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Diario


21 marzo 2010

I BEI TEMPI PRIMA DELLA PACE

È il titolo di un curioso articolo del giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh, apparso sul Jerusalem Post a gennaio del 2010.
Ne diamo una traduzione riassuntiva, perché è sicuramente un punto di vista ‘diverso’ del processo di pace. Buona lettura!

Molti Ebrei e Arabi da queste parti rimpiangono i bei tempi quando non era ancora iniziato il processo di pace in Medio Oriente – prima che Yasser Arafat e l’OLP ritornassero in Cisgiordania e nella striscia di Gaza dopo aver firmato gli accordi di Oslo. È giunta l’ora di gridare a gran voce che questo processo di pace è stato disastroso per entrambi i popoli. Non vi siete mai accorti che sono stati uccisi molti più Ebrei ed Arabi dopo gli accordi di Oslo che nel periodo compreso fra il 1967 e il 1993? Il processo di pace, che qualcuno definisce sarcasticamente “processo di guerra”, è fallito - e bisogna prenderne atto.
Non è possibile firmare la pace fra Palestinesi ed Ebrei, non nell’immediato futuro.
Il divario fra le due parti non si è ridotto, e nessuno dei due si fida dell’altro.
Quindi invece di parlare di “risoluzione del conflitto”, dovremmo parlare di “gestione del conflitto”, e tentare di spingere entrambe le parti a gesti di buona volontà.
Israele ad esempio potrebbe allentare le restrizioni, bloccare l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e migliorare le condizioni di vita dei Palestinesi. I Palestinesi dal canto loro potrebbero fermare le violenze e la propaganda contro Israele e dedicarsi alla costruzione di istituzioni governative e di un’infrastruttura forte per il futuro stato palestinese. In ogni caso si dovrebbe mantenere bassa l’intensità del conflitto nella speranza che possa avere effetti benefici su entrambe le parti.
Prima che il processo di pace iniziasse, chi viveva in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza poteva alzarsi la mattina, prendere la macchina e andare in qualunque parte all’interno di Israele. Solo di rado si sentivano notizie di terroristi suicidi e autobombe. Non venivano sparati missili su Israele né dalla Cisgiordania né dalla Striscia di Gaza, e circa 200.000 Palestinesi venivano a lavorare tutti i giorni in Israele. Non esisteva una barriera di sicurezza (né tantomeno un muro) fra Cisgiordania e Israele. Non c’erano milizie armate come le Brigate dei Martiri di al-Aqsa o il Battaglione al-Quds per le strade delle comunità palestinesi. I Palestinesi avevano accesso alle loro terre e alle loro fattorie in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Migliaia di mercanti palestinesi dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza ogni giorno raggiungevano Tel Aviv o altre città israeliane per le loro attività. […] A quell’epoca infatti non c’erano posti di blocco permanenti fra la Cisgiordania e la striscia di Gaza, dato che sono stati creati soltanto quando erano ormai strettamente necessari.
Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania poi c’era una sola forza di polizia, i Palestinesi sapevano a chi rivolgersi e non dovevano districarsi fra dozzine di forze di sicurezza create dall’OLP dopo gli accordi di Oslo. Migliaia di Ebrei erano soliti recarsi nelle città e nei villaggi palestinesi, specialmente nei fine settimana, per comprare verdura a basso costo o assaggiare le specialità locali come il kebab o l’hummus. Gli Ebrei spesso si facevano riparare le macchine a Gaza o in Cisgiordania, e andavano dal dentista a Qalqilya, Betlemme e Jenin.
I Palestinesi non avevano bisogno di un permesso speciale per entrare in Israele. Gerusalemme era aperta a tutti i Palestinesi e l’OLP aveva molti uffici in città. I Palestinesi potevano muoversi in lungo e in largo per Israele e anche ottenere la cittadinanza se si sposavano con un cittadino israeliano.
Abbiamo quindi raggiunto il punto in cui molti Arabi ed Ebrei affermano - con sarcasmo - di rimpiangere i “bei vecchi tempi prima della pace”. Traduzione di Davide Meinero

Ecco, fra tanti che, vicini o lontani dalla scena degli eventi, si dilettano a raccontare balle stratosferiche, abbiamo la fortuna di trovare ogni tanto perle come questa: un arabo onesto, che vive in loco, che vede quello che c’è da vedere, e capace di calcolare che due più due fa quattro. E con il coraggio di dirlo.


barbara

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