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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


12 settembre 2011

IL MATRIMONIO

È stato quello il centro, oltre che il motivo, del viaggio: il matrimonio dell’amico David. È cosa banale dire, di un matrimonio, che è stato bellissimo? OK, sarò banale: è stato bellissimo. Prima però devo dire come ci sono arrivata, al matrimonio, perché non vi immaginerete mica che uno dice prendo e vado e poi va, ma neanche per sogno, se si tratta di me. Perché io ci dovevo andare con E., che a sua volta ci doveva andare con la figlia di suo cugino che poi si è scoperto che una volta, qualche era geologica fa, aveva un blog, e che non solo io lo conoscevo, ma che una volta ha anche pubblicato un mio articolo. Vabbè. Dunque parto da casa di Ester che per l’ennesimissima volta mi aveva ospitata, davanti a casa sua prendo un taxi e gli do l’indirizzo di E. – che, piccolo promemoria che non fa mai male, non è Ester bensì l’amica Esperimento – via tal dei tali numero 6. Vicino a via talaltra, preciso, dato che è una via piccola e magari non la conosce. Sì sì, dice, la conosco. Io, visto che non avrei dovuto camminare, nonostante le zampe fracassate mi ero messa un paio di sandali carini, con un paio di centimetri di tacco. Arriviamo dunque in via talaltra, prende una laterale, arriva fino in fondo, dice che numero? Sei, dico, no dice, il sei non c’è, qui c’è il sette. Dico no guardi, al sei abita la persona da cui devo andare quindi si fidi, il sei c’è. Allora gira a destra, poi gira ancora a destra e di nuovo a destra, torna nella via talaltra, gira ancora a destra prendendo la parallela successiva alla via dove era prima, si ferma davanti a un piccolo passaggio pieno di sabbia sassi e calcinacci che congiunge la via in cui siamo con la parallela in cui eravamo prima e dice ecco, il sei è lì, con la macchina non si passa. Vabbè, pago, scendo, arranco tra sabbia sassi eccetera, arrivo al sei e non trovo il cognome che dovrei trovare. Chiamo E., descrivo il posto in cui mi trovo, e con gioia apprendo che non assomiglia neanche lontanamente al posto in cui mi dovrei trovare. E per giunta né io né lei abbiamo la minima idea di dove mi trovi. Vedo un tizio che arriva trasportando delle cose sulle spalle, mi avvicino, gli schiaffo in mano il cellulare e gli intimo: le spieghi dove siamo. Glielo spiega, ma la spiegazione non le dice niente e dunque mi avvio, chiedo a qualcuno, arranco su passaggi sterrati, affondo in mezzo alla sabbia, descrivendo al cellulare quello che vedevo fino a quando comincia a raccapezzarsi e insomma, per farla breve, ho camminato per una buona mezz’ora, sotto il sole a picco di Tel Aviv, con le zampe dolenti, con i tacchi, con la borsa da viaggio in spalla perché poi dovevo dormire fuori e il giorno dopo andare a Gerusalemme e alla fine sono approdata. E torniamo al matrimonio.
Si prevedeva – giusto per iniziare con una nota a margine – che gli invitati italiani (e soprattutto le invitate italiane) si sarebbero presentati eleganti mentre quelli israeliani sarebbero stati piuttosto casual, e più o meno la previsione si è avverata. Quello che invece non si era previsto è stata l’abbagliante eleganza degli invitati marocchini, e soprattutto delle invitate marocchine, tutte uno scintillio di sete e paillettes, abiti lunghi, fruscianti, sfolgoranti, dal taglio impeccabile, esaltati dal portamento regale delle signore, giovani o vecchie che fossero, che li indossavano. E poi tonnellate di cibo e poi lo sposo emozionatissimo e la sposa bellissima e la nonna dello sposo in pianto irrefrenabile e il rabbino marocchino in jellaba con la voce stupenda e tonante e lo shofar magistralmente suonato e le decine di colombe bianche liberate al momento della rottura del bicchiere e la cena con la musica a palla – e a quanto pare è stato proprio per via della musica a palla che nessuno di noi si è accorto dei tre missili sparati proprio lì, ad Ashkelon, mentre stavamo festeggiando il matrimonio.








Foto scattate da E.

barbara

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