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Diario


16 ottobre 2011

OGGI È IL GIORNO GIUSTO PER PARLARE DI EBREI

Perché i palestinesi sono "indignati"?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché gli arabi (pardon, i "palestinesi") ce l'hanno tanto con gli ebrei (pardon, gli israeliani). In fondo sarebbe abbastanza semplice fare la pace, basterebbe  non solo dire "siamo in due a volere la stessa terra, dividiamocela" (questo lo dicono, più o meno), ma accettarlo per davvero, cioè non pensare "quello che riesco a far mio è mio, quel che è tuo diventerà mio domani o dopo, in un modo o nell'altro".
Questo vuol dire riconoscere che una parte sarà araba o palestinese, quel che volete, e una parte ebraica, cioè del popolo ebraico, e ammettere che in tutti e due gli stati ci possa essere una minoranza tutelata e con tutti i diritti come accade già in Israele. I palestinesi rifiutano sia di ammettere e tutelare sul loro futuro stato una minoranza ebraica, sia di riconoscere che l'altro stato sia altro per davvero e per sempre, cioè abbia carattere ebraico e non arabo.
Se accettassero questi due principi, sarebbe facile ottenere la pace. Ma così non è, e andremo avanti a lungo con questo tiro alla fune.
E nel frattempo, lo sapete, praticano la dolce arte dell'odio. Per esempio, voi impicchereste, sia pure in effigie, qualcuno con cui intendete fare la pace?
No, naturalmente, o la pace o la morte. E però, i media palestinesi hanno riportato con evidenza e con chiaro compiacimento l'iniziativa di un ragazzino che ha fatto un suo personale processo contro Netanyahu per crimini contro l'umanità, l'ha condannato a morte e l'ha impiccato, per fortuna in forma di pupazzo (http://myemail.constantcontact.com/Fatah-youth-convict-and-hang-Netanyahu-in-effigy--in-symbolic-trial.html?soid=1101929139886&aid=_Ii0zFcnY0Y). Naturalmente quello che conta non è tanto la stupidera dell'adolescente o la sua ricerca di pubblicità, ma il fatto che i media (i quali in un regime come quello palestinese sono controllati e diretti) gliel'abbiano data, cioè che abbiano trattato la sua sceneggiata non come una sciocchezza, ma come un esempio da lodare.
Dunque, perché i palestinesi ce l'hanno con gli israeliani? Anzi, perché sono "indignati", per usare una parola di moda?
I motivi sono tanti, il Corano e le sue tirate contro gli ebrei, il senso di superiorità razzial/religioso deluso, il rancore per le guerre perse, quel tantino di antisemitismo che risale almeno ai tempi di Husseini muftì di Gerusalemme e amico di Hitler, che ha sempre reso difficile la pace (http://www.meforum.org/3022/anti-semitism-prevents-peace). Eccetera eccetera.
Ma vorrei suggerirvi un'altra ragione. Il fatto è che gli israeliani non lasciano giocare i palestinesi alla guerriglia in pace. Non obbediscono a quell'appello spontaneo del cuore che in una lite di strada in un film di Alberto Sordi, se non sbaglio, si esprimeva con le sante parole "Fermete, che te meno". Non stanno fermi, ecco.
Si inventano delle armi, delle difese. Per dar fastidio ai poveri attentatori suicidi, hanno costruito una barriera di sicurezza (pardon, un muro dell'apartheid) e dei controlli di sicurezza. Per non far dirottare aerei e ora anche navi, ci mettono delle maligne scorte armate.
E pensate, adesso per evitare che i poveri terroristi, sempre più riforniti di armi tecnologicamente avanzate, si sono inventati un marchingegno tecnologico che devia i razzi antiaeriei sparati anche contro i voli civili (http://www.youtube.com/embed/uVlERTFVSpo?rel=0). 
Ma vi pare? Vi sembra leale?
E non è tutto. Ci sono altre armi segrete. Pensate che di recente il presidente Muhammad Abbas (pardon, Abu Mazen) in persona, ha denunciato che i temibilissimi coloni stanno allenando dei cani per attaccare la "Palestina" e mandano anche dei maiali, chissà se allenati anche loro o magari cittadini "sionisti" (lo dicono loro che "gli ebrei sono figli di scimmie e maiali") a profanare i campi dei poveri palestinesi (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/abbas-accuses-jews-of-releasing-zionist.html). Ecco, questa è guerra biologica. Spero che capirete che va contro tutte le convezioni umanitarie dell'Onu. Speriamo che intervenga il giudice Goldstone. Ve l'ho detto. Per favore, non chiedetemi più perché gli arabi (pardon i palestinesi ce l'hanno (pardon, sono "indignati") con gli ebrei (pardon gli israeliani). Sono fin troppo gentili, di fronte alle provocazioni che subiscono.
Ugo Volli (informazione corretta)

