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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


9 febbraio 2012

PARLIAMO DI MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

Per quei frequentatori del mio blog che non sono nella mia mailing list e non hanno quindi già avuto modo di leggerlo, propongo questo prezioso articolo di Silvana De Mari, medico, sulle mutilazioni genitali femminili. Ci sono cose che anche le persone più informate spesso ignorano. Non tutti, forse, sanno, che mutilazioni genitali non significa solo assenza di piacere sessuale: significa, sempre, pesantissime limitazioni alla conduzione di una vita normale e significa, non di rado morte. E molti, forse, ignorano che le mutilazioni genitali femminili, lungi dal regredire nel mondo, sono anzi in espansione, imposte con la forza anche là dove la tradizione non le aveva mai conosciute. In nome dell’islam. Per favore, leggete e diffondete questo articolo.

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La verità vi renderà liberi. Giovanni 8:31,32
Nell’ora dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. George Orwell.


Questo articolo è molto crudo e contiene immagini che un bambino non dovrebbe vedere, ma ancora di più contiene immagini che un bambino non dovrebbe subire. Ci sono migliaia, milioni di uomini e donne nati nell'islam che sono contrari a qualsiasi tipo di mutilazione sessuale, che ne sono desolati, che ne sono nauseati. Stiamo dalla loro parte.


La verità ci renderà liberi, non il politicamente corretto, qualcosa dove prima si decide cosa “è giusto”, poi si lima e si aggiusta, fino a che la realtà da raccontare riesce a entrare nel contenitore. Perché se è vero che la verità ci renderà liberi, è valido anche che la menzogna ci inchioderà alla schiavitù, quindi facciamoci un pensierino quando sacrifichiamo la verità al politicamente corretto. Potremmo pagarne il conto. E potrebbe essere un conto atroce.
Questo articolo è un approccio politicamente scorretto sulle Mutilazioni Genitali Femminili. E possiamo usare l’acronimo mgf, quando ne parliamo, così risparmiamo qualche sillaba, io a scrivere e voi a leggere, e con queste tre lettere ingentiliamo, il suono diventa emmegieffe potrebbe essere la marca di qualche cosa, un qualche apparecchietto elettronico per ascoltare musica, è un suono dove le urla e la vergogna non risuonano, dove gli avvoltoi scompaiono nel candore asettico della carta stampata.
Questo articolo tratta di mgf. E della necessità etica di fermarle. Non esiste relativismo che possa giustificare la tortura di un bambino.

Sono un chirurgo e ho lavorato anche un Etiopia. Ho visto per la prima volta un’infibulazione all’ospedale di Bushulo, in Etiopia. Le sale operatorie erano sale operatorie african style, vale a dire un unico stanzone con quattro lettini e grandi finestre chiuse da zanzariere. A causa della infibulazione rifatta dopo il parto, una giovane donna non riusciva più ad espellere il sangue mestruale. Era stato lasciato un orifizio, ma la suppurazione che era seguita aveva causato un edema, in altre parole un gonfiore ai tessuti, e l’edema aveva chiuso l’orifizio. Il sangue mestruale non potendo defluire era rimasto a stagnare trasformando la vagina in una sacca piena di sangue, che a causa della presenza di batteri era “marcito”, la vagina era diventata una boccia che premendo sulla vescica le impediva di svuotarsi e la vescica era diventata enorme. La pressione nella vescica era aumentata, perciò i reni non riuscivano a lavorare e si stavano distruggendo. La vescica diventata, a sua volta, una boccia enorme, premendo sull’intestino aveva causato un blocco intestinale. Io dovevo svuotare la vagina e la vescica. La cosa più urgente era mettere un catetere che drenasse l’urina, ma in quel disastro di tessuti cicatriziali martoriati e suppuranti era impossibile capire dove fosse l’uretra quindi avevo svuotato la vescica passando per via addominale: si infila un grosso ago attaccato a un tubicino nella vescica attraverso la parete addominale. Una volta svuotata la vescica, reni e intestino avrebbero ricominciato a funzionare. A quel punto avevo svuotato la vagina riaprendo per l’ennesima volta la vulva di quella povera donna. Era uscito il sangue, nerastro, infetto, con un odore nauseabondo e a quel punto gli avvoltoi attirati dall’odore di morte erano venuti a sbattere contro le zanzariere. La donna sarebbe morta da lì a poco per infezioni urinarie ricorrenti e insufficienza renale. Aveva dieci anni meno di me ed era stata condannata a morte, non da un cancro, non da nemici che l’avevano aggredita, ma dalla “sua civiltà”. Mentre cercavo di evacuare il più possibile di quella roba nerastra, gli avvoltoi alle mie spalle si avventavano contro le zanzariere, pazzi per quell’odore di morto, di putrefatto, che invece veniva da ventre vivo di una donna. Questa foto è stata scattata quel giorno: è sottoesposta perché non ho usato il flash, ma si vede il finestrone con l’avvoltoio. [continua]


barbara

 

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