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Diario


28 settembre 2009

GUERRA, PACE – E INGANNO – NELL’ISLAM

di Raymond Ibrahim
12 Febbraio 2009

Oggi, in un tempo di guerre e di rumori di guerre, provenienti dal mondo islamico – dall'odierno conflitto a Gaza, fino all'ostentazione di potenza militare del Pakistan nucleare e quella dell'Iran, prossima potenza nucleare – la necessità per i non-musulmani di capire meglio le dottrine e gli obiettivi dell'islàm, riguardo la guerra, la pace e tutto quanto sta in mezzo (trattati, diplomazia, eccetera) è diventata urgente. Per esempio, cosa si deve pensare del fatto che, dopo aver continuamente insistito, giorno dopo giorno, che la sua massima aspirazione è vedere la distruzione di Israele, HAMAS si prefigga di giungere a "trattati di pace", incluse varie forme di concessioni da parte di Israele – e, ancora più sconcertante, le ottenga?
Prima di poter rispondere a queste domande, deve rendersi conto della natura completamente formale e legalista del più diffuso islàm (Sunnita). Sorprendentemente, nonostante tutti i discorsi sull'islàm che "non è capito" o viene "frainteso" dai musulmani "radicali", la verità è che, a differenza di quasi tutte le altre religioni, l'islàm è chiaramente una fede che, per definizione, ammette un certo grado di ambiguità: difatti, secondo la shariah (cioé, il "modo di vivere islamico", più comunemente tradotto come "legge islamica"), ogni concepibile azione umana è classificata come:

  • vietata, haram 
  • scoraggiata, makruh,
  • permessa, halal,
  • raccomandata, mustahabb,
  • obbligatoria, fard o wajib

Il "buon senso" o il "senso comune" non hanno nulla da spartire con la nozione islamica di "giusto" o "sbagliato". Ciò che conta è esclusivamente quello che Allah (tramite il Corano) e il suo Messaggero, Maometto (mediante gli ahadith, o tradizioni), hanno da dire a proposito di ogni singola azione; e come i più grandi teologi e giuristi dell'islàm – noti come gli "ulema", letteralmente "quelli che sanno" – lo hanno interpretato.
Esaminiamo il concetto di menzogna. Secondo la Shariah, l'inganno in generale – secondo la terminologia Coranica noto anche come "taqiyya" – non è soltanto permesso in certe situazioni, ma qualche volta addirittura "obbligatorio". Per esempio, e contrariamente alla tradizione Cristiana, non soltanto i musulmani che devono scegliere tra abiurare l'islàm o essere messi a morte possono mentire fingendo l'abiura, ma alcuni giuristi hanno sentenziato che, in base al Corano 4:29, che ordina ai musulmani di non "distruggere sé stessi", i musulmani sono "obbligati" a mentire.