Oggi è il 16 ottobre, e ricorre il sessantottesimo anniversario della razzia del ghetto di Roma. È già stato ricordato qui, qui, qui, qui e qui, ma un ricordo non è mai di troppo.

barbara


16 ottobre 2010

LA MAPPA DELL’INFERNO

«Il soldato di Cristo uccide sentendosi moralmente al sicuro: egli è lo strumento di Dio per punire i felloni e per difendere i giusti. Invero quando egli uccide un fellone, non commette omicidio, ma malicidio, e può essere considerato il carnefice autorizzato di Cristo contro i malvagi ebrei, miscredenti e musulmani».
St. Bernard de Clairvaux – 1145 (Omelia a Ugo de Payns, Exortations aux Templiers)

«Per rispetto alla vita umana, si deve asportare un cancro o una cancrena; per rispetto alla stirpe, occorre asportare ebrei, zingari, asociali che ne sono il cancro e la cancrena e che lo porterebbero alla morte: per questo benemerito è chi opera questa asportazione e benedetto da Dio e dagli uomini».
H. Himmler (Tagebuch)


Chi e quando, il prossimo?



Queste due citazioni e questo interrogativo sono riportati nella prima pagina del libro La mappa dell’inferno – Tutti i luoghi di detenzione nazisti 1933-1945 (SugarCo) di Gustavo Ottolenghi. Seguono centocinquanta pagine fitte fitte: è l’elenco dei luoghi di detenzione. Noi quanti ne conosciamo? Cinque? Dieci? Sono molte migliaia, invece, e in questi inferni sono passati milioni di persone. Qualcuno è tornato. Molti altri, milioni di altri, no. Fra questi, gli oltre mille ebrei romani deportati all’alba del 16 ottobre 1943 nella razzia del ghetto (ricordata anche qui, qui e qui). Era sabato, come quest’anno, e non è casuale: spesso, per le loro mattanze, i nazisti sceglievano la sacra ricorrenza di shabbat o altre importanti ricorrenze religiose, abitudine conservata dai nazisti di oggi nelle loro mattanze in Israele.
Ricordiamoli, i nostri connazionali ebrei del 16 ottobre, e onoriamo la loro memoria offrendo il nostro appoggio e la nostra solidarietà agli ebrei che oggi combattono per rimanere vivi (e a tutti coloro che, per essersi schierati dalla loro parte, stanno subendo un osceno linciaggio mediatico – e speriamo che almeno rimanga solo mediatico).

barbara


20 giugno 2010

SO' GGIUDÌA, ME VONNO AMMAZZÀ

Un ricordo improvvisamente riemerso, una testimonianza sentita tanti anni fa.
Roma, 16 ottobre 1943. I tedeschi, dopo avere tranquillizzato gli ebrei con la farsa dei 50 chili di oro, hanno iniziato la razzia del ghetto che costerà la vita, in una botta sola, a oltre mille ebrei romani. Una donna veste frettolosamente i suoi tre bambini, scende in strada, col cuore in gola infila un vicolo dietro l’altro, riesce a uscire dal ghetto. Vede un taxi e ci si infila dentro, insieme ai bambini. Il tassista si gira e chiede: “Dove andiamo, signora?” La donna, disperata, risponde: “Ecchennesò, so’ ggiudìa, me vonno ammazzà”. Restano a guardarsi per un tempo infinito, non si sa chi dei due più terrorizzato. Poi, lentamente, il tassista si gira, accende il motore, innesta la marcia e si avvia. Li porta a casa sua, nelle due stanze in cui vive con la moglie e i due figli, e se li tiene lì, tutti e quattro, per tutti i lunghi mesi che ancora mancano alla liberazione, dividendo con loro lo scarso pane che, in tempi magri per tutti, riesce a guadagnare.
Ho deciso di mettere questa cosa, perché in tempi tanto amari, da tanti punti di vista, c’è bisogno, ogni tanto, di un raggio di luce.

barbara


16 ottobre 2009

ROMA 16 OTTOBRE 1943

Quel 16 ottobre era un sabato, giorno di festa e di riposo per gli ebrei osservanti. E in Ghetto i più lo erano. Lavori e affari interrotti, negozi e botte­ghe artigiane chiusi. Inoltre era il terzo giorno della festa delle Capanne. Un sabato speciale, quasi una festa doppia insomma.

