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Diario


13 marzo 2010

ASSEMBLEA DI FACOLTÀ

Ovvero

come shekerare quattro stronzate

Simona Cantoni impiegò mezzora a vestirsi, dopo aver speso più di un’ora al bagno, fra doccia, capelli e trucco. Per quanto le costasse ammetterlo, questo era un segnale inquietante. Un campanello d’allarme. Un avviso subliminale. Il suo inconscio stava prendendo decisioni che lei era ben lungi dal condividere. Meglio, che lei respingeva con fermezza.
Chi era mai questo Alessandro per meritare una simile liturgia propiziatoria?
Nessuno. Meno di nessuno.
E allora perché si comportava come un’adolescente al primo appuntamento?
Tranquilla, è per sentirmi in controllo. Che non creda di avere a che fare con una che gli pende dalle labbra solo perché è carino e all’università gli sbavano tutte dietro. O magari perché va come un treno a medicina, ha mille interessi, gira su una BMW decappottabile e ha un tono di voce… Dio, che tono di voce!
Smettila, sei una stronza! Non te ne frega niente di lui!
Si dette un ultimo ritocco al lucido delle labbra, un ultimo colpo di spazzola e si fissò allo specchio con aria convinta.
Non fare la stronza Simona. O quanto meno…
Come, quanto meno…?
Ho detto non fare la stronza, punto e basta!
Al suono del citofono però, il cuore le batté forte.
“Io esco,” gridò quando era già sul pianerottolo, “torno tardi!”
Alessandro l’aspettava in macchina.
“Ti va di mangiare qualcosa?” le chiese, sporgendosi per darle un bacio sulla guancia.
“Conosci un posto carino?”
“A Castel Porziano. Pesce e musica dal vivo. Praticamente sulla spiaggia.”
Parlarono di tutto, lungo la strada, come parlano due ragazzi che si studiano. Senza lasciarsi andare più di tanto. Attenti alle domande, attenti alle risposte.
Di vista si conoscevano da una vita ma era la prima volta che uscivano insieme.
Un paio di giorni prima lui aveva preso l’iniziativa in un modo che a lei era parso intrigante.
“Cerco qualcuno che non mi conosca” le aveva detto, “perché ho voglia di raccontarmi.”
Lei aveva sorriso.
“E chi ti fa pensare che a qualcuno interessi il racconto?”
“Beh, in realtà non è che lo penso. E’ solo la prima cosa che mi è venuta in mente. Quando scriverò un libro sull’arte del rimorchio, comunque, ce la metterò dentro perché pare funzioni. Il primo passo l'ho già fatto.”
Questa volta lei aveva riso e lui aveva assaporato con discrezione un senso di trionfo.
La trattoria era semplice. Una veranda sul mare. Pochi tavoli. Poca gente. Poca luce.
Un cantante da piano bar creava un sottofondo musicale.
“Ci metterai anche questa trattoria nel tuo libro?”
“Dipende. Te lo dico domani… Quel libro conterrà solo strategie vincenti.”
Due spaghi, un bicchiere di vino e già l'atmosfera si era fatta confidenziale.
Ora parlavano di tutto, a ruota libera.
Studio, viaggi, libri, cinema, pittura. Si confrontavano, scoprendo passioni e avversioni in comune.
“Devi assaggiare gamberi e calamari. Qui sono spaziali!”
“Quelli no, non li mangio. Né crostacei né frutti di mare.”
“E invece li devi assaggiare. Non te li puoi perdere...”
“Non posso. Sono ebrea. Sai cacheruth, norme alimentari...”
“Fantastico! Spiegami meglio.”
Parlarono di religione e di tradizioni. Di senso di appartenenza e di retaggi identitari. E poi ancora di minoranze e di società multietniche.
In macchina si baciarono e rimasero a lungo a chiacchierare, sulla banchina deserta.
“Ho una villa, qui vicino... Potremmo andarci.”
Lei gli pose un dito sulle labbra.
“Non avere fretta...” disse e lui sembrò cogliere in quelle parole più una promessa che un rifiuto.
Sotto casa si baciarono ancora.
“Domani abbiamo assemblea di facoltà. Ti passo a prendere alle otto.”
Lei sorrise di tanta sicurezza, ma lo baciò sulle labbra e scese dall'auto.
Quando arrivarono in facoltà, la mattina dopo, l'aula magna era in fermento.
Mancava un'ora all'assemblea e fervevano i preparativi. Piccoli gruppi discutevano dell'impostazione dei lavori, alternando alterchi e risate. Altri si dedicavano agli impianti tecnici.
“Uno, due, tre, prova. Uno, due, tre, prova.”
