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Diario


22 agosto 2010

FARE I CONTI CON LA REALTÀ

La pace e la realtà

Fra molti segnali di giubilo da parte americana e uno scetticismo più o meno mascherato da parte di tutti gli altri, l'amministrazione Obama ha annunciato l'inizio delle trattative di pace fra Israele e palestinesi (solo quelli di Ramallah, non Hamas che non è gradito e non gradisce) fra una decina di giorni con un vertice a Washington. La pace è naturalmente una cosa buona, ma è una prospettiva lontana. Bisogna chiedersi: al di là dell'effetto positivo sulla traballante campagna elettorale democratica per il voto di midterm di novembre, che cosa verrà davvero da questi incontri?
La speranza naturalmente è un diritto e magari un dovere di chiunque. Ma esiste un punto di equilibrio fra Israele e le istituzioni palestinesi, che continuano a educare i propri figli all'inesistenza di Israele, alla Palestina "dal fiume al mare" e all'"eroismo" dei
"martiri" terroristi suicidi? È ragionevole pensare che questo punto di equilibrio siano quei confini del '49 contro cui il mondo arabo ha fatto quattro volte guerra e i palestinesi hanno organizzato infiniti attentati e che sul piano militare mettono tutta Israele (fra l'altro Tel Aviv, Gerusalemme, l'aeroporto) a portata di razzi tipo quelli che partono ogni giorno da Gaza? È possibile distruggere gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria facendo Judenrein il nuovo stato, lasciando però in Israele le popolazioni arabe che gli sono nemiche, magari in attesa che diventino maggioranza ed elimino così lo stato ebraico? E questa "pace", non sarebbe piuttosto secondo la morale islamica una "tregua" da rompere al momento opportuno per cacciare in mare in nemici, come spiegava Arafat ai suoi sostenitori? Quanto varranno eventuali garanzie internazionali? Si è vista l'efficacia dei caschi blu in Libano... È chiaro che la trattativa sarà l'occasione di fortissime pressioni su Israele in queste direzioni. Una soluzione formale, non importa quanto realizzabile e mantenibile, è quello che tutti i "mediatori" vogliono, per poter dire che hanno avuto successo dove prima nessuno era riuscito. Ma se l'America può ritirarsi anzitempo dall'Iraq e magari domani dall'Afghanistan, lasciando ad altri il compito di raccogliere i cocci e illudendosi di non pagare il prezzo di questa ritirata, certo gli israeliani dopo una resa non potrebbero rifugiarsi al di là di un oceano.
Per chi non sia accecato dall'ideologia e veda la dimensione reale del conflitto, si tratta di problemi difficilissimi, di cui non si intravvede una soluzione equilibrata. Sullo sfondo, nel frattempo, continuano ad addensarsi il rischio nucleare iraniano, la crescita dell'islamismo, la rinascente condizione di capro espiatorio assegnata a Israele e agli ebrei in tutto il mondo, la ritirata sempre più precipitosa dell'Occidente nel teatro dello scontro di civiltà. Chi come Netanyahu ha il compito di guidare per Israele questa fase di trattative, si trova di fronte uno dei compiti politici più difficili della storia ebraica, avendo anche alle spalle un paese e un mondo ebraico profondamente diviso su temi decisivi. Come ebrei della Diaspora non possiamo che cercare instancabilmente di ristabilire la verità dei fatti contro la martellante campagna anti-israeliana. E pregare per lui.

Ugo Volli

Proprio questa mattina, riordinando l’archivio, ho ritrovato questo post di due anni e mezzo fa di Sharon Nizza, che mi sembra il miglior commento possibile ai timori di Ugo Volli, e per questo ve lo voglio proporre.


La potenza alienante del fon

Mi sono appena tagliata i capelli. Cortissimi. Non mi piacciono e non so come sistemarli. Proprio stasera che dobbiamo uscire per il compleanno di Janet a Tel Aviv, la città trendy, cool... Sono due settimane che prepariamo questa nottata pazza, all'insegna del cuccaggio e io mi trovo con sto capello... Smanetto il fon, provo con le forcine... Anna ci deve passare a prendere da Mevasseret, sono in ritardo... e ci si mette pure sto capello. Telefono squilla e squilla, non rispondo perché devo sistemare il capello. Squilla. Rispondo. Alessandra "Che vuoi???". "C'è stato un attentato, non le senti le ambulanze?". È vero, ambulanze, elicotteri. Il fon mi aveva isolata dal mondo, sovrastando radio e rumori esterni. Non si sa ancora cosa sia successo esattamente. Accendo tv e computer. 6, 7, 8 morti, minimo, non si sa ancora. Anzi, come dicono sempre gli israeliani: 10 morti. Poi si scopre che 2 sono i terroristi. Sono entrati in fretta e soprattutto furia e hanno sparato ovunque. Almeno 10 feriti in condizioni tragiche. I terroristi erano 2 o forse 3, avevano anche delle cinture esplosive. Due sono stati uccisi, uno sembra sia scappato, non si sa dove. La Yeshivat Harav, la scuola di studi ebraici fondata da Rav Cook, il cuore dell'ebraismo sionista gerosolomitano, si trova vicino all'entrata della città. Vietato avvicinarsi. Come ci andiamo ora a Tel Aviv? Ma la voglia di festa sta passando. La televisione trasmette immagini da Gaza: sparano al cielo, suonano il clacson all'impazzata e gridano urla di gioia sul sangue israeliano.
"Benediciamo l'azione di Gerusalemme e ce ne saranno altre di questo genere" dichiara il braccio armato di Hamas. I gruppi terroristici, che generalmente fanno a gara ad addossarsi la responsabilità di attentati, non rivendicano ancora niente. Strano. Ecco, dicono ora che il terrorista a quanto pare era uno solo ed è stato ucciso.
A Gaza festeggiano, anche noi dovevamo festeggiare. Ma la voglia è passata del tutto. Il capello alla fine, dopo tutti gli smaneggiamenti, stava pure messo bene. Mi sento decisamente stupida e futile. Ultimo aggiornamento: l'attentatore proveniva da Gerusalemme Est.

6/3/2008



Ecco, il terrore, la morte, nella quotidianità degli israeliani irrompono così. E dall’altra parte del confine ogni mattanza di ebrei viene festeggiata. L’incoscienza con cui Obama e i suoi accoliti affrontano queste situazioni – sempre che di incoscienza si tratti, e non di peggio – potrebbe far sorridere, se non fosse che le conseguenze di tale incoscienza la pagheranno, sulla propria pelle – anzi, con la proprio pelle, un infinito numero di israeliani innocenti.

                                                    

barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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