ora vede solo buchi neri, là dove, fino a un attimo prima, c'erano bocche.
"Potrei andarmene, lasciare la capanna" pensa Shirin-Gol. "Nessuno se ne accorgerebbe. Non ho il diritto di intromettermi nei piani di Dio."
«È proprio per volontà di Dio, invece, che tu sei qui ad aiutare» dice Bibi-Deljan con voce dolce e tranquilla.
La madre di Abine riacquista occhi, naso, orecchie, bocca. Le sfugge un grido soffocato, come se avesse visto un fantasma. Mette una mano sulla bocca, con l'altra artiglia le gonne. «La-elah-ha-el-allah» esclama.
«Sono due inverni e due estati che Bibi-Deljan non ha più aperto bocca. E ha ritrovato la lingua ora, mentre mia figlia muore.»
Bibi-Deljan, la muta donna di roccia, ha ritrovato la parola. La madre di Abine ha riacquistato la bocca e la voce stridente. La donna di roccia non stacca i suoi occhi da Shirin-Gol, continua a sgranare il rosario, prima in una direzione e poi nell'altra.


E sempre si fa strada, in Shirin-Gol e nelle altre donne, una parola magica: resistenza. Parlare fra donne: resistenza. Sollevare per un istante la prigione del velo per sentire il vento sul viso: resistenza. Riuscire per un momento a sorridere: resistenza. Insegnare di nascosto alle bambine a leggere e a scrivere: resistenza. Sopravvivere: resistenza, resistenza, resistenza! E allora noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo tornando a sera il cibo caldo e visi amici, dedichiamo a queste nostre infelici sorelle almeno il dono gratuito della nostra attenzione.

Siba Shakib, Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere, Piemme



barbara


8 agosto 2007

LA PRIMULA ROSA DI KABUL

Avevo già parlato di lei qui. Torno a parlarne oggi proponendo questo bell’articolo di Chiara Valentini pubblicato sull’ultimo numero dell’Espresso, perché il parlare di questa donna straordinaria e della sua eroica battaglia non sarà mai abbastanza.