Alessandro si trovava come a casa sua. Passava da un gruppo all'altro, scambiando battute e discutendo documenti.
Simona invece si era seduta ad uno degli ultimi banchi in cima all'anfiteatro ed osservava con distacco quell'animazione.
Odiava le assemblee. Passavano per uno strumento di democrazia diretta e ne erano invece l'antitesi spaccata.
Una minoranza di attivisti che si arrogava il diritto di rappresentare una maggioranza distratta. Tutta gente che si beava delle proprie parole.
Falla finita, non sei qui per fare politica! Se questi si divertono cosi, a te che te ne frega?
Tirò fuori il testo di diritto penale e si mise a ripassare.
Alessandro ogni tanto le si avvicinava.
“Tutto bene?”
Bene un cazzo! Non so che ci sto a fare in mezzo a questi coatti!
“Certo, tutto bene. Stai tranquillo, sto ripassando. Ho l'esame fra quindici giorni...”
Si concentrava sul testo, sollevando di tanto in tanto lo sguardo sull'aula che si andava riempiendo.
Gli oratori avevano preso posto sul palco. Alessandro era fra loro, con il microfono in mano.
Questo ci crede proprio! Scommetto che ci mette pure questa cazzo di assemblea nel suo libro.
Si concentrò ostinatamente sul testo di penale, per non sentirsi parte della sua esibizione.
“La nostra facoltà è chiamata ad essere l'anello di una lunga catena” stava dicendo lui, “una catena che unisce le forze progressiste in tutto il mondo, dentro e fuori le università. Una catena che col suo peso morale e l'incisività dei suoi richiami può riuscire lì dove hanno fallito le politiche degli stati e delle organizzazioni internazionali...”
Ma chi si crede d’essere, Bruce Willis pronto al salvataggio del pianeta...?
Sorrise immaginandoselo dentro una tuta spaziale, il casco sotto il braccio, ma chiuse il libro e si mise ad ascoltare.
“... la libera scelta di ognuno di noi è poca cosa. Ma se queste scelte divengono univoche, si trasformano in un'arma potente. Compagni, appropriarci di quest'arma non è più un'utopia, è qualcosa che dipende da noi, da ognuno di noi... E sono proprio loro con i loro crimini, con la loro superbia, con la loro apartheid che ci hanno dato la necessaria compattezza. Il sangue di Gaza è la ragione della nostra coesione internazionale. E' la ragione della nostra determinazione...”
Applausi.
Pugno allo stomaco.
Di che diavolo stai parlando...?
“Noi siamo chiamati a boicottare Israele per ristabilire la giustizia negata. Per dare una voce a chi non ha voce. Per dare una terra a chi ne è stato spoliato ed una patria a chi ne è stato cacciato. Compagni, dobbiamo fare terra bruciata intorno al sionismo razzista. Chiudere le porte della collaborazione internazionale ad uno stato che fa dell’apartheid la propria strategia. Tenere fuori da ogni scambio culturale chi con le proprie lobbies inquina la politica mondiale...”
Brutto bastardo, pezzo di merda.
Simona raccolse le sue cose, decisa ad andarsene.
Sei una stronza. Ci voleva tanto a capire di che pasta era fatto?
Stronza un cazzo. E' lui che è un verme. Che mi ci ha messo a fare in questa situazione di merda?
“... è per questo” stava dicendo lui “che cedo ora la parola a Mahmet Huseyin del Comitato Palestinese per il Boicottaggio di Israele.”
Simona aveva già raggiunto la base dell'emiciclo, ma qualcosa la trattenne.
Io non scappo. Non te la dò questa soddisfazione.
Sei pazza? Vattene che e meglio...
No, non me ne vado! Voglio vedere dove sono capaci di arrivare.
Sedette di nuovo.
“... ogni rifiuto di un prodotto israeliano” stava dicendo il palestinese “sarà la pietra di una nuova intifada che ci condurrà alla vittoria sul nemico sionista...”
Il delegato non fece sconti e riversò sull’assemblea le sue feroci invettive contro Israele, il sionismo e gli ebrei.
Simona sopportò tutto stoicamente, fino a quando Mahmet non superò il segno.
“... è un nemico subdolo e feroce. Ci ruba la terra, ci ruba le case, ci ruba il futuro. E adesso ci ruba anche gli organi dei nostri bambini e dei nostri prigionieri. Li uccide per appropriarsene e per farne commercio...”
Applausi.
Simona alzò la mano.
“Voglio intervenire” gridò.
Che fai? Sei pazza? Vuoi farti sbranare da questi scalmanati?
