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Diario


27 novembre 2009

27 NOVEMBRE 1951: IL COMPLOTTO DEI MEDICI EBREI

Il «complotto dei medici»: l'ultima vendetta di Stalin

Avvicinandosi alla fine della sua vita, l'antisemitismo di Stalin aveva assunto una forma ancora più virulenta e il dittatore viveva ormai ossessionato dall'idea di una cospirazione da parte degli ebrei. Sebbene fin dal 1949 si fossero verificati arresti di alcune im­portanti personalità ebraiche, il primo segno che la cosa poteva svi­lupparsi in un'epurazione a largo raggio si ebbe il 27 novembre del 1951 con l'arresto di Rudolf Slànsky, segretario generale del partito comunista cecoslovacco, e del suo vice Bedrich Geminder, entrambi ebrei e legati a Beria e all'MGB. Infatti, con l'approvazione di que­st'ultimo, avevano creato in Cecoslovacchia un centro per l'invio di aiuti e armi a Israele durante il conflitto con gli arabi scoppiato alla fine della guerra. Essendo ormai del tutto mutato l'atteggiamento, un tempo favorevole, di Stalin nei confronti di Israele, Slànsky e Ge­minder vennero accusati, tra l'altro, di «cosmopolitismo», «sioni­smo» e di perseguire una politica antiaraba.
Il procedimento di incriminazione era stato allestito da Abakumov che, nel 1949, aveva inviato due suoi funzionati dell'MGB, V.I. Kornarov e M.T. Lihacev, a Praga per sovrintendere a un'indagine relativa a un'accusa di cospirazione internazionale nell'ambito dei circoli governativi cecoslovacchi. Presto i funzionari vennero richia­mati e, dopo la destituzione di Abakumov, arrestati. Furono rim­piazzati da un altro dei consiglieri dell'MGB, VA. Bojarskij, ma nel­l'autunno del 1951 (subito dopo il cambio al vertice dell'MGB) anche a lui vennero mosse critiche per aver ostacolato un'indagine su Slànsky e fu richiamato in patria. Suo sostituto venne nominato Aleksej Bescastnov, un funzionario dell'MGB che durante la guerra aveva lavorato con il protetto di Kruscev, Leonid Breznev. Bescast­nov, che avrebbe fatto con Kruscev prima e Breznev poi una splen­dida carriera nell'organizzazione della polizia per la sicurezza dello stato, si occupò del procedimento contro Slànsky con grande ener­gia. Fu necessario più di un anno per la preparazione del processo, che ebbe luogo tra il 20 e il 27 novembre del 1952; vi comparvero quattordici imputati, undici dei quali ebrei. Slànsky, Geminder e nove altri, presentati come «praticanti del sionismo», furono con­dannati a morte con l'accusa di alto tradimento e spionaggio. Più tardi, alla caduta di Beria, si disse che Slànsky fosse stato un suo uo­mo e fu accusato di aver introdotto in Cecoslovacchia i metodi del suo mentore.
Il processo di Praga può essere considerato come un'anticipazio­ne del successivo dibattimento relativo al «complotto dei medici» che si sarebbe svolto a Mosca. Infatti, l'accusa formulata durante il processo praghese, di assassinio politico per opera di alcuni dottori, e quella di sionismo sarebbero divenute il tema centrale anche di quel procedimento. Esistono persino prove che in questo secondo processo venissero usate alcune deposizioni e vari testimoni del «caso Slànsky». Nel frattempo, in Unione Sovietica si era intensificata la campagna contro il sionismo e il «cosmopolitismo». Durante il maggio-giugno del 1952 il tribunale militare della corte suprema dell'URSS prese in esame il procedimento contro quindici persone collegate al comitato ebraico antifascista. Il 3 aprile Ignat'ev aveva inviato a Stalin le prove scoperte dal procuratore con una lettera di accompagnamento in cui si suggeriva che venissero condannati a morte tutti gli imputati eccetto uno, L. Stern. Il principale elemento di colpevolezza consisteva in una proposta fatta dalla leadership del comitato a Stalin, nel febbraio del 1944, perché venisse istituita in Crimea una Repubblica ebrea. Il tribunale militare condannò a mor­te, nel luglio del 1952, tredici imputati. Alla fine di novembre la stampa ucraina dava l'annuncio che a Kiev molti ebrei erano stati a loro volta condannati a morte da un tribunale militare per «ostruzio­nismo controrivoluzionario». A questo seguì, ai primi di gennaio del 1953, un minaccioso articolo apparso sull'autorevole organo del partito «Kommunist», scritto dal secondo segretario del comitato di partito di Leningrado, Frol Kozlov. Kozlov ricordava i capi di par­tito dell'Europa orientale, tra cui Slànsky, che erano stati smaschera­ti come cospiratori. Sollecitava che si attivasse la massima vigilanza contro simili nemici dell'Unione Sovietica, e allo stesso tempo face­va un mirato riferimento a un ebreo comunista che era stato denun­ciato anni prima come «provocatore».
Il 13 gennaio del 1953 sulla stampa sovietica apparve l'annuncio ufficiale dell'esistenza di un «complotto dei medici», che più tardi si scoprì essere stato architettato in realtà da Ignat'ev e dal suo vice, Rjumin. Vi si sosteneva che un gruppo terroristico composto da medici, «che avevano il fine di troncare la vita di personaggi pubbli­ci attivi sulla scena dell'Unione Sovietica sabotando le terapie a cui erano sottoposti», era stato scoperto «qualche tempo prima». Secon­do questo proclama, tra le vittime del complotto andavano enume­rati i capi partito Zdanov e Scerbakov, ai quali si diceva fossero state prescritte droghe controindicate per i gravi malanni da cui erano af­flitti. Si riteneva che i medici avessero anche cercato di minare la sa­lute di molti tra i più importanti ufficiali dell'esercito, ma che l'arre­sto aveva mandato a monte i loro piani. Sebbene non si specificasse che sei dei nove dottori accusati erano ebrei, la presenza di questi ul­timi veniva messa in particolare risalto sottolineando che avevano collegamenti di carattere cospiratorio con il comitato antifascista ebraico, bollato come organizzazione nazionalista borghese ebraica impiantata dai servizi di spionaggio americani. Questo annuncio, che fu seguito da ulteriori arresti di medici ebrei, scatenò un parossi­smo di antisemitismo in tutta l'Unione Sovietica. A quanto pare, lar­ghi strati della popolazione sovietica erano disposti a credere alla favola dei medici assassini e di una cospirazione capeggiata dagli ebrei. (Amy Knight, Beria, Mondadori, pp. 202-205)