Difficile a credersi, ma qualche buona notizia può arrivare perfino dall'Afghanistan dei rapimenti, dell'oppio dilagante, della protervia talebana. La notizia ha la faccia intensa e il corpo da adolescente di Malalai Joya, 29 anni appena compiuti, una voce trascinante e una fama che cresce giorno dopo giorno. Si potrebbe anche dire che è una buona notizia solo a metà, visto che Malalai è inseguita da un numero crescente di condanne da parte dei signori della guerra e dell'oppio, è costretta a cambiare casa quasi ogni notte e da poco è stata anche sospesa dalla Camera dei deputati, dove era stata eletta nelle elezioni del 2005, con un numero altissimo di preferenze. Ma è forse la prima volta che i democratici afgani, la galassia mal tollerata di gruppi giovanili, di intellettuali e di associazioni di donne in lotta contro un passato tribale, ha trovato un personaggio capace, a rischio della vita, di diventare la loro bandiera, dentro e anche fuori dai confini del Paese. Proprio le donne, per darle il voto, avevano spesso sfidato le botte di padri e mariti ed erano andate di nascosto alle urne, protette dal burqa.
È così romanzesca la breve esistenza di questa ragazza nata durante l'occupazione sovietica, cresciuta in un campo profughi pachistano e tornata nella desolata provincia di Farah, dove era nata, nel pieno della dittatura talebana, che una regista, la danese Eva Mulvad, ci ha fatto sopra un film, "I nemici della felicità", premiato al Sundance Festival 2007, la rassegna voluta da Robert Redford. È uno straordinario documento sull'Afghanistan di oggi, come "Viaggio a Kandahar" di Makmalbaf lo è stato sulla dittatura dei talebani. Nel film Malalai Joya interpreta se stessa, a cominciare dal discorso che nel 2003 l'aveva resa famosa, l'atto d'accusa ai signori della guerra all'apertura della Loya Jirga, l'assemblea costituente. «Molti di voi hanno le mani insanguinate e dovranno essere giudicati da un tribunale internazionale», aveva gridato ai mujahiddin che la guardavano sbalorditi. «Da quel giorno la mia vita ha smesso di appartenermi», dice Malalai Joya, che abbiamo incontrato al meeting sui diritti umani della Regione Toscana a San Rossore.
A battersi per i diritti dei suoi concittadini Malalai aveva cominciato fin dai banchi di scuola, quando era rifugiata in Pakistan, con un padre medico che aveva perso una gamba nella lotta contro i soldati di Mosca. Aveva continuato, poco più che adolescente, in una ong nata a Farah per insegnare leggere e a scrivere alle moltissime donne analfabete e ancora sottomesse alle regole tribali. Ma dopo il discorso alla Loya Jirga era diventata un'eroina popolare, «quasi come quell'altra Malalai che alla fine dell'800 si era tolta il burqa e aveva impugnato la spada per combattere contro gli inglesi», come scrivono le sue sostenitrici nei siti Internet che le hanno intitolato. Nella sua provincia, la più povera e arretrata dell'Afghanistan, molte persone perseguitate corrono anche oggi da lei per avere un aiuto, dalle ragazzine vendute dalle famiglie a uomini con il triplo dei loro anni, ai contadini taglieggiati dai trafficanti d’oppio. Ma la lotta più pericolosa Malalai l'ha ingaggiata contro i signori della guerra, «che impediscono il ritorno della democrazia e, anche se hanno imparato a parlare di diritti umani per compiacere l'Occidente, opprimono le donne proprio come i loro fratelli talebani». Da quando, nel settembre del 2005, era entrata alla Camera dei deputati con le prime elezioni almeno parzialmente libere del Paese, non ha smesso di denunciare i loro abusi, ricevendone in cambio minacce che la costringono a una vita semiclandestina. Spesso nascosta proprio sotto quel burqa che vorrebbe vedere messo al bando, la giovane deputata è quasi una primula rossa che appare all'improvviso dove meno la si aspetta. E anche questo accresce il suo mito. «Ho scelto di entrare in parlamento proprio per sfidare i fondamentalisti nella loro stessa casa, ho accettato la tortura di sedere accanto a uomini che ogni volta che prendo la parola cercano di togliermela, mi minacciano di stuprarmi, di farmi uccidere. Come del resto è stato fatto con altre donne scomode, con la presentatrice televisiva Shakiba Zanga e con la mia amica Shakia Zachi, una straordinaria giornalista radiofonica che portava una voce nuova negli angoli più sperduti dell'Afghanistan», dice Malalai. Ma è convinta che in un Paese come il suo solo le scelte estreme possono smuovere la cappa del silenzio e della censura. «Mi dicono che dovrei essere più prudente, più diplomatica. Ma io sono orgogliosa di dire la verità. So che in questo modo do anche a tanti altri democratici il coraggio di venire allo scoperto», dice. Lo ha fatto pochi mesi fa pronunciando alla Camera un duro discorso contro la proposta di legge secondo cui nessun crimine di guerra commesso negli ultimi venticinque anni potrà essere denunciato e perseguito, e che è passata a larga maggioranza. «Una vera e propria amnistia, che renderà impossibile una vera pacificazione perché lascia impuniti decine di migliaia di omicidi e di violenze, commessi in parte anche da uomini che oggi sono al governo», racconta. Ci sono le ricerche di varie associazioni come Human Rights Watch, che le danno almeno in parte ragione. Ci sono i dati agghiaccianti di un Paese dove la vita media delle donne non supera i 46 anni, dove aumentano gli stupri e dove la ricostruzione non decolla.
Più avventata Malalai è stata invece in un'intervista a una televisione locale, dove ha sostenuto che il parlamento afgano «è peggio di una stalla o di uno zoo e i suoi membri sono criminali e nemici del popolo». Approfittando di queste dichiarazioni, l'Assemblea ha deciso di liberarsene, sospendendola dal suo ruolo fino al 2010, anno in cui si tornerà a votare. È un'espulsione mascherata, che poco ha a che vedere con le regole della democrazia e che accresce i pericoli per la sua vita. «Tra poco tornerò in Afghanistan, ma non so per quanto tempo resterò viva. I fondamentalisti contano i giorni per eliminarmi», ha detto in un appello lanciato dall'Italia e ripreso in vari altri paesi, dal Canada all'Inghilterra all'Australia. Ma perfino in un momento così drammatico Malalai ha colto l'occasione per fare una richiesta politica: che anche in Afghanistan sia istituito un tribunale internazionale per i crimini di guerra, perché «qualunque cosa dovesse succedere, sarebbe un'eredità che spero di potere lasciare al mio Paese».

“Tra poco tornerò in Afghanistan ma non so per quanto tempo resterò viva”. Chiudete gli occhi e ripetete queste parole. Rigiratevele bene in bocca. Prendetele in mano e pesatele. Poi mettetevele davanti agli occhi e guardatele bene. E adesso rispondete: voi tornereste in Afghanistan? Lei sì, lo farà. Ha ventinove anni ed è pronta a morire per testimoniare la verità, per combattere ingiustizie e prevaricazioni. Spera solo di avere il tempo di fare ancora una cosa che possa restare, che possa contribuire a dare al suo Paese la speranza di un futuro migliore. Per farlo avrà bisogno dell’aiuto di tutti noi. Glielo daremo o ci gireremo dall’altra parte?



barbara

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