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Diario


31 marzo 2010

LA DONNA CHE RINUNCIÒ A FARSI SALTARE IN ARIA

È un po’ lungo, ma avrete tutto il tempo per leggerlo con calma e meditarci sopra.

Arin, kamikaze che non vuole morire



Vent'anni e dieci chili di esplosivo addosso. Aveva da fare solo un ultimo gesto. Ma in quel momento ha scelto di vivere. "Ho visto una signora israeliana spingere un carrozzina con dentro un bebè, in quell'istante mi sono fatta mille domande: ho io il diritto di togliere la vita ad un neonato? e quale è la delega che mi avrebbe dato Allah per uccidere? E poi le mie dita, come pietrificate, non hanno voluto pigiare quel bottone". Così Arin Ahmed, una donna kamikaze palestinese, ricorda oggi gli ultimi istanti che le hanno fatto rinunciare di portare a termine la missione di morte per la quale era stata inviata, sette anni fa, in una cittadina a sud di Tel Aviv. Arin è uscita di recente da un carcere israeliano, dopo sette anni di reclusione. Gli anni del carcere le hanno fatto cambiare idea. Oggi Arin crede nel dialogo con Israele e vorrebbe fare l'attivista di pace. Detesta "quelli di Hamas" che l'hanno accusata di vigliaccheria: "Nessuno ha il diritto di biasimarmi, è stata una scelta che ha riguardato la mia vita". L'articolo che segue è stato scritto poche settimane dopo i fatti avvenuti.

di Jean Paul Mari

È un bel giorno per morire. Il cielo è azzurro, l'aria primaverile già calda e stormi di uccelli cantano sugli alberi del parco. Arin Ahmed sente sul corpo il peso dell'esplosivo chiuso nei sacchetti di plastica. Sotto un pergolato, alcuni pensionati ebrei russi giocano a carte, altri a scacchi. In rue Rothschild, accanto alla banca Discount, la giovane donna osserva passare tanta gente comune, adolescenti, mamme coi bambini per mano. Non sa nulla del celebre barone al quale è dedicata la via che lei sta ora percorrendo. Non conosce i marciapiedi di Rishon-Le Zion, tranquilla quanto squallida periferia di Tel Aviv. Non sa neppure in che città si trova. Quelli che l'hanno portata qui, le hanno semplicemente detto che si trovava "nel punto giusto". Arin cerca con lo sguardo Issam, l'altro kamikaze, un ragazzo di 16 anni con i capelli tinti di biondo, vestito di nero dalla testa ai piedi. Le hanno ripetuto più volte che deve soltanto aspettare che Issam si faccia saltare in aria, aspettare che arrivino le ambulanze e la polizia, i volontari, i curiosi e i parenti affranti. Aspettare che ci sia abbastanza gente. Poi non dovrà fare altro che tirare con forza la cordicella collegata al detonatore e alla decina di chili di esplosivo fissati sotto la camicia. È indubbiamente un bel giorno per morire. E per raggiungere Jad, il suo grande amore, morto combattendo contro Israele. Finito tutto, potranno finalmente ritrovarsi nel paradiso dei martiri. E mai più nessuno potrà separarli. Con la mano stretta sulla cordicella, Arin osserva la folla, gli anziani pensionati, le donne che spingono la carrozzina. Pensa alla ragazza israeliana, sua coetanea, che le ha scritto alcune lettere. Mercoledì 22 maggio: il cielo è d'un azzurro luminoso e lei ha 20 anni. No, non è un bel giorno per uccidere. In un attimo, Arin decide di rinunciare alla sua missione.