Il 24 marzo [1953, Beria] sottopose al presidium un documento nel quale avan­zava una richiesta di amnistia per un ampio numero di prigionieri: secondo questo documento, dei circa 2.526.402 internati nei campi di lavoro solo 221.435 erano effettivamente «criminali di stato di parti­colare pericolosità», confinati nei campi speciali dell'MVD; la mag­gior parte degli altri non rappresentava un serio pericolo né per lo stato né per la società. Il 27 marzo il presidium approvò con un decreto la liberazione di quanti erano stati condannati a pene inferiori ai cinque anni, delle madri con figli al di sotto dei dieci anni, delle donne incinte e dei giovani con meno dì diciotto anni: in totale circa un milione di prigionieri. Anche prima dell'amnistia, nei campi si era verificato un certo rilassamento delle misure restrittive; secondo un giovane austriaco internato in Siberia, subito dopo la morte di Stalin i regolamenti di prigionia vennero notevolmente allentati an­che per i detenuti politici. All'improvviso venne concesso ai prigio­nieri di avere il necessario per scrivere, ricevere pacchi da casa e vi­site dei parenti.
Ma la novità più sensazionale, resa pubblica dalla «Pravda» il 4 aprile, fu il formale ripudio dell'esistenza di un «complotto dei me­dici» e la riabilitazione degli imputati arrestati. È significativo che l'annuncio apparisse sotto forma di un comunicato dell'MVD, ren­dendo così palese che era opera di Beria. Vi si legge:

È stato stabilito che le testimonianze degli arrestati, che in apparenza con­fermavano le accuse contro di loro, siano state ottenute da funzionari del di­partimento di investigazione dell'allora ministero per la Sicurezza dello stato con metodi di indagine del tutto illegali, assolutamente vietati dalla legge sovietica [...]. Le persone accusate di aver tenuto un comportamento scorretto nello svolgimento delle indagini sono state arrestate e incriminate. (ivi, pp. 222-223)

Come già detto in altra occasione su questi schermi, quella particolare psicopatia che va sotto il nome di antisemitismo provoca terrificanti deliri. E come l’affetto da delirium tremens vede arrampicarsi sul suo corpo orride e schifosissime bestiacce che in realtà esistono solo nella sua mente malata, così accade all’antisemita.
E poi, naturalmente, tanto per non perdere le buone abitudini, altro giro altro antisemitismo, qui.


barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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