LA DOTTRINA DELLA TAQIYYA
Molto di questo argomento è imperniato sulla dottrina chiave della "taqiyya", che spesso viene definita con l'eufemismo di "simulazione religiosa" benché in realtà definisca soltanto "l'inganno dei musulmani verso gli infedeli". Secondo l'importante testo Arabo "Al-Taqiyya fi Al-Islam" di Sami Makarem, "la Taqiyya [inganno] è di fondamentale importanza nell'islàm. Praticamente ogni setta islamica la accetta e la pratica. Possiamo addirittura arrivare a dire che la pratica della taqiyya è una tradizione consolidata dell'islàm e che quelle rare sette che non la praticano divergono dalla comune tradizione... La taqiyya è una pratica consolidata nella politica islamica, in special modo nell'era moderna [pag. 7, traduzione di R. Ibrahim]".
Alcuni erroneamente credono che la taqiyya sia esclusivamente una dottrina sciita: come gruppo minoritario disseminato tra i loro nemici tradizionali, i molto più numerosi Sunniti, gli Sciiti avevano storicamente molte più "ragioni" per dissimulare. Tuttavia, ironicamente, sono i Sunniti che oggi vivono in Occidente a trovarsi in una situazione analoga, essendo una minoranza accerchiata dai loro storici nemici, gli infedeli Cristiani.
Il principale Versetto Coranico che autorizza l'inganno nei confronti dei non-musulmani afferma: "I credenti non si alleino con i miscredenti, preferendoli ai fedeli. Chi fa ciò contraddice la religione di Allah, a meno che temiate qualche male da parte loro, prendendo precauzioni" (3:28; altri Versetti, utilizzati dagli ulema a supporto della taqiyya includono 2:173; 2:185; 3:29; 16:106; 22:78; 40:28).
Il famoso Tafsir (esegesi del Corano) di al-Tabari (morto nel 923) è un'opera di riferimento fondamentale per tutto il mondo musulmano. A proposito di 3:28, scrive: "Se voi [musulmani] siete sotto la loro [degli infedeli] autorità, temendo per voi stessi, comportatevi con lealtà verso di loro, con la vostra lingua, pur albergando odio contro di loro nel vostro intimo... Allah ha vietato ai credenti di essere in relazione di amicizia o di intimità con gli infedeli invece che con i credenti – eccetto quando gli infedeli li sovrastano [in autorità]. In tale situazione è consentito agire amichevolmente verso di loro".
Sempre riguardo al versetto 3:28, Ibn Kathir (morto nel 1373 e inferiore solo ad al-Tabari) scrive: "Chiunque, in ogni tempo o in ogni luogo teme la loro [degli infedeli] malvagità, si può proteggere mediante esibizioni esteriori". Come prova, cita l'intimo Compagno di Maometto, Abu Darda che disse: "Sorridiamo pure in faccia a qualcuno [non-musulmano], mentre il nostro cuore lo maledice"; un altro Compagno, al-Hassan, disse: "Praticare la taqiyya è accettabile fino al giorno del giudizio [cioè in perpetuo] ".
Altri eminenti ulema, come al-Qurtubi, ar-Razi e al-Arabi hanno esteso l'uso della taqiyya per nascondere i fatti. In altre parole, i musulmani possono comportarsi come gli infedeli – inclusi il culto e l'adorazione di idoli e croci, il rendere falsa testimonianza, anche il riferire al nemico infedele i "punti deboli" di altri musulmani – tutto, tranne uccidere un musulmano.
È forse questo il motivo per cui il sergente musulmano Americano, Hasan Akbar, aggredì e uccise i suoi commilitoni in Iraq nel 2003? Forse la sua finta lealtà andò a sbattere contro un ostacolo insormontabile, quando si accorse che dei musulmani avrebbero potuto morire per mano sua? Aveva scritto sul suo diario: "Anche se non ho mai ucciso un musulmano, essere nell'esercito è la stessa cosa. Forse dovrò fare molto presto una scelta su chi uccidere".

LA GUERRA È INGANNO
Nulla di questo ci dovrebbe sorprendere, considerando che lo stesso Maometto – il cui esempio, come "l'essere umano più perfetto" deve essere scrupolosamente seguito – assunse un atteggiamento di convenienza riguardo al mentire. È ben noto, per esempio, che Maometto autorizzò la menzogna in tre situazioni: per riconciliare due o più litiganti, con la propria moglie e in guerra (vedi Sahih Muslim B32N6303, considerato un hadith "autentico").
Ma per quanto riguarda la nostra principale preoccupazione, la guerra, il seguente episodio tratto dalla biografia di Maometto svela la centralità dell'inganno in guerra. Durante la Battaglia della Trincea (627), che oppose Maometto e i suoi seguaci ad alcune tribù non musulmane (collettivamente definite come "i Confederati"), uno di questi Confederati, Naim bin Masud andò al campo dei musulmani e si convertì all'islàm. Quando Maometto scoprì che i Confederati non sapevano della conversione di Masud, gli consigliò di ritornare e di tentare qualche espediente per indurre i Confederati ad abbandonare l'assedio – "Perché" lo rassicurò Maometto, "la guerra è inganno". Masud ritornò dai Confederati senza che loro sospettassero che avesse "cambiato bandiera" e cominciò a fornire pessimi suggerimenti ai suoi parenti e ai suoi precedenti alleati. Si diede anche un gran daffare per provocare litigi tra le varie tribù finché, diffidando completamente l'uno dell'altro, smobilitarono, abbandonando l'assedio dei musulmani e quindi salvando l'islàm nel suo periodo embrionale (vedi Al-Taqiyya fi Al-Islam; anche Sirat Rasul Allah di Ibn Ishaq, la più antica biografia di Maometto).
Il seguente episodio dimostra ancora più chiaramente la legittimità dell'inganno. Un poeta, Kab bin al-Ashraf, aveva offeso Maometto componendo versi oltraggiosi a proposito delle donne musulmane. Maometto, di fronte ai suoi seguaci, esclamò: "Chi ucciderà quest'uomo che ha offeso Allah e i suo Profeta?". Un giovane musulmano di nome Muhammad bin Maslama, si offrì volontario, ma con la clausola che, per giungere così vicino a Kab, da poterlo uccidere, gli fosse permesso di mentire al poeta. Maometto acconsentì. Maslama si recò da Kab e cominciò a lamentarsi dell'islàm e di Maometto, battendo questo tasto fino a che la sua ostilità contro l'islàm divenne tanto credibile da convincere Kab a concedergli la sua fiducia. Poco dopo Maslama ritornò con un altro musulmano e, mentre Kab aveva abbassato la guardia, lo aggredirono, uccidendolo. La versione di Ibn Sa’ad riferisce che i due corsero da Maometto con la testa di Kab, alla quale Maometto urlò: "Allahu Akbar!" (Allah è il più grande!).