A Betlemme, Najah, sua zia, è in preda all'agitazione. Arin è uscita al mattino per andare all'università. Poi doveva passare dall'estetista, riprendere le lezioni e tornare a casa prima delle 16. Sono già le 18: due ore di ritardo, non è da lei. Di solito Arin non nasconde nulla a Najah, giovane insegnante di matematica di 35 anni, donna saggia, velata e affettuosa. Non si è mai sposata per potersi occupare al meglio di Arin, che ha perso il padre da piccola e la cui madre è rimasta in Giordania. Najah è un modello per Arin: una zia ma anche una sorella, una madre e persino un padre, severo quando occorre. Arin vorrebbe viaggiare come lei, andare in Egitto e in Giordania, ma per il momento si accontenta di prenderne in prestito i libri e confidarle i suoi segreti. Arin aveva sogni da ragazza saggia. Innanzitutto di completare gli studi di economia e commercio iniziati nella scuola secondaria evangelica luterana, un istituto privato, decisamente caro ma con una grande reputazione. Poi lavorare, prendere la patente, guadagnare dei soldi e vivere la propria vita.
Arin era laica, non portava il velo e vendeva prodotti di bellezza per raggranellare qualche soldo. Parlava l'arabo, l'ebraico e il tedesco, discuteva in inglese con lo zio Omar, ingegnere meccanico formatosi a Long Beach, in California, e adorava usare il suo PC per navigare in Internet, mandare e-mail ai suoi corrispondenti stranieri e israeliani. La sua vita era inquadrata, fra Najah, le altre due zie, la nonna un po' autoritaria e lo zio Omar. Ma l'Intifada sconvolge tutto.
Un giorno Najah si vede arrivare Jad Attallah, 26 anni, che chiede la mano di Arin, con la quale esce da più di un anno e mezzo. Jad vive nel sinistro campo di rifugiati di Dheisheh. È alto, impettito e serio, fin troppo serio dietro quel suo paio di occhiali d'acciaio. A 13 anni, durante la prima Intifada, aveva scagliato pietre contro i soldati israeliani ed era stato colpito alla testa da un proiettile di metallo avvolto nella plastica. Da allora soffre di disturbi alla vista, forti emicranie e un odio feroce nei confronti delle "forze d'occupazione". Come il fratello più giovane, Zeid, assediatosi nella Chiesa della Natività di Betlemme, catturato e poi espulso verso Gaza. Ufficialmente Jad lavora come sarto a domicilio, in realtà vive solo per le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa. È un soldato, un combattente più propenso all'azione che alla politica. Najah lo sa e si oppone al matrimonio. D'altro canto, anche il padre di Jad ha rinunciato a seguire il figlio, che un giorno verrà sicuramente arrestato o ucciso. Cosa potrebbe mai offrire ad Arin se non un futuro come moglie di un detenuto o vedova di un martire? Da allora i due ragazzi si amano di nascosto. In modo assolutamente casto, ovviamente. Nei campi della Palestina non si scherza con l'amore. Quando Arin chiede a Jad di rinunciare alle sue attività, lui le risponde: "Ormai è troppo tardi".
Qualche settimana più tardi, Jad muore a bordo della sua automobile. Trasportando degli esplosivi, sostiene il Shin Beth (i servizi di sicurezza israeliani, ndr), polverizzato da un razzo lanciato da un elicottero, affermano al campo di Dheisheh. È l'8 marzo. Najah non osa dirlo ad Arin, le chiede semplicemente di ascoltare il notiziario di mezzanotte. Arin si mette a urlare, pazza di rabbia e di disperazione: grida che non è vero, vorrebbe uscire in piena notte, per correre da Betlemme a Dheisheh nonostante il coprifuoco. All'alba, Najah l'accompagna all'ospedale Hussein de Beit-Jala. L'impiegato dell'obitorio non vorrebbe far entrare quelle donne, ma Najah insiste per farsi aprire la cella frigorifera dove si trova il corpo bruciato di Jad, coperto da un telo di plastica. "Abbiamo pregato per due ore, in silenzio", dice Najah. I funerali si tengono il giorno stesso, al "cimitero dei martiri", all'ingresso di Dheisheh, su un pezzo di terreno offerto da un abitante del campo, che per questo ha sacrificato la sua futura casa. Il cimitero è un cantiere permanente, con 25 tombe recenti, coperte di fiori, e una quindicina di fosse supplementari, già rivestite di cemento, per le future vittime. Sulla lapide, davanti alla tomba di Jad, una citazione del Corano: "Non crediate che gli uomini caduti in combattimento siano morti, sono sempre vivi nel nostro grande paradiso".
