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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


11 dicembre 2011

LISA

Il suo ricordo è riemerso all’improvviso, riordinando alcune vecchie carte. E altrettanto improvviso, e prepotente, il bisogno di parlare di lei.
L’ho conosciuta in occasione di uno dei miei numerosi ricoveri ospedalieri, lei era la mia compagna di stanza. Sessantadue anni, malata di cancro da dieci, ogni volta diceva basta, stavolta mi arrendo, non mi lascio operare più, mi lascino morire in pace. E ogni volta ritentava. E il medico che le dice e le ripete che no, questo nuovo nodulo è assolutamente innocuo, e lei, seconda elementare, lo prende per il bavero e gli dice: “Si ricordi che se lei mi illude, e poi dovessi essere delusa, lei è responsabile di tutto quello che potrei fare sotto il peso della delusione”. Sa che non ha che il ricatto per farsi dire quella verità che lei vuole ad ogni costo sapere, e alla fine il dottore cede, ammette che sì, è un altro carcinoma. E lei scende, entra di nascosto nel recinto della cappella e va a fregare un po’ delle rose destinate alla Madonna, per rallegrarsi gli ultimi giorni.
Mia nonna improvvisamente si aggrava, è moribonda, e i miei mi raccontano ogni particolare del suo stato, con un sadismo senza pari. Appena se ne sono andati vengo presa da una crisi di disperazione, mi sentono urlare per tutto il reparto, e lei parte come una furia, si attacca al telefono, chiama i miei e gliene dice di tutti i colori, perché una persona malata deve essere lasciata in pace (lei, per prima, al tempo in cui ancora tutti vedevano mia madre unicamente come la vittima della malvagità di mio padre, si rende conto di quanto invece sia perfida anche lei – e io a quel tempo non le volevo credere!).
Ha il collo devastato dalle radiazioni, e si lascia medicare solo da me (“le infermiere non ci sanno fare, solo tu hai mani così leggere, dita così delicate”). Porta sempre un fazzoletto in testa, perché i tanti cicli di chemio le hanno fatto perdere i capelli, ma da me si lascia vedere, non l’aveva mai fatto con nessuno.
Mi parla sempre di suo figlio, bello come un dio, intelligente, sapessi quanto intelligente, ricco anche, perché ha un’officina molto ben avviata, peccato che non abbia mai tempo di venirla a trovare, sai, ha tanto da fare, poverino. Anche la sera, sì. Anche la domenica. E lei continua a struggersi per questo unico amatissimo figlio, che non si fa vivo mai.
Poi, dopo due anni e mezzo di degenza, va in un istituto di riposo; io ormai ho finito di studiare, ho preso il posto, sono quassù, vado a trovarla quando posso. Continua a chiedermi di Othmar, che ha visto una volta all’ospedale, splendido esemplare di maschio umano, mio coetaneo;  non ho il coraggio di dirle che non siamo più insieme, e continuo a parlarle di lui.
Vado a trovarla durante le vacanze di Natale. Ormai non può più muoversi; mi chiede di prenderle il portafogli, mi dà duemila lire: “Vai nella pasticceria qua sotto, ti compri delle paste, vai a casa e le mangiamo insieme”.
Vado a Pasqua e non c’è. Mi dicono di cercarla al centro tumori, al centro tumori mi dicono di cercarla in radiologia, a radiologia mi dicono di chiedere all’ufficio accettazione. E lì mi dicono che è in otorino. La ritrovo nella nostra vecchia camera, e vedo che ormai è alla fine. Non può più parlare, a gesti mi chiede di prendere delle garze e cambiarle la medicazione. È l’ultima cosa che faccio per lei, l’ultima volta che la vedo.
Sulla sua tomba, sempre senza fiori, c’è una foto infilata in un barattolo di sottaceti.

barbara




permalink | inviato da ilblogdibarbara il 11/12/2011 alle 18:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
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