La tranquillità nelle vecchie e anguste case dove­va essere tornata assoluta dopo la fine della spara­toria se nessuno o quasi si accorse che verso le 4 del mattino truppe delle SS — secondo alcune testimo­nianze - avevano cominciato a disporsi in vari punti della zona per bloccarne gli accessi. Sull'ora precisa in verità c'è discordanza.
Il primo che si accorse di qualcosa fu in quell'al­ba fredda e piovigginosa il proprietario di un mode­sto bar di piazza Giudìa, non ebreo, che alle 5,30 come ogni mattina era arrivato a piedi al suo locale dal quartiere di Testaccio dove abitava. Proprio mentre metteva sotto pressione la macchina del caffè espresso, vide due file di tedeschi - a suo avviso erano forse un centinaio - che si disponeva­no lungo i marciapiedi. Ma di quel che poteva essere avvenuto alle 4 del mattino, cioè il silenzioso blocco delle vie di accesso, il caffettiere non era stato testimone.

La grande razzia cominciò attorno alle 5,30. Vi presero parte un centinaio circa di quei 365 uomini (di cui 9 ufficiali e 30 sottufficiali) che erano il totale delle forze impiegate per la «Judenoperation».
Oltre duecento SS contemporaneamente si irra­diarono» come vedremo, nelle 26 zone in cui la città era stata divisa da Dannecker per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori dal vecchio Ghet­to.

L'antico quartiere ebraico fu l’epicentro di tutta l'operazione, non solo per l'alto numero delle per­sone catturate simultaneamente ma anche per la spettacolarità dell'azione e per la sua alta dramma­ticità.

Le SS entrarono di casa in casa arrestando le intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno. Quando le porte non vennero subito aperte le abbatterono col calcio dei fucili o le forzarono con leve di ferro. Tutte le persone prelevate venne­ro raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco al di là dello storico Portico d'Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bimbi al seno. Per nessuno.
I giovani validi erano invece meno di quanti avrebbero potuto essere. Il Comando tedesco alcu­ni giorni prima aveva affisso in tutta Roma un ordine di mobilitazione per il servizio di lavoro obbligatorio per tutti i romani validi. Una parte di quelli di Portico d'Ottavia si erano nascosti. Alla data del 10 ottobre Piero Modigliani annotava nel suo diario: «Tutti pensano che il rischio sia più per gli uomini validi che per le donne, i vecchi e i bambini...».
I più, colti nel sonno all'arrivo dei tedeschi, cre­dettero che i militari fossero venuti per prendere i giovani che nonostante il bando non si erano ancora presentati. Lo sgomento fu grande quando fu chiaro che non erano solo i giovani ma tutti indistintamente gli ebrei l'obbiettivo di quella operazione.

Molti romani quella mattina, trattenuti a distan­za dalle transenne e dalle SS, furono muti testimoni del rastrellamento. Videro uomini vestiti somma­riamente, spesso protetti da una coperta sulle spalle strappata dal letto prima di scendere in fretta le scale tallonati dai militari; bambini infagottati al freddo pungente di quell'alba piovigginosa d'otto­bre; donne col cappotto frettolosamente e mala­mente infilato sopra la camicia da notte; giovani madri che cercavano di quietare il pianto di un bimbo lattante al seno. E udirono grida, richiami, raccomandazioni e singhiozzi.
I tedeschi tentarono di dare alla brutale opera­zione il carattere di un «trasferimento». Volevano un gregge inconsapevole e cercavano di evitare pos­sibili gesti inconsulti, atteggiamenti ostili, disordi­ni. Cercavano di evitare intoppi e contrattempi che potevano rallentare l'operazione. Volevano soprat­tutto fare presto.

A questo fine avevano consegnato a ciascuno un ordine bilingue:

1) Insieme con la vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla vostra casa sarete trasferiti.
2) Bisogna portare con sé viveri per almeno 8 giorni, tessere annonarie, carta d'identità e bicchieri.
3) Si può portare via una valigetta con effetti e bian­cheria personali, coperte, eccet., danaro e gioielli.
4) Chiudere a chiave l'appartamento e prendere la chiave con sé.
5) Ammalati, anche casi gravissimi, non possono per nessun motivo rimanere indietro. Infermeria si trova nel campo.
6) Venti minuti dopo la presentazione di questo bi­glietto, la famiglia deve essere pronta per la partenza.

