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Diario


3 novembre 2010

E I DURI HANNO GIOCATO

E si sono abbondantemente rotti le corna contro il muro, perché era un muro di quelli proprio brutti, di cemento armato, con spuntoni di ferro piantati dappertutto e cocci di vetro sopra nel caso fosse loro venuto in mente di provare a superare l’ostacolo scavalcandolo. Ma si sono battuti bene, con determinazione, come è loro caratteristica e consuetudine, e qualche graffio sono riusciti a lasciarlo.

Si è tenuto a Francoforte, nella serata di sabato 30 e nella giornata di domenica 31 ottobre, il primo congresso in Germania di tutte le organizzazioni pro Israele. Le premesse le conoscete già. Adesso conoscerete lo spettacolo.
Nel corso del pre-congresso di sabato sera, riservato ai partecipanti che dovevano parlare, oltre a ribadire il divieto di parlare di islam, è stato anche fortemente affermato che non si doveva parlare contro i mass media, cosa bizzarra assai in un congresso che dovrebbe avere la funzione di offrire sostegno a Israele contro i programmi di annientamento da parte del mondo islamico e contro la campagna di disinformazione messa in atto dei mass media, ma non c’è stato modo di far intendere ragione a chi aveva deciso che così dovesse essere. D’altra parte anche l’ambasciatore israeliano la domenica mattina ci ha detto – a quattr’occhi, non nel discorso ufficiale, e quindi senza obblighi istituzionali – che i mass media in Germania sono assolutamente corretti, dicono le cose esattamente come stanno, non aggiungono commenti e opinioni personali eccetera eccetera, è solo l’opinione pubblica che è fortemente contraria a Israele. Al che uno potrebbe riflettere che se ci viene raccontato che i mass media dicono che Israele non fa altro che difendersi dagli attacchi di chi ne vuole l’annientamento e l’opinione pubblica è convinta che Israele sia il male assoluto, forse c’è qualche conto che non torna, ma a un ambasciatore che ha avuto la cortesia di accettare di parlare con dei perfetti sconosciuti non si può controbattere in questo modo, e quindi amen: il suo mestiere, dopotutto, non è quello di essere coerente.
Nel corso della giornata abbiamo sentito tante parole. Parole. Parole. Parole. Pa... Se ne è lamentato anche uno del pubblico in uno dei brevi spazi in cui sono stati consentiti alcuni interventi: state dicendo tante belle parole, ha protestato, ma poi concretamente cosa ne viene fuori? Voi, politici, parlamento, che cosa fate? Noi, comuni cittadini, cosa possiamo fare? In certi momenti la retorica delle parole vuote è persino quasi arrivata a sfiorare il livello di quella dei politici di Roma alla manifestazione per Gilad Shalit. Quasi, perché il nauseante becerume di quella gente quella sera a Roma è davvero impossibile da eguagliare, però si sono dati da fare anche loro. Parecchio.
Ci sono state anche cose positive, naturalmente, e ci sono stati alcuni momenti toccanti, come quando è intervenuto il rabbino capo, che con voce bellissima ha cantato una preghiera, poi ha recitato una preghiera per Gilad e infine ha suonato lo shofar concludendo con un intenso e sentito “am Israel chai” (il popolo di Israele vive). Un parlamentare ha denunciato l’assurdità della politica del parlamento europeo, che chiede a Israele il “gesto di buona volontà” di liberare prigionieri palestinesi allo scopo di “creare un clima favorevole” alla liberazione di Glilad, quando la sola cosa giusta da fare è di esigerne la liberazione incondizionata, e si è impegnato a combattere per indurre il parlamento tedesco a muoversi in questa direzione. Ha parlato Aviva Raz Schechter, del ministero degli esteri israeliano, che ha detto almeno la metà delle cose che a noi erano state vietate, ma a lei non si potevano vietare, per cui Sacha Stawski, Grande Capo di tutta la baracca, è stato costretto a starla a sentire, sudando copiosamente, agitandosi sulla sedia, con la faccia sofferente. Altri hanno parlato della questione dell’islam, e di quella dei mass media, e sempre le reazioni del Grande Capo erano uno spettacolo da contemplare, soprattutto quando uno ha concluso il suo intervento gridando con voce stentorea: “Svegliati, Europa!”. Un altro degli intervenuti, parlando di Ahmadinejad, ha detto che lo scandalo non è che quello neghi la Shoah: di negazionisti che ne sono tanti, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Lo scandalo è che il mondo intero, di fronte a tutto questo, taccia.
