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Diario


13 dicembre 2009

UN MUSULMANO IN UN PAESE EBRAICO

Per capire le accuse mosse agli israeliani

di Tashbih Sayyed

Il dott. Tashbih Sayyed era quello che si può tranquillamente definire un musulmano liberale. Nato in Pakistan nel 1941 (e morto nel 2007), membro del Jihad Watch Board., redattore capo di Pakistan Today e Islam World Today, tra il 1967 e il 1980 ha lavorato per la Pakistan Television Corporation, battendosi sempre per la democrazia e contro il terrorismo.
Dopo l'attacco alle Torri Gemelle del 2001 e l'ondata filofondamentalista che inneggiava alla jihad, invece di accodarsi alla massa per dichiarare guerra agli infedeli, Sayyed ammise apertamente e a gran voce che esisteva un problema all'interno dell'Islam che andava risolto. Una volta disse ad un suo amico: "La mia vita intera è dedicata ad un solo scopo: far capire ai Musulmani che la loro teologia ha bisogno di essere riformata e reinterpretata. Chiunque pensa che non ci sia nulla di sbagliato è o cieco o un apologeta.
Ci sono molte cose nelle Scritture che hanno bisogno di essere riformate e contestualizzate, in modo che esse non possano essere usate dai terroristi per giustificare omicidi, attentati e delitti d'onore". Nonostante questo non abbandonò mai la religione musulmana, perché credeva in una riforma dall'interno.
Nel 2005 compì il suo primo viaggio in Israele, al termine del quale scrisse il seguente articolo dal titolo: "Un musulmano in un Paese ebraico" che è tuttora di stretta attualità. Elena Lattes

Quando sono atterrato a Tel Aviv con il volo LY 0008 dell'El Al il 14 Novembre 2005, con mia moglie Kiran, la mia mente era impegnata nell'organizzare e nel riorganizzare la lista di cose che avevo intenzione di compiere. Volevo usare la mia prima visita in Israele per sentire la forza dello spirito ebraico che rifiuta di cedere alle forze del male, nonostante migliaia di anni di antisemitismo. Non volevo indagare sugli episodi di coloro che si immolano, ma i motivi della determinazione degli israeliani a vivere in pace.
Ci sono molte cose di cui volevo parlare, soprattutto della loro riluttanza a fare qualcosa contro la scorretta informazione che continua a dipingerli come cattivi.
Sebbene capisca perché i media, che coprono ragionevolmente la maggior parte degli eventi in modo accurato, scelgono di ignorare le regole etiche del giornalismo quando si tratta di Israele, non potevo comprendere la profondità della riluttanza israeliana a sfidare la stampa negativa in maniera efficace.
Il biasimo mediatico mi ricordava l'era nazista, quando i giornali tedeschi erano tutti sotto il Ministro hitleriano per la Propaganda, Joseph Goebbels, che raccoglieva ogni parola di odio contro gli ebrei.
Proprio come i giornali tedeschi che rifiutavano di stampare la verità sulle terribili atrocità commesse nei campi di sterminio in Europa, o che affermavano che era tutta un'esagerazione, i media oggigiorno ignorano il terrorismo arabo. Volevo vedere se c'era qualche verità nelle accuse secondo le quali Israele sarebbe uno Stato di apartheid, discriminatorio e non democratico.
Sapevo che un vero Stato Ebraico non poteva non essere democratico, poiché il concetto di democrazia ha sempre fatto parte del pensiero ebraico e deriva direttamente dalla Torah (Pentateuco N.d.T.). Per esempio quando nel Preambolo della Dichiarazione di Indipendenza, Jefferson scrisse che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi ci sono la Vita, la Libertà e il raggiungimento della Felicità, egli si stava riferendo al Pentateuco secondo il quale tutti gli uomini sono creati ad immagine divina. Ero sicuro che Israele non poteva essere razzista o discriminatorio, poiché si basa sull'idea del patto tra Dio e gli ebrei, nel quale entrambe le parti hanno accettato su di sé doveri e obblighi, sottolineando il fatto che il potere è stabilito attraverso il consenso di entrambe le parti piuttosto che attraverso la tirannia del più forte.
La mia concezione dello Stato ebraico trovò conferma quando dovetti compilare il questionario di ingresso, prima di atterrare a Tel Aviv: non chiedeva la mia religione come invece prevedeva la legge in Pakistan e al contrario dell'Arabia Saudita nessuno mi chiese un certificato attestante la religione.
Mentre il volo si avvicinava alla Terra Promessa, continuai a rimuginare sulla lista delle accuse mosse abitualmente ad Israele dai suoi nemici:
gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore;
Israele non è democratico;
I cittadini arabi musulmani non hanno pari diritti.

Gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore
Da Tel Aviv a Tiberiade, da Gerusalemme a Izreel, dalle alture del Golan al confine con Gaza, non riuscii a trovare nessun segno di paura. In effetti la gente si sentiva così sicura che nessun negozio, nessun benzinaio, nessun mercato o nessun residence dove andammo e dove sapevano che eravamo musulmani ritenne necessario perquisirci o interrogarci. Specialmente quando Kiran e io andammo una sera in via Ben Yehuda a Gerusalemme, la trovammo brulicante di gente di tutte le età. Il terreno era tremolante per la musica e i giovani, ragazzi e ragazze, erano così intenti a divertirsi che non si curavano affatto di guardarsi intorno. I turisti erano impegnati negli acquisti e l'intera folla sembrava muoversi al ritmo della musica.
Non potevo non paragonare il senso di sicurezza in Israele con l'atmosfera di insicurezza che esiste nel Paesi musulmani. Dall'Indonesia all'Iran, dall'Afghanistan all'Arabia Saudita, la gente non è sicura di niente. Nella capitale pakistana, Islamabad, e nel porto di Karachi, mi veniva costantemente consigliato di non fare grandi acquisti pubblicamente per non incoraggiare i ladri a seguirmi. Non sentii nessuna notizia di violenza, di orribile assassinio o di rapina in Israele.