“Al tempo compagna. Il dibattito con la platea è previsto al termine degli interventi, se ce ne sarà il tempo.”
“Ah, si?” gridò Simona. “E questo chi lo dice? In un dibattito democratico chi partecipa ha lo stesso diritto di intervento di chi sta in cattedra!”
“In un dibattito democratico” cercò di zittirla il compagno sul palco, facendosi forte del microfono che impugnava, “ci sono tempi e regole da rispettare.”
“Tu stai solo rispettando la casta dei cattedratici e dei presunti leader. Fai parlare anche il popolo degli sfigati!”
L'emiciclo cominciò a vociare e qualcuno sul palco comprese da che parte stesse girando il vento.
“Fate parlare la compagna. Lasciatele fare il suo intervento.”
Simona salì sul palco mentre il cuore le pulsava in circolo adrenalina a gogò.
Voglio vedere adesso che gli dici. Tu devi essere completamente suonata.
Lo so io quello che gli dico. Brutti stronzi, bastardi di merda...
Afferrò il microfono e volse lo sguardo verso la platea. Un silenzio inconsueto. Un'attenzione inconsueta.
“Compagni, oggi abbiamo chiamato sul banco degli imputati Israele. Abbiamo istruito un processo, accusandolo dei crimini più efferati. Ma se questo è un processo, chi parlerà per l’accusato? Chi ne prospetterà le attenuanti? Chi chiamerà in giudizio i correi che si sono macchiati di colpe e di crimini altrettanto gravi?”
La platea cominciò a rumoreggiare confusa, mentre sul palco gli oratori si scambiavano occhiate perplesse.
“Se mettiamo Israele sotto accusa, perché facciamo salva la Russia per le stragi in Cecenia? E il Sudan per il genocidio in Darfour? E la Turchia per la repressione dei Curdi? E la Cina per il Tibet…? E dov’è Hamas che ha prima massacrato quelli del Fatah e poi ha provocato scientificamente la reazione degli israeliani, con la sua pioggia di razzi sui civili. E già che ci siamo, perché non parliamo anche di scudi umani, di bombe negli autobus, di oppressione sulle donne islamiche.”
“Questa è una provocazione…” cominciarono a gridare dall’emiciclo .
“No, non è una provocazione. E’ un invito a ragionare… Per quale motivo sempre e solo Israele è sul banco degli imputati?”
“Buttatela fuori!”
“Calma, compagni. Calma, non cadiamo nella sua provocazione!”
Simona col microfono in mano si sentiva ormai come John Wayne a Fort Apache.
“Io non provoco nessuno. Sono qua per parlare in difesa di uno stato che con l’haparteid non ha nulla a che fare.”
Fuo-ri. Fuo-ri. Fuo-ri.
L’aula magna era ormai una bolgia ma Simona non demordeva.
“Israele è l’ebreo della scena internazionale,” gridava, “per lui vale una legge che per gli altri non vale. E’ sempre e comunque colpevole, anche quando agisce per difendersi, anche quando sopporta l’insopportabile. I razzi di Hamas sono brutali quanto la reazione che provocano, ma qual è la causa e qual è l’effetto? Perché dobbiamo dare tutto per scontato e rinunciare a giudicare? Perché la logica quando si parla di Israele viene distorta e deformata?”
Fuo-ri. Fuo-ri. Fuo-ri.
Qualcuno si avvicinò alle spalle di Simona e tentò di trascinarla via ma lei si aggrappò al tavolo con tutte le forze.
“Questa è una violenza,” gridò nel microfono, “vergogna!”
Furono le sue ultime parole all’assemblea. La spina del microfono ora era staccata e il servizio d’ordine la spintonava senza complimenti fuori della facoltà.
L’ultima cosa che percepì fu un coro da stadio.
“Va in sinagoga, giudia va in sinagoga…”
Simona adesso era in mezzo alla strada, in uno stato di confusa prostrazione.
Si sentiva umiliata. Ferita.
Sarai contenta, ora! Cosa pensavi, di fare? Speravi di convincerli?
Vaffan’ culo! E’ lui che è uno stronzo! Un grandissimo stronzo!
Ancora!? La fai finita!? Quello è uno scarafaggio insignificante e tu ci piangi sopra come se meritasse la tua attenzione.
Tremava.
Sedette su una panchina e piegò la testa fra le mani.
No! Adesso ci manca solo che ti metti a piangere!
Ho detto non piangere!
Le lacrime le fluivano inarrestabili.
Trasse dalla borsa un kleenex e si soffiò il naso.
“Sei stata coraggiosa.”
Si girò. Lui era in piedi alle sue spalle.
“Vattene. Sei uno stronzo!”