Si voleva far credere alle vittime ad una destina­zione non definitiva. «Chiudere a chiave l'apparta­mento e prendere la chiave con sé» faceva supporre un possibile ritorno. «Tessere annonarie e di identi­tà» implicavano una destinazione nella quale questi documenti avrebbero potuto servire. Ma perché allora «... ammalati anche gravissimi non possono restare indietro...»? (Fausto Coen, 16 ottobre 1943, Giuntina)

Qui e qui altre rievocazioni. E non aggiungo altro.



barbara


2 agosto 2009

SABATINO FINZI È ANCORA QUI

Io, il bambino numero 1000 nell'inferno di Buchenwald

di Marco Ansaldo

«Sono quattro notti che sogno mia madre. Da quando ho saputo di questi documenti». La voce si incrina, un velo di lacrime copre gli occhi. Si commuove, quest'uomo di 82 anni. L'unico della famiglia a essere tornato dai Lager. Sono passati 64 anni. E per un attimo bisogna cambiare argomento perché non si accasci nel dolore del ricordo. Tra i mille bambini ebrei stipati in un pugno di baracche - fra cui il futuro premio Nobel, Elie Wiesel - e trovati vivi dagli americani quando entrarono a Buchenwald, c'era anche un ragazzino italiano. Uno solo. Finito però nel blocco riservato agli adulti.
Le carte del suo internamento emergono dal nuovo archivio nazista di Bad Arolsen, in Germania. A reperirle è il professor Kenneth Waltzer, direttore del Dipartimento di studi ebraici alla Michigan State University, autore di un prossimo libro sui bambini detenuti a Buchewald. Repubblica ha cercato se quel piccolo prigioniero fosse ancora in vita, e lo ha infine trovato a Roma.
Si chiama Sabatino Finzi. È uno dei 17 ebrei romani, dei 1022 rastrellati, tornati dalla deportazione al Ghetto dell'ottobre 1943. Aveva 16 anni. Nessun altro dei 207 minorenni presi quel giorno tornò più. Con l'aiuto delle carte Waltzer ricostruisce il percorso. Sabatino arrivò a Birkenau-Auschwitz, dove perse subito la madre Zaira e la sorella Amelia, 12 anni, inviate nelle camere a gas. Lui e il padre vennero spediti a Jawisowice, dove lavorarono nelle cave di lavagna.
«Quando Auschwitz e i campi satellite dovettero essere evacuati - spiega il professore - i due Finzi furono trasferiti insieme a Buchenwald. Era il 22 gennaio 1945. Ma li separarono subito, e Giuseppe fu mandato a Ohrdruf». Su quella lista di trasporto, assieme a una cinquantina di ragazzini, erano stati messi anche 5 piccoli italiani. Quattro però vennero mandati altrove, due a Ohrdruf, due a Schwalbe/Berga. Solo uno fu tenuto a Buchenwald. «Il suo nome - continua Waltzer - come risulta dalla dozzina di documenti recuperati, è Sabatino Finzi, prigioniero numero 117662. Ma non venne mandato al blocco 8, quello cosiddetto dei bambini. Fu piazzato prima alla baracca 2 e poi spostato alla 28». Perché?
Oggi il signor Sabatino cammina a fatica. Nemmeno a figli e nipoti, che lo circondano con affetto, ha mai raccontato nei particolari quel periodo tristissimo. «Mio padre in sessant'anni anni ha parlato sempre molto poco», dice il figlio Giorgio. Sabatino si esprime a tratti. Frasi corte, interrotte da lunghi silenzi. Le scene del Lager arrivano come lampi improvvisi nella memoria. «Pugni e schiaffi. Così si andava avanti laggiù». Prende una penna, sopra un foglio disegna una stella. «Questa ce la facevano mettere qui, al petto». La scritta gialla: giudeo. Osserva con curiosità le schede che lo riguardano, confronta il suo numero di detenuto con quello sul braccio. È il 158556. «Papà aveva il 158557», dice. Poi nota la propria firma, in calce a un documento consegnato agli Alleati al momento della liberazione. Riscrive la sua firma: è identica, il medesimo sbaffo in fondo. «Lavoravo nella cave. Un kapò polacco mi diede una botta in testa, perché non l'avevo capito in tempo. Ricordo ancora il nome, e il numero. Mi venne un ematoma. Fui operato da un altro detenuto, chirurgo all'Università di Pisa, che intervenne con un cucchiaio affilato per terra e reso incandescente con un accendino». Il nipote Andrea, 12 anni, gli stampa un bacio sulla guancia.
Il 5 giugno scorso il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha celebrato il 60° anniversario del suo matrimonio con la moglie, Esterina Pavoncello. «Sono nato nel 1927. Ma sulle carte i nazisti avevano scritto '28: ho insistito. Ecco, qui si vede che la data è stata infine cambiata con un tratto di penna. Dovevo sembrare più grande. Perché avevo visto che i bambini li ammazzavano tutti. Non lavoravano, e alle SS non servivano. Li portavano fuori dai blocchi, e ta-ta-ta. Li mitragliavano. Io ero già un giovanetto. Allora ho detto di avere più anni, perché in quel modo potevo rendermi utile. Così sono sopravvissuto. Ho sempre avuto un sesto senso». Il ragazzino Finzi si salvò da solo. Fu tolto dalle liste dei piccoli e assegnato alle baracche degli adulti.
Gli ultimi giorni, prima dell'arrivo degli americani, i blocchi dei bambini furono oggetto di una tragica evacuazione forzata. «Papà non l'ho più veduto. Quando trovai del cibo, stavo per morire mangiando delle scatolette di fegato d'oca. Nelle baracche c'era un odore terribile. Qualcuno dava di stomaco, e uno affamato dietro di lui mangiava il suo vomito. Pesavo 29 chili. All'Ospedale Sant'Orsola di Bologna rimasi 7 mesi». Sembra tutto. Ma c' è un ultimo squarcio di memoria: «Sono andato a Gerusalemme, al Muro del pianto. E anch'io, come tutti, ho infilato un bigliettino. Ci ho scritto sopra: "Hitler, non ce l'hai fatta a farmi fuori. Sabatino Finzi è ancora qui, come mio figlio Giorgio e come mio nipote"». Sabatino anche lui. (Repubblica, 13 Luglio 2009)