Israele non è democratico
Come musulmano sono molto più sensibile all'assenza di libertà democratiche in qualunque società e non credo che qualcuno, se non gli antisemiti, potrà negare che Israele è una democrazia.
La democrazia in Israele è proporzionale e rappresentativa, ma le coalizioni democratiche per rendere effettiva ogni decisione hanno necessariamente i loro problemi.
Si presentò a noi il primo giorno a Cesarea. L'aria era piena di dibattiti e discussioni politici. La decisione di Ariel Sharon di lasciare il Likud e formare un nuovo partito politico dominava la hall dell'albergo e sottolineava i problemi causati dalla necessità di avere una coalizione democratica.
"L'obiettivo di una società libera e democratica israeliana è di raggiungere un compromesso soddisfacente, ma spesso le conclusioni sono meno soddisfacenti, specialmente per la maggioranza. Essa richiede coalizioni e unità, ma anche controlli e bilanci su ogni potenziale abuso dei diritti della minoranza. Questo è migliore del sistema americano repubblicano rappresentativo che è veramente una rappresentanza di potere e di interessi specifici. Negli Usa hai una democrazia per pochi, in Israele hai una democrazia per tutti".
Ho tentato faticosamente di trovare uno Stato musulmano che ha una vera democrazia e dove alle minoranze religiose sono concessi uguali diritti, ma ho fallito. La mappa del mondo musulmano è troppo affollata di re, despoti, dittatori, falsi democratici e autocrati teocratici e la persecuzione delle minoranze è una parte essenziale del comportamento sociale islamico. Ma qui, protetto dai princìpi democratici di Israele, ai cittadini arabi musulmani sono riconosciuti tutti i diritti e privilegi della cittadinanza israeliana. Quando si tennero le prime elezioni per la Kneset, nel 1949, agli arabi israeliani fu riconosciuto il diritto di voto e la possibilità di essere eletti al pari degli ebrei israeliani. Oggigiorno gli arabi israeliani hanno pieni diritti civili e politici necessari per una completa partecipazione nella società israeliana. Essi sono attivi nella vita sociale, politica e civile del Paese e sono rappresentati nel Parlamento, agli Affari Esteri e nel sistema giudiziario.
La fede israeliana nella democrazia spiega anche il loro rifiuto a rispondere al terrorismo islamista in modo violento. Nonostante fossi consapevole della debolezza umana che permette alla rabbia di opprimere le migliori intenzioni, non riuscii a trovare israeliani che agivano per vendetta contro i loro compatrioti arabi. La mia esperienza come musulmano mi portava ad aspettarmi il peggio dal comportamento umano; i musulmani sotto l'influenza dell'Islam radicale si sono scatenati nel terrore contro i non-musulmani perfino quando fu appurato che le accuse di offese antiislamiche erano false.
Ho pensato che ci volesse uno sforzo sovrumano per ignorare le atrocità subite e rimanere liberi dalle emozioni di vendetta. Nella mia esperienza delle società musulmane, alle minoranze non è mai stato concesso il beneficio del dubbio. L'odio per i non musulmani e lo scoppio della violenza contro le minoranze religiose tra i radicali musulmani sono rimasti una norma piuttosto che un'eccezione. Come musulmano non-wahabita ho personalmente affrontato le loro barbarie e ho visto Cristiani, Induisti e altre minoranze perseguitate in base a falsi pretesti. Ho pensato che se gli wahabiti in Arabia Saudita possono condannare un insegnante a 40 mesi di prigione e 750 frustate per aver lodato Gesù, non sarebbe irragionevole da parte israeliana punire i palestinesi per gettare pietre ai fedeli al Muro Occidentale e bruciare la tomba di Giuseppe.
Ma perfino in questo campo gli israeliani hanno rivelato il mondo sbagliato. Nonostante le quotidiane provocazioni, hanno tentato con successo di non scendere allo stesso livello di depravazione dei loro nemici Arabi.
Il mondo è abituato alla violenza quotidiana che viene perpetrata contro le minoranze religiose nel mondo Musulmano. Solo un paio di giorni fa, i fedeli musulmani in Pakistan hanno irrotto attraverso le mura di una chiesa, incendiandola e scardinandone le porte. Stavano reagendo a delle voci secondo le quali un cristiano aveva dissacrato il libro santo, il Corano. Hanno fracassato l'altare di marmo della Chiesa del Santo Spirito e infranto le finestre di vetro. Hanno anche incendiato un'abitazione cristiana e la vicina scuola femminile di Sant'Antonio. In un momento le fiamme hanno lambito i muri e il fumo nero ha riempito il cielo. Per giorni i clericali wahabiti hanno continuato ad incitare i seguaci musulmani ad uscire dalle loro case e difendere la loro fede scatenando il terrore.
Mi chiedo se un giorno un israeliano potrà trovare giustificabile copiare quel che gli Wahabiti stanno facendo in Iraq e in altri posti - sequestrando, uccidendo e decapitando gli infedeli. Più recentemente il corpo di un autista indù, Maniappan Raman Kutty, è stato trovato con la gola tagliata nel sud dell'Afghanistan per nessuna ragione evidente, se non quella della sua fede.
Ma non c'è niente nella storia che potrà sostenere i miei timori: gli Ebrei nonostante siano soggetti agli atti più barbari di terrorismo, non hanno ancora reagito per vendetta contro i loro persecutori. E concludo che la mia prima visita in Israele mi aiuterà a sciogliere l'enigma sull'insistenza israeliana nel continuare a rimanere un obiettivo del terrore islamico.