Si asciugava gli occhi con le mani e si aggiustava il trucco per quel che poteva. Odiava che lui la vedesse in quelle condizioni.
“Ci volevano le palle per parlare in quel modo davanti ad una platea tanto ostile. Tu ce le hai avute…”
“Lasciami in pace. Voglio stare sola.”
Lui non si mosse.
“Doveva essere una manifestazione politica ma purtroppo è degenerata. Perfino quel coro antisemita… Mi dispiace, Simona, ti chiedo scusa.”
Questo è completamente fuori! Vattene, non gli dare spago! Vuole solo prenderti per il culo per salvare la faccia.
Me ne vado!? Ma nemmeno per idea! Questo lo sistemo io!
“Mi dispiace, ti chiedo scusa,” gli fece il verso lei, con tono irridente. “Tu non ti rendi nemmeno conto di quello che hai detto e di quello che hai lasciato dire in assemblea. E poi, scusa tanto… Dove cazzo stavi quando mi zittivano e mi spintonavano?”
Alessandro la fissava come un cane bastonato.
“Te lo dico io dove stavi. A fare lingua in bocca col tuo amico palestinese. Spero ti sia scusato con lui per le mie intemperanze verbali, ma del resto, sai come sono queste ragazze ebree. Pazze, esaltate. Incontrollabili. Sioniste e dunque razziste come tutti gli israeliani.”
“Ora sei ingiusta. Io non sono così…”
“Io non sono così…” gli fece di nuovo il verso lei. “E come sei? Dai raccontamela di nuovo la storiella degli anelli della catena. Può darsi che stavolta mi convinci. Può darsi che dopo possiamo andare insieme a salvare il mondo… Tanto basta poco… Basta spazzare via Israele dalle mappe e il pianeta avrà finalmente la sua età dell’oro. Basta convincere sei milioni di Israeliani a buttarsi a mare e Bin Laden potrà finalmente smettere il broncio e diventare un bravo bambino.”
Raccolse le sue cose e si alzò per andarsene.
Lui rimaneva in piedi, le mani in tasca, gli occhi bassi. Naturalmente aveva ragione lei a sentirsi offesa. Come aveva potuto essere così stronzo, così insensibile. In due ore aveva messo insieme una tale mole di cazzate da seppellire sul nascere una storia che già lo aveva preso.
Simona non gli era mai parsa così bella. Così intrigante… Figa e con le palle… Il massimo!
“Non ne so un cazzo di medio oriente. E’un tale bordello che non mi ci raccapezzo.”
“Me ne sono accorta. Ma questo non ti ha impedito di pontificare in assemblea…”
“Non ho mica detto niente di speciale. Ho shekerato quattro stronzate, tanto per fare la mia figura. Funziona così in assemblea, lo dovresti sapere.”
“No, non lo so come funziona in assemblea. So come funziona invece una testa in cui ci sia un minimo di cervello… Ma questo non ti riguarda, non è il tuo caso!”
Gli girò le spalle e si avviò per i viali dell’ateneo senza un saluto, resistendo alla tentazione di voltarsi indietro.
Mi sei piaciuta! Lo hai fatto a pezzi quel verme! Quel megalomane presuntuoso!
Chi, io…? Ma se è lui che ha fatto a pezzi me!
Ancora!? Non mi dirai che…
No che non te lo dico!
Ecco, brava! Mettici una croce sopra! Quello è solo uno stronzo, nient’altro… Ma adesso che fai…? No, ti prego, non ricominciare a piangere!
E perché mai dovrei piangere? Non ci penso nemmeno…
Le lacrime le solcavano il viso.
Io non piango, si disse, non piango, non piango…
E comunque non per te…. Vaffan’ culo!

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Peccato che questo Mario Pacifici abbia cominciato a scrivere – o a far conoscere i suoi scritti, non so – così tardi, perché sono davvero degli autentici gioielli. In questo, poi, mi sono molto ritrovata, essendomi trovata in una situazione piuttosto simile a Parigi, nell’ormai lontano 1991. Con la confortante differenza, rispetto alla Simona del racconto, di non essere innamorata di nessuno della controparte. Poi naturalmente, giusto per restare in tema di bello scrivere e sani sentimenti e coraggiosa militanza e robusta presa di posizione ed energica difesa della verità evvetera eccetera, è tassativamente obbligatorio leggere il solito imprescindibile Ugo volli, qui e qui.

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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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