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Diario


5 ottobre 2009

È L’ODIO PER ISRAELE CHE DEVE ESSERE SGOMBERATO

Perché gli insediamenti aiutano la pace

di Raphael Israeli

Uno degli assiomi del "processo di pace" è che gli insediamenti siano il principale "ostacolo alla pace", quasi che rimuovendoli si produrrebbe istantaneamente la pace sulla terra. È ben risaputo, invece, che prima del 1967 non c'erano insediamenti eppure non c'era pace, a meno che naturalmente non si considerino "insediamenti" anche i villaggi e le città all'interno di Israele pre-'67, visto che gli arabi consideravano anch'essi su "territorio occupato". Dunque il grande contributo dato dagli insediamenti è quello d'aver preso il posto delle città israeliane nella parte del "territorio occupato", con la considerevole eccezione di Hamas e di una buona parte del mondo arabo. Ecco perché la formula secondo cui rimuovere gli insediamenti equivarrebbe alla pace è infondata e ridicola.
L'approccio arabo fondato sul rifiuto totale di Israele non è mai dipeso dagli insediamenti su una particolare porzione del paese. Ciò che non sopportano è l'insediamento ebraico in generale sulla Terra d'Israele/Palestina. Basta dare una sfogliata ai libri di testo usati nelle scuole della "moderata" Autorità Palestinese per vedere che Haifa, Giaffa e persino Tel Aviv sono considerate città palestinesi, mentre Hamas ritiene che la terra waqf (bene islamico inalienabile) su tutta la Terra d'Israele/Palestina debba essere confiscata allo stato ebraico, che non ha alcun diritto alla terra né al di là, né al di qua della ex Linea Verde del 1949-'67.
Nel 2000 a Yasser Arafat venne offerto un ritiro israeliano dal 95% dei territori (Cisgiordania e striscia di Gaza) in cambio di un accordo che ponesse fine al conflitto. Rifiutò, perché non lo considerava un ritiro completo dalla Terra d'Israele/Palestina. Nonostante il tentativo di fare un ulteriore passo lasciando la striscia di Gaza (estate 2005), non solo congelando ma smantellandone tutti gli insediamenti, ciò che Israele ottenne in cambio fu altre aggressioni e distruzioni, qualcosa di assai diverso dalla pace che dovrebbe scaturire dalla rimozione del famoso "ostacolo". In altre parole, non solo gli arabi non considerano gli insediamenti più antichi di Israele diversi da quelli più recenti che "minacciano la pace", ma lo smantellamento di questi ultimi non ha fatto che innescare l'attacco contro i primi.
Oggi sappiamo che uno dei fattori che spinse Anwar Sadat a recarsi a Gerusalemme (per avviare la pace) fu la paura che gli insediamenti nella zona di Rafah e del Sinai, se non fossero stati sradicati, sarebbero cresciuti fino a diventare vere e proprie città che nessun accordo di pace avrebbe più potuto rimuovere. Siriani e palestinesi, invece, credevano di non aver nulla da perdere continuando a rifiutare il negoziato, giacché le "loro terre" stavano lì ad aspettarli, congelate nel tempo, fino a quando sarebbero riusciti cortesemente a strapparle a Israele, per poi continuare gli attacchi da quelle posizioni. Non riescono a capire che hanno perduto quelle terre a causa della loro aggressione, e che è immorale e suicida restituire a un aggressore le posizioni da cui potrebbe rinnovare la sua aggressione, giacché lasciare che se la cavi senza danno non fa che incoraggiarlo ad attaccare ancora. Vi può essere deterrenza solo una volta che l'aggressore ha pagato per la sua aggressione un prezzo tale da dissuaderlo dall'attaccare a capriccio. È quello che è successo alla Germania.
Sicché, fino a quando non vi sarà un accordo per una composizione definitiva del conflitto, solo le attività negli insediamenti ebraici possono costituire un sufficiente incentivo tale da spingere gli arabi, come Sadat, a darsi una mossa e cercare la pace, giacché più aspettano e più perdono terreno.
Sappiamo, dall'esempio di Gaza, che l'obiettivo degli arabi non era quello di rimuovere Israele da una preziosa porzione di terra, ma quello di sradicare gli ebrei e cacciarli dalla terra rimanente. E allora è meglio continuare con le costruzioni "per la pace" nelle comunità al di là dei confini, e parlare di sgombero solo quando vedremo nei nostri vicini autentici segni di una cultura di pace e buon vicinato, con la dovuta considerazione della nuova realtà sul terreno che cambierà tanto più, quanto meno gli arabi si affretteranno verso un accordo di pace. (Haaretz, 6 settembre 2009 - da israele.net)

Sono cose risapute, scontate, perfino banali, e tuttavia frequentemente – e spudoratamente - ignorate, negate, capovolte. Per questo non verranno mai abbastanza ripetute.
E poi come sempre lui, su un tema abbastanza vicino a quello trattato in questo articolo, e poi

MEMENTO: +35

barbara

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