I cittadini arabi musulmani di Israele non hanno pari diritti
Quando il nostro autobus con aria condizionata percorse le curve della strada montagnosa che porta nel cuore della Galilea, non potevo non vedere l'ergersi dei minareti che identificavano una quantità di cittadine arabo palestinesi che punteggiavano i lati delle colline. Le imponenti cupole delle moschee sottolineavano la libertà di cui i Musulmani godono nello Stato ebraico. Grandi abitazioni arabe, intensa attività edilizia e grandi automobili delineavano la prosperità e l'agiatezza della vita palestinese all'ombra della Stella di David.
Sulla strada dalla città di David all'albergo Royal Prima a Gerusalemme, chiesi al mio tassista palestinese come si sentiva nell'andare nei territori sotto l'Autorità Palestinese. Mi disse che non aveva mai potuto pensare di vivere fuori di Israele. La sua risposta sfatò il mito diffuso dagli antisemiti secondo il quale i cittadini arabi israeliani non sono felici qui.
Un altro palestinese mi informò che gli arabi in Israele hanno pieni diritti elettorali. Infatti Israele è uno dei pochi Paesi nel Medio Oriente dove le donne arabe possono votare. In contrasto con il mondo arabo non israeliano, esse godono dello stesso status degli uomini. Le donne musulmane hanno il diritto di votare e di essere elette nei pubblici uffici. Esse, infatti, sono più libere in Israele che in qualunque altro Paese musulmano. La legge israeliana proibisce la poligamia, il matrimonio con bambine e la barbarie delle mutilazioni genitali femminili.
Inoltre ho scoperto che non ci sono casi di delitti d'onore. Lo status delle donne musulmane in Israele è di gran lunga superiore a quello di qualunque Paese nella regione, gli standard di salute sono tra i più alti nel Medio Oriente e le istituzioni sanitarie israeliane sono aperte a tutti gli arabi al pari degli ebrei.
L'arabo, come l'ebraico, è lingua ufficiale e sottolinea la natura tollerante dello Stato ebraico. Su tutti i cartelli stradali i nomi in arabo campeggiano accanto a quelli in ebraico. E' la politica ufficiale del governo israeliano favorire la lingua, la cultura e le tradizioni della minoranza araba nel sistema educativo e nella vita quotidiana.
La stampa araba israeliana è la più vibrante e indipendente di qualunque altro Paese nella regione. Ci sono più di 20 periodici che pubblicano ciò che più loro aggrada e sono soggetti soltanto alla stessa censura militare delle pubblicazioni ebraiche. Ci sono programmi quotidiani in arabo in televisione e alla radio.
L'arabo è insegnato nelle scuole secondarie ebraiche. Più di 350mila bambini arabi frequentano le scuole israeliane. Quando Israele fu fondata c'era una sola scuola superiore araba. Oggi ce ne sono centinaia, le università israeliane sono rinomati centri di studio per la storia e la letteratura araba nel Medio Oriente.
Consapevole delle restrizioni che i non-wahabiti sono costretti a subire durante i rituali religiosi condotti in Arabia Saudita, Kiran (mia moglie) non poteva nascondere la sua sorpresa di fronte alle libertà e alla facilità con cui le persone di tutte le religioni e fedi adempiono ai loro doveri religiosi alla Chiesa del Santo Sepolcro, alla Tomba del Giardino, presso il Mare di Galilea, nei tunnels recentemente scoperti del Muro Occidentale, il Muro Occidentale stesso, la tomba del Re David e tutti gli altri luoghi sacri che abbiamo visitato.
Tutte le comunità religiose in Israele godono della piena protezione dello Stato. Gli arabi musulmani, come molti cristiani di diverse confessioni, sono liberi di esercitare le loro fedi, di osservare il loro giorno settimanale di riposo e di festa e di amministrare i loro stessi affari interni.
Circa 80mila Drusi vivono in 22 villaggi nel nord di Israele. La loro religione non è accessibile dall'esterno ed essi costituiscono una comunità arabofona separata culturalmente, socialmente e religiosamente. Il concetto druso di taqiyya richiede ai suoi fedeli la completa lealtà al governo del Paese nel quale risiedono. In base a questo, oltre che per altri motivi, i drusi svolgono il loro servizio militare. Ogni comunità religiosa in Israele ha i suoi consigli e le sue corti e piena giurisdizione sugli affari religiosi, inclusi lo status personale, come matrimonio e divorzio. I luoghi santi di tutte le religioni sono amministrati dalle loro autorità e protetti dal governo.
Un giornalista indù che venne a visitarmi mi parlò dell'apertura che la società ebraica rappresenta. Mi disse che più del 20% della popolazione non è ebrea e di questa, circa un milione e duecentomila sono musulmani, 140mila sono cristiani e 100mila drusi. Un altro israeliano non ebreo mi disse che i cristiani e i drusi sono liberi di arruolarsi nelle forze di difesa dello Stato ebraico. I beduini hanno prestato la loro opera nelle unità di paracadutisti e altri arabi si sono presentati volontariamente per assolvere il servizio militare.
Le grandi case possedute dagli arabi israeliani e la quantità di edifici in costruzione nelle città arabe dimostrano la falsità della propaganda secondo la quale Israele discriminerebbe gli arabi israeliani dal comprare la terra. Ho scoperto che all'inizio del secolo, il Fondo Nazionale ebraico fu fondato dal Congresso mondiale sionista per comprare terra in Palestina per gli insediamenti ebraici.
Dell'area totale di Israele, il 92 percento appartiene allo Stato ed è gestito dal Land Management Authority. Non è in vendita per nessuno, né per gli ebrei né per gli arabi.
Il Waqf (la fondazione islamica addetta alla protezione dei beni religiosi N.d.T.) possiede terra che è per uso e beneficio espressamente per gli arabi musulmani. La terra governativa può essere presa in affitto da chiunque, senza distinzione di razza, religione o sesso. Tutti gli arabi cittadini di Israele hanno la possibilità di prenderla in locazione.
Ho chiesto a tre arabi israeliani se erano costretti a subire discriminazioni sul lavoro. Tutti e tre mi hanno detto la stessa cosa: normalmente non c'è discriminazione, ma ogni qualvolta un bombarolo suicida si fa esplodere, uccidendo gli israeliani, alcuni si sentono a disagio con noi. Ma questo sgradevole sentimento è anche del tutto temporaneo e non dura a lungo.
La mia prima visita in Israele non ha soltanto consolidato le mie opinioni che Israele è vitale per la stabilità della regione, ma mi ha anche convinto che la sua esistenza convincerà un giorno i musulmani della necessità di riformare la loro teologia e la loro sociologia.

