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Diario


29 agosto 2010

“VOI EBREI”

È stato a un corso di aggiornamento, un po’ di anni fa.
Qualunque insegnante sa che quelli per i corsi di aggiornamento sono in assoluto i soldi peggio spesi nel campo dell’istruzione: quelli che vanno a insegnare agli insegnanti come si fa a insegnare, normalmente, sono o insegnanti che hanno smesso di insegnare perché non sono capaci di farlo, o persone che non hanno mai insegnato e non hanno la più pallida idea di che cosa sia l’insegnamento, di che cosa sia una classe. Dal che si può facilmente immaginare l’utilità e l’efficacia di questi corsi, ma siccome fino a pochi anni fa era obbligatorio, anche se era una colossale perdita di tempo mi toccava andarci lo stesso. Una volta è venuto un noto psicoterapeuta e docente di una nota università italiana, a insegnarci come si gestiscono i bulli e i casi difficili in generale. A parte il fatto che lui era abituato a trattare i casi singoli ed è rapidamente emerso che non aveva la più pallida idea di che cosa siano le dinamiche di classe; a parte il fatto che il suo mantra preferito era “qualunque cosa vi dica il bambino, mai scandalizzarsi, mai criticarlo, mai colpevolizzarlo, mai dirgli che ha sbagliato, mai giudicarlo”, e ogni volta che un insegnante diceva “mi è capitato così, ho fatto cosà e non ha funzionato”, evidentemente nella speranza di sentirsi suggerire dall’esperto un’idea migliore di quella che aveva avuto lui, la risposta è stata regolarmente “e ci credo che non ha funzionato, non avrebbe potuto fare una cosa più sbagliata” e non c’è stata una sola volta, in sedici ore di incontro, che abbia dato un solo suggerimento; a parte tutto questo, lo scopo principale del corso era quello di insegnarci – affinché noi potessimo poi insegnarlo ai nostri alunni – come si controllano le emozioni, e in questo campo il mantra era “non esiste niente al mondo per cui valga la pena di perdere la calma” (e anche: “Quando un bambino mi dice questo non lo sopporto, questo è insopportabile, gli rispondo non è vero, se sei vivo vuol dire che si può sopportare”. Quindi, secondo la sua ferrea logica, dato che quasi tutti sopravvivono a uno stupro, anche da bambini, ciò significa che gli stupri sono una cosa sopportabilissima). Beh, sono bastate un paio di provocazioni ben piazzate da parte di una collega per farlo sbarellare alla grande e scatenargli una vera e propria crisi isterica, con strilli da gallina nevrastenica. Ma non è di lui che voglio parlare, bensì di un’ochetta che tanto per cominciare è venuta a raccontarci che circa un terzo dei nostri scolari avrebbero problemi di apprendimento: evidentemente deve avere osservato la propria famiglia e pensato che quello che osservava lì fosse la regola. Vabbè. In compenso aveva idee formidabili per vivacizzare l’insegnamento. Ad un certo punto, per esempio (ricordo, per chi non lo sapesse, che io insegno italiano come seconda lingua a scolari di madrelingua tedesca), ha detto: “Se dovete far esercitare gli aggettivi, perché fare serie di noiosissimi esercizi? Si può ottenere lo stesso risultato facendo dei divertenti indovinelli in cui si usano, appunto, degli aggettivi. Per esempio dico: è rotonda, è di gomma, serve per giocare: che cos’è?” E io, tutta contenta di avere la risposta, ho subito cominciato ad agitarmi sulla sedia e sventolando il braccio ho gridato: “Io lo so! Io lo so! È una tetta al silicone!” Hanno riso tutti tranne lei, non ho capito perché. Ma la cosa che più mi ha disturbato di tutto ciò che è avvenuto in quei due giorni di pseudoaggiornamento, è stato il suo continuo ripetere: poi vi dico, adesso vi spiego, dopo vi faccio vedere... Era un senso di fastidio intenso, epidermico, come quando il gesso stride sulla lavagna, e ci ho dovuto riflettere per mettere esattamente a fuoco quale fosse il problema. E alla fine ho capito che era proprio l’uso del voi. E mi sono resa conto che io in classe non lo uso quasi mai; normalmente dico noi: adesso leggiamo, vediamo, facciamo, impariamo, proviamo... Perché noi, io e loro, stiamo perseguendo uno scopo comune, il loro apprendere, ed è solo lavorando insieme che lo possiamo raggiungere. Il voi lo uso unicamente quando sono arrabbiata; lo uso, per esempio, quando dopo un test andato male gli faccio la lavata di capo: voi credete di essere furbi, voi vi immaginate di poter andare avanti senza studiare, beh, vi garantisco che vi sbagliate, e di grosso, anche. Perché il voi serve unicamente a prendere, anzi, a marcare, le distanze. Il voi serve a tirare su barricate. Il voi serve a stabilire la superiorità dell’io sulla controparte. Il voi serve a manifestare ostilità. È stato in quel preciso momento che mi sono improvvisamente, per la prima volta, resa conto di che cosa realmente significhi l’espressione “voi ebrei”. Ed è stato in quello stesso momento che ho capito perché, non per ragionamento ma per istinto, io non l’ho mai usata.

barbara

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