Quel giorno vengono seppelliti altri tre attivisti, in mezzo a un'enorme folla. Secondo la tradizione, il sangue dei martiri è profumato. Arin afferra il sudario verde e rosso e lo allunga a Najah: "Guarda, senti, è sempre con noi". È l'ora del coprifuoco. I soldati israeliani sparano in aria per disperdere la folla. Najah e Arin ci mettono due ore per evitare i checkpoint e percorrere il labirinto di qualche chilometro che le riporta a casa. Alla sera, Arin vuole dormire da sola, "per piangere, sognare e ricordare". È una bambina, con un grande sorriso infantile, che può nascondere una profonda tristezza e Najah è preoccupata, perché la vede sempre più silenziosa. Il nuovo coprifuoco imposto dalle truppe israeliane dura trentanove giorni di fila. L'intera famiglia rimane segregata, attaccata al telefono e alle informazioni delle televisioni locali. Fuori i latrati dei cani risuonano nelle strade deserte. Arin piange nel vedere che nessuno può più appendere il ritratto di "Jad, il combattente martire" sui muri del quartiere, come vuole la tradizione. La ragazza passa il tempo con un libro di cucina, preparando dolci.
Due settimane dopo, riceve una drammatica telefonata dalla sua migliore amica: suo zio, un cristiano di 45 anni, è sceso ad aprire il garage, i soldati hanno aperto il fuoco e lui è rimasto ucciso sul colpo. Arin, sconvolta, è costretta a fare le condoglianze per telefono. Najah assiste impotente mentre Arin sprofonda sempre più nella disperazione. Le propone allora di partire per la Giordania, per cambiare vita: Arin accetta. Poi avviene una violenta lite familiare, con la nonna esasperata che esige la verità su Jad. Ma Arin si rifiuta di parlare: "State fuori dalla mia vita", si impunta. E poi passa quasi a una minaccia: "Vi spezzerò il cuore".
Tornata all'università, Arin rivede Alì al-Mograbi, un attivista del Tanzim. Fra studenti si discute di politica, si parla anche di Jad. Improvvisamente Arin si lascia sfuggire: "Voglio morire da martire". Non si può dire una cosa del genere a un tipo come Alì, che appartiene a una cellula terroristica come molti membri della sua famiglia, da quando uno dei suoi fratelli è stato assassinato dai soldati israeliani. Quando un emissario dell'Autorità palestinese è andato a trovare il padre dei ragazzi, per chiedere loro di cessare le attività armate, il vecchio ha risposto: "Che cosa posso dire a degli uomini che hanno deciso di vendicare la morte del fratello?". Arin ha gridato che vuole morire, come prova d'amore nei confronti di Jad. La ragazza sa che non verrà chiamata al suicidio prima di tre o quattro mesi, il tempo necessario per la preparazione. Si sente libera. Non sa che si è appena distrutta la vita.
Quattro giorni dopo, un mercoledì, Alì aspetta Arin all'ingresso della facoltà: "È per oggi. Congratulazioni!". Frastornata, la ragazza lo segue. In un appartamento segreto, compie le sue ultime abluzioni, si infila gli abiti religiosi e registra la "tradizionale" videocassetta dei futuri martiri. Riceve poi la cintura carica di esplosivo e conosce Issam, 16 anni, il secondo kamikaze. Gli attivisti hanno fretta di combattere la politica di Sharon e di dimostrare che l'occupazione dei territori non può mettere fine al terrorismo. Arin è stata certamente aggiunta alla missione all'ultimo minuto, per aumentarne l'impatto. La loro guida verso Israele si chiama Ibrahim Sarahna, un antiquario di Dheisheh. Sposato con un'israeliana di origine russa, può circolare fuori dai territori e per questo servizio viene ampiamente retribuito. Ibrahim mostra loro il veicolo col quale li condurrà sul luogo dell'attentato: una vettura rubata, senza freni, che mostra di aver avuto già qualche incidente: un rottame che rischia di fermarsi da un momento all'altro. Arin è scioccata: evidentemente la sua vita non vale un granché. Arrivati a Rishon-Le Zion, Ibrahim sceglie un punto per Issam e deposita Arin un po' più lontano. Le rimedia un walkie-talkie e un numero in codice in caso di emergenza. Poi sparisce. Arin