Sì, Sabatino Finzi è ancora qui. Sei milioni sono stati ingoiati dall’inferno, e siamo stati scippati anche dei loro figli e nipoti e pronipoti, ma Sabatino Finzi è qui, suo figlio è qui, suo nipote è qui, milioni di ebrei sono qui, e ben decisi a restarci. Ben decisi a far sì che quelle due parole, “mai più” solennemente pronunciate sulle ceneri di Auschwitz, non si limitino a restare parole.



barbara


16 ottobre 2007

ROMA, 16 OTTOBRE 1943

Settimia Spizzichino



Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L’ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero.

Ho una buona memoria. E poi quei due anni li ho raccontati tante volte: ai giornalisti, alla televisione, ai politici, ai ragazzi delle scuole durante i molti viaggi che ho fatto per accompagnarli ad Auschwitz... anche se non sempre sono entrata nei particolari.
Ad Auschwitz si desidera tornare - anche molti di quei ragazzi lo desiderano - e a qualcuno sembra strano. Ma perché? È come andare al cimitero a portare un fiore e una preghiera. - Raccontavo sul pullman che ci portava in Polonia. È sul pullman che si parla, quando si arriva ad Auschwitz parla la guida e parlano le cose. Le poche che sono rimaste. C’è un museo, ma i forni crematori, le camere a gas, le costruzioni in muratura sono state distrutte. La prima volta che ci sono tornata ho provato più delusione che emozione, non riconoscevo il posto.
In questi cinquant’anni trascorsi da allora sono stata spesso sollecitata a scrivere questo libro.
E io lo volevo fare; ma c’erano ancora i parenti di quelle che sono rimaste là, i genitori, i fratelli, i mariti, i figli delle mie compagne del gruppo di lavoro. Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti.

Di quel gruppo faceva parte anche mia sorella Giuditta. Giuditta, così bella, così fragile, deportata assieme a me il 16 ottobre 1943. Giuditta, causa involontaria della cattura mia e della mia famiglia.
(Dal libro "Gli anni rubati" di Settimia Spizzichino)



E non basta commuoversi quando arrivano le ricorrenze, bisognerebbe anche fare qualcosa per evitare che si ripeta. Bisognerebbe fare qualcosa per impedire a chi sta impiegando tutte le proprie forze e tutte le proprie risorse per portare a compimento l’opera di conseguire i propri fini. Bisognerebbe, almeno, avere il buon gusto di non indignarsi e non scandalizzarsi quando ci si rende conto che quando gli ebrei hanno detto mai più, intendevano dire mai più.


barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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