Nel frattempo il nostro intervento dalle tre e un quarto in cui era previsto è stato spostato alle cinque, poi alle sei. E in tutto questo tempo c’era un povero disgraziato che dalla mattina si aggirava fra il quasi migliaio di persone presenti con l’aria smarrita: era il tizio che aveva tradotto il nostro discorso in tedesco. Gli era stato detto di venire, per parlare con Emanuel, per vedere, confrontare, eventualmente rettificare, mettere a punto. Scusate, aveva obiettato, ma io come diavolo lo trovo questo qui? Non lo conosco, non l’ho mai visto, non so chi sia... Arrangiati, gli è stato risposto. Siamo arrivati a incontrarci, per l’incrociarsi di tutta una serie di casualità, a metà pomeriggio.
Arrivano dunque le sei del pomeriggio. Dalla mattina avevamo continuato a lavorare, Emanuel, io e Claudia, un’altra amica arrivata insieme a noi per questo congresso, per selezionare e inserire nella chiavetta le foto da mostrare, visto che non c’era tempo per far vedere tutto ciò che era stato programmato, e tirare fuori dal discorso i pochi estratti da presentare nel tempo ridotto che ci sarebbe stato concesso, e cercare di scoprire a chi rivolgersi per il computer, cercare il computer, rimettere a punto per l’ennesima volta le cose da dire...
Arrivano le sei e sale sul palco un tipo allegro e rubicondo. Emanuel va a chiedere spiegazioni, gli dicono che parlerà dopo quello. Sacha ha detto che il concerto che chiuderà la serata comincerà alle sette. Prima ci sarà ancora l’annuncio dei vincitori della lotteria organizzata per raccogliere fondi, ma sicuramente ci sarà tempo per il nostro intervento. Il tipo rubicondo racconta una barzelletta, vecchiotta assai, e nel frattempo dei tizi salgono a loro volta sul palco e iniziano a togliere addobbi, fiori, bandierine, festoni, microfoni e infine i tavoli a cui erano stati seduti i vari oratori. E fanno scivolare dentro un pianoforte a coda. Mentre dall’altra parte del palco c’è l’orchestrina klezmer che ha rallegrato alcuni intervalli. Il tipo rubicondo, si chiarisce, è il capo della delegazione dei cristiani per Israele, che invita a salire tutti quanti sul palco. Salgono: sono una ventina, o giù di lì. Parleranno tutti, ci viene detto. Un minuto-minuto e mezzo a testa. Emanuel e io ci guardiamo, perplessi. Claudia invece è dietro le quinte col computer, perché le hanno detto di prepararsi perché appena quello finisce tocca a noi. I tizi cominciano a parlare, qualcuno effettivamente si attiene al minuto-minuto e mezzo fissato, qualcuno deborda, ogni due o tre il tipo rubicondo racconta una barzelletta, tutte vecchiotte assai come la prima. Emanuel è molto più bravo di me a controllarsi, e ha un’aria quasi impassibile, ma sono sicura che se in quel momento gli si dovesse fare un’iniezione, per piantargli l’ago nella carne bisognerebbe usare il martello. Ad un certo momento comincia a parlare una tizia, e non finisce più. Dopo due tre minuti il contrabassista, dall’occhio di finto pesce lesso, allunga un mezzo occhio verso il clarinettista, il quale comincia a sfiorare i tasti del clarinetto, il finto pesce lesso sfiora le corde del contrabbasso, il batterista sfiora i piatti, il fisarmonicista comincia ad allargare impercettibilmente il mantice della fisarmonica, note lievi aleggiano nell’aria, si fanno più forti, il pubblico stanco che è lì dalla mattina accoglie entusiasta il suggerimento, e comincia