Un viaggio attraverso il deserto israeliano mi ha mostrato un altro importante aspetto della vita: i Profeti non sono solo coloro che compiono miracoli, la gente che crede in se stessa può anche compiere atti incredibili.
Ettari ed ettari di dune di sabbia sono state trasformate nella terra più fertile possibile: grano, cotone, girasoli, piselli, arachidi, mango, avocado, limoni, papaya, banani e ogni altro tipo di frutta e verdura che gli israeliani vogliono consumare, è cresciuta all'interno del Paese. Infatti gli israeliani hanno provato oltre ogni dubbio perché Dio promise a loro questa terra, soltanto loro possono mantenerla verde.
La terra è ripetutamente descritta nella Torah (Pentateuco, N.d.T.), come una buona terra "una terra dove scorrono latte e miele". Questa descrizione può anche non sembrare consona alle immagini del deserto che vediamo nelle notizie della sera, ma ricordiamoci che la terra è stata ripetutamente abusata dai conquistatori [che erano] determinati a farne un posto inabitabile per gli Ebrei.
In poche decadi questi ultimi hanno ripreso il controllo della terra e l'enorme miglioramento nella loro agricoltura è ben testimoniato. L'agricoltura israeliana oggi ha una produzione altissima. È efficace ed è in grado di soddisfare il 75% dei bisogni interni, nonostante la scarsità di terra disponibile.
Guardando allo sviluppo e alla trasformazione che la terra ha attraversato grazie allo spirito innovativo ebraico, al duro lavoro e impegno, alla libertà per tutti i tempi a venire, sono convinto che è vero che Dio ha creato questa terra, ma è anche un fatto che solo un Israele può impedire che la terra muoia. (Agenzia Radicale, 30 novembre 2009)

Perché è dimostrato, documentato, provato al di là di ogni possibile dubbio che non esiste un islam moderato, ma i musulmani per bene esistono. E resta da chiedersi come mai i nostri politici non vadano a incontrare questi musulmani, come mai sedicenti pacifisti e missioni sedicenti umanitarie non vadano a parlare con questi musulmani, come mai sia così raro che i giornalisti intervistino questi musulmani. Ma forse, se solo ci pensiamo un momento, la cosa non è poi così strana vero?
E poi, decisamente in tema, vai a vedere questo. E naturalmente questo.


Donna palestinese riceve cure da personale sanitario israeliano, Archive Photo: IDF Spokesperson

barbara

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