L'INGANNO NEL CORANO
Vale anche la pena ricordare che tutta la sequenza delle rivelazioni Coraniche è una testimonianza della taqiyya; e, poiché si ritiene che Allah sia colui che ha rivelato questi versetti, è lui, in ultima analisi, a dover essere considerato il responsabile dell'inganno – cosa che non deve stupire, dato che lo stesso Allah è descritto nel Corano come il "miglior ingannatore" (Corano 3:54, 8:30, 10:21). Questo dipende dal fatto che il Corano contiene sia versetti di pace e tolleranza, che versetti violenti e intolleranti. Gli ulema furono perplessi nel decidere quali versetti dovessero codificare nella concezione islamica del mondo secondo la shariah – quello, ad esempio, che afferma che non c'è costrizione nella religione (Corano 2:256), oppure quelli che ordinano ai credenti di combattere tutti i non-musulmani fino a quando non si convertano o fintanto che almeno non si sottomettano all'islàm (Corano 9:5, 9:29)? Per uscire dall'impasse, svilupparono la dottrina dell'abrogazione (naskh, in base al versetto del Corano 2:106) che essenzialmente afferma che, in caso di contraddizione, i versetti "rivelati" successivamente nella carriera profetica di Maometto hanno la precedenza su quelli rivelati prima.
Ma innanzitutto, perché ci sono le contraddizioni? La classica risposta è stata che, poiché nei primi anni dell'islàm, Maometto e la sua comunità erano molto inferiori di numero rispetto agli infedeli, un messaggio di pace e coesistenza era appropriato (sembra qualcosa di familiare?). Tuttavia, dopo l'emigrazione a Medina e la crescita in numero e in potenza militare, furono "rivelati" i versetti intolleranti e violenti che spingevano i musulmani alla controffensiva – adesso che erano in grado di farlo! Secondo questa interpretazione, piuttosto comune tra gli ulema, si può solo concludere che i versetti miti della Mecca erano in ultima analisi un trucco per consentire all'islàm di guadagnare tempo per diventare sufficientemente forte da mettere in pratica i suoi "veri" versetti che richiedevano la conquista. In altre parole, come è stato tradizionalmente interpretato e messo in pratica dagli stessi musulmani, quando questi sono deboli o in una condizione di inferiorità, devono predicare e comportarsi secondo i versetti della Mecca (pace e tolleranza); quando invece sono forti, devono passare all'offensiva, secondo i versetti di Medina (guerra e conquista). Le vicende della storia islamica sono la testimonianza di questa dicotomia.
Un mio collega musulmano me lo confermò chiaramente durante una conversazione fortuita, ma rivelatrice. Dopo avergli esposto queste preoccupanti dottrine che rendono impossibile ai musulmani una coesistenza pacifica con gli infedeli – jihad, lealtà e ostilità, sostenere il giusto e vietare il male – gli chiesi in modo esplicito perché lui, come musulmano, non le sostenesse. Ma lui continuava ad essere evasivo, riferendosi agli altri versetti, abrogati, di pace e tolleranza. Pensando che si fosse dimenticato di queste enigmatiche teorie come l'abrogazione, con aria di trionfo, cominciai a spiegargli la differenza tra i versetti Meccani (tolleranti) e quelli Medinesi (intolleranti) e come i secondi abrogassero i primi. Mi sorrise con semplicità dicendo: "Lo so benissimo, ma io adesso sto vivendo alla Mecca!" – intendendo che, come il suo debole profeta che viveva alla Mecca sovrastato da una maggioranza di infedeli, anche lui, per sopravvivere, si sentiva in dovere di predicare pace, tolleranza e coesistenza alla maggioranza di Americani infedeli. [continua]

Vale la pena di leggerlo tutto, nonostante la lunghezza, questo indispensabile articolo provvidenzialmente tradotto da Paolo Mantellini. Perché, come già detto altrove, il nemico è tra noi, e per potercene difendere è necessario conoscerlo. E poi
MEMENTO: + 28.



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