si ritrova a camminare lungo il marciapiede di una città che non conosce. Improvvisamente è come se si levasse un velo: l'esplosivo, la videocassetta, il suo suicidio, la morte degli innocenti e l'ulteriore sangue che ne scaturirà... Non può essere lei! Tra una frase senza ritorno, gettata lì quasi per caso ("Voglio morire..."), e quel marciapiede, Arin non ha avuto tempo per respirare o per pensare, presa in un turbinìo che le dà le vertigini. Prende il walkie-talkie e compone il numero in codice. Dall'altra parte la voce di Ibrahim l'autista, dapprima sorpreso, che cerca di convincerla a continuare nella sua missione: "Non puoi tornare indietro. Per Jad, per vendicare la sua morte, per ritrovarlo nel grande paradiso di Allah dove ti sta aspettando. Sarai una delle poche donne che sono riuscite a trasformarsi in bombe umane. Diventerai un'eroina per il tuo quartiere, la tua città, il tuo popolo! Pensa a Jad, pensa a lui che ti sta aspettando! E vai avanti!". Non serve a nulla, Arin dice di no. Ritrova Issam, a 200 metri di distanza, e gli annuncia la sua decisione. Di colpo molla anche lui, richiama Ibrahim e gli chiede di riportarlo a Betlemme. Ibrahim non osa prendere una simile decisione e gli dà il codice di uno dei capi della cellula. Nuova chiamata, nuovo tentativo di persuasione, nuovo rifiuto. Alla fine Ibrahim e la moglie tornano a prenderli con la loro macchina. La missione è fallita, lui è furibondo. Ma Issam, 16 anni, era stato lungamente preparato a morire. Quando l'auto sta per ripartire, chiede a Ibrahim di farlo scendere. Arin non l'ha visto vagabondare nel pergolato, vicino ai giocatori di scacchi fino alle 21, in attesa del momento più propizio. Al momento dell'addio, lei si è limitata a dirgli: "Perdonami. Ho troppa paura. Salutami tutti quelli che incontrerai là in alto...". Stava pensando ancora a Jad.
"Come fate a convincere una persona normale a farsi saltare in aria?", ha chiesto un giorno un avvocato al suo cliente, responsabile di tante operazioni suicide. L'altro ha puntato un dito sul petto: "Dentro di te, c'è un'altra persona pronta a fare 'quello'. Il mio lavoro consiste nel tirare fuori quella persona". La spaventosa esplosione ha provocato tre morti e 27 feriti, di cui quattro in gravissime condizioni. Una delle vittime è un ragazzo di 16 anni, come Issam. Quelli che conoscono gli attentati kamikaze sanno che la cintura di esplosivi piena di chiodi dilania il corpo dell'attentatore ma spesso ne scaraventa la testa ancora intatta a parecchi metri di distanza. Hanno identificato Issam grazie ai vestiti neri e ai capelli tinti di biondo.
A Betlemme, Najah tira un profondo sospiro di sollievo quando vede tornare Arin, pallida come un cencio. Najah l'assale di domande, ma Arin mormora di essere stanchissima e si rifiuta di parlare. Il giorno dopo, Najah si occupa della madre e Arin torna all'università. Dentro l'organizzazione di Ali al-Mograbi la discussione si fa accesa. C'è chi vorrebbe giustiziare Arin, per evitare che possa parlare, ma uno dei fratelli Mograbi si oppone: "Non siamo dei criminali!". Verranno poi tutti arrestati. Ibrahim Sarahna e la moglie russo-israeliana vengono seguiti e localizzati in un albergo israeliano, dove tentavano di nascondersi. Il loro arresto dà origine a una situazione incredibilmente complicata, che vedrà coinvolto anche il Shin Beth. Dapprima, infatti, si pensa di aver arrestato Ibrahim Sarahna, nato a Sheisheh, collaboratore d'Israele e sposato con Marina Pinsky, un'ebrea russa. Peccato che la coppia si fosse separata e che l'uomo fosse del tutto innocente, visto che era già in prigione per il furto di un'automobile. Poi ci si rende conto di aver catturato un altro Ibrahim Sarahna, un omonimo, nato nello stesso posto e sposato con una russa ortodossa di nome Irena Polychuk, un'ex prostituta che avrebbe "usurpato" l'identità di Marina Pinsky per emigrare in Israele! Il "falso" Ibrahim viene discolpato, mentre il "vero" Ibrahim non resiste a lungo alle domande del Shin Beth.