a battere il tempo coi piedi. L’oratrice capisce, e chiude velocemente il suo intervento. Il rubicondo invita l’oratore successivo ad essere breve, e lui lo è. Non dello stesso parere è invece la bionda che arriva dopo di lui; i musicisti ci riprovano ma lei resiste strenuamente, resiste imperterrita anche a un secondo tentativo di indurla a chiudere e porta fieramente a termine il suo interminabile discorso. E poi finalmente hanno finito di parlare tutti e poi Sacha Stawski è salito sul palco a premiare i vincitori della lotteria e poi (a dire la verità sulla sequenza di queste ultime cose non sono del tutto sicura perché ero talmente tesa – oltre che stanchissima – da non essere più del tutto lucida) è salita sul palco la vicegrandecapa per annunciare che d’ora in poi niente più politica, niente più parole, niente più discorsi ma solo musica e divertimento e poi è salita sul palco una fascinosissima ed elegantissima signora dai bellissimi capelli di varie sfumature di grigio, anche lei dei cristiani per Israele, che ha detto che lei non sa raccontare barzellette ma per fortuna c’è sempre la musica per chiudere in bellezza e il gruppo klezmer ha attaccato Osè Shalom e Sacha aveva sempre più l’aria di un bambino che sta tentando di nascondere i cocci del vaso frantumato e poi non so, ho avuto l’impressione di un qualche movimento, di un qualcosa che non ho capito bene e insomma Sacha è andato al microfono e ha detto che doveva parlare ancora qualcuno, arrivato apposta dall’Italia, e nel frattempo del pubblico presente otto ore prima ne era rimasto sì e no un terzo, e Sacha poi non si ricordava più il nome e poi lo ha detto sbagliato e insomma Emanuel, con la compostezza del gentiluomo piemontese vecchio stampo che quasi sempre lo caratterizza, è salito sul palco e ha cominciato a parlare mentre Claudia da dietro le quinte faceva gesti disperati perché il computer era tedesco ed era tutto scritto in tedesco nonostante prima le fosse stato assicurato che non lo era e lei il tedesco non lo sa e non riusciva a venirne fuori e insomma poi finalmente sono arrivati i soccorsi e la cosa è partita. Poche cose, molto concrete: immagini a confronto per mostrare come vengono fabbricate le “notizie”, qualche citazione di falsificazioni “d’autore” (come le infami menzogne propagandate dal neo Nobel Mario Vargas Llosa). Il pubblico (chi, come Emanuel, è abituato a parlare in pubblico e chi, come me, insegna da una vita, queste cose è perfettamente in grado di percepirle e valutarle), nonostante la stanchezza era attento e concentrato, interamente catturato dal tema e dal modo di esposizione. Non so quanto tempo Emanuel abbia parlato – quando si è personalmente coinvolti in un evento è impossibile avere del tempo una percezione oggettiva – ma sicuramente non a lungo. Ma per Sacha Stawski, che gli stava appiccicato guardandolo in cagnesco facendogli, credo quasi materialmente, sentire “il fiato sul collo”, evidentemente anche quella manciatina di minuti era troppo, e ad un certo momento ha cominciato ad ammiccare verso i musicisti, per indurli a rifare lo stesso giochino che poco prima, di propria iniziativa, avevano messo in atto con gli oratori eccessivamente e inutilmente verbosi. I musicisti per un brevissimo istante si sono guardati, poi hanno rivolto gli sguardi nel vuoto, senza toccare gli strumenti. Una volta, due volte, tre volte, sempre sordi e ciechi agli ammiccamenti del Grande Capo, fino a quando Emanuel ha spontaneamente chiuso il suo-nostro castratissimo discorso (e io ti guardavo e ti ascoltavo ed ero fiera di te, Emanuel. Te l’ho già detto, me lo voglio ripetere anche coram populo: ero davvero straordinariamente fiera di te!). Erano rimasti in pochi, ad applaudire, non più di due o tre centinaia, ma si sono impegnati a far sentire che era un applauso di valore, sulla faccia scornata di Sacha Stawski.

barbara

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