Per Arin è tutto molto più semplice. È un altro mercoledì nero: alle cinque del mattino Najah vede la casa circondata da una trentina di militari. "Eccoli che arrivano", esclama Arin. "Chi sono? Che cosa vogliono?", chiede Najah, esterrefatta. "Sono venuti a prendermi". Najah crede a un errore, a uno sbaglio nella lettura del documento di identità. I militari prendono Arin, ancora in pigiama, le bendano gli occhi e le legano le mani dietro la schiena per poi spingerla dentro un'auto blindata. Dapprima prelevano anche Nahel, il cugino di Arin, che viene però subito rilasciato. A bordo del veicolo, Arin gli chiede: "Ma ci uccideranno? Vogliono torturarci?". Una volta giunti al Russian Compound, la prigione di Gerusalemme, le guardie che la interrogano non hanno nessun problema a farsi raccontare l'intera vicenda.
Un mese dopo, un uomo in abito scuro e cravatta bussa alla porta blindata del Russian Compound. È nato in Iraq, i suoi compagni l'hanno sempre chiamato Fouad, ma è meglio conosciuto con il nome di Benyamin Ben Eliezer, attuale ministro israeliano della Difesa. Accompagnato dal responsabile dello Shin Beth, ha deciso di cercare di comprendere il meccanismo umano che sta alla base dei gesti dei kamikaze. In una sala ammobiliata, le guardie accompagnano un giovane dall'aria inflessibile, arrestato poco prima di entrare in azione. Era stato arruolato sei mesi prima dalla Jihad islamica. Leggermente infastidito, il ministro lo ascolta mentre parla della gloria di morire come martire, uccidendo degli ebrei e liberando la Palestina, dell'ordine categorico di Allah e della ricompensa che attende i Puri in Paradiso. Poi è la volta di Arin. "Perché volevi suicidarti?", le chiede il ministro. "Avete ucciso il mio ragazzo". "Vivevate insieme?". "Oh no, certo che no! Non si può in una società come la nostra". "E volevi uccidere degli ebrei per vendicare la sua morte?". "Non lo so che cosa volevo fare. Ero rimasta ferita e provavo una forte rabbia". Poco a poco il vecchio ministro combattente d'Israele, ma anche gli agenti del Shin Beth che la interrogano, vengono conquistati dall'intelligenza di Arin, dalla sua freschezza e dal suo sorriso. A un certo punto il ministro le chiede: "Che cosa faresti se venissi rilasciata?". "Andrei a vivere in Giordania da mia madre, per continuare i miei studi e la mia vita". Il ministro la saluta e si alza per dirigersi verso l'uscita. Ma Arin lo ferma. Sa che il tribunale militare che l'aspetta, a differenza del tribunale civile, terrà in considerazione solo il fatto che aveva intenzione di commettere un attentato suicida. E sa anche che potrebbe essere condannata a decine di anni di prigione. Con le lacrime agli occhi, supplica il ministro: "Che cosa ne sarà di me? Non voglio che la mia vita sia rovinata per sempre. Non ho fatto niente. Ci ho rinunciato. Non l'ho fatto! Non dimenticatelo, per favore. Lasciatemi uscire di qui". Il ministro la guarda in silenzio, poi osserva gli uomini del Shin Beth presenti nella sala. I testimoni affermano che niente sul suo volto lasciava presagire cosa stesse pensando in quel momento. Ma tutti lo sentono pronunciare queste poche, precise parole: "Kul wahad wanasibuhu". Che tradotto dall'arabo significa: "A ciascuno il suo destino". (Repubblica Donne, luglio 2002)



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