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Diario


21 settembre 2009

INTERVISTA A UGO VOLLI

Ugo Volli: semiologo, docente, giornalista, scrittore, critico teatrale; ora anche autore delle ormai mitiche "cartoline da Eurabia". Ho dimenticato qualcosa?
Sono anche commendatore della Repubblica, naturalmente, senatore a vita, campione olimpionico dei cento metri e titolare della principale agenzia di reclutamento della marina svizzera in alto Montenegro. E ho molte altre virtù, come dice il poeta.

Bene, mi auguro che fra le virtù che taci per modestia vi sia anche l'appartenenza all'Ordine del Collare dell'Annunziata, in modo da dare ulteriore lustro a questo blog con la pubblicazione di questa tua intervista.
Vogliamo ora parlare dalle cartoline? Come è nata l'idea?
Da una richiesta di Angelo Pezzana di scrivergli qualcosa. E dal libro di Bat Jeor, naturalmente.

A volte, leggendole, leggendo certe frasi, certe espressioni, certe locuzioni, si ha l'impressione di vederti sghignazzare: stai sghignazzando davvero?
No. Francamente non è il mio stile.

Ciononostante riesci (spesso), mentre informi, a far divertire o almeno sorridere, che è virtù - questa sì - davvero rara. Restando in tema: sappiamo che per quante battaglie Israele riesca a vincere sul campo, riesce sempre perdente nella guerra mediatica. Perché, secondo te? Questo enorme svantaggio nel campo dell'informazione a che cosa è imputabile: a errori da parte di Israele o a quali altri fattori?
Far sorridere, o anche semplicemente sorridere è una delle armi migliori di chi è in svantaggio. Lo svantaggio israeliano si spiega solo in piccola parte con errori di comunicazione o incuria comunicativa. In realtà Israele è sempre stato combattuto e discriminato. L'Inghilterra, potenza che aveva ricevuto nel 1920 il mandato di amministrare il territorio che oggi è Israele e Giordania allo scopo di svilupparvi un focolare ebraico, pur nel rispetto delle altre religioni e nazionalità, si schierò progressivamente con gli arabi e durante la guerra del '48 li appoggiò anche militarmente. L'Urss di Stalin appoggio tiepidamente il nuovo stato per qualche anno, poi lo contrastò con crescente ostilità, trascinandosi dietro tutta la sinistra fino a oggi; gli americani assicurarono il loro appoggio soprattutto a partire dalla metà degli anni Cinquanta, ma stando sempre attenti a misurare il loro impegno e a frenare le vittorie israeliane, impedendo più di una volta quella che avrebbe potuto essere la fine della guerra. Il Vaticano non riconobbe Israele fino agli anni Novanta guidando alla diffidenza e all'antipatia i cattolici di tutto il mondo, salvo poi spostarsi su posizioni più equilibrate ma mai davvero filoisraeliane. L'Europa è stata per tutti questi decenni prevalentemente filoaraba e lo è ancora. In questo ambito l'Italia si è distinta a lungo per il suo appoggio al terrorismo palestinese. Del mondo arabo e in genere del Terzo Mondo non vale neanche la pena di parlare.
In sostanza Israele ha dovuto confrontarsi sempre con l'inimicizia di quasi tutti gli stati. È difficile capirne la ragione. Certo, il petrolio arabo e la dinamica demografica del mondo islamico spiegano molto. Ma io mi sono convinto che l'antisemitismo abbia prodotto l'antisionismo anche nel mondo contemporaneo; non viceversa. Israele è l'ebreo delle nazioni e viene perseguitato o almeno discriminato come lo erano i singoli ebrei fino al 1948 (e in molti posti lo sono ancora). Contro Israele, travestito da senso di giustizia o da lotta per la liberazione dei popoli, vi è autentico odio teologico, razzismo vero. Un fatto che è occultato in Europa, soprattutto dalla natura di sinistra, dunque atea e autodefinita progressista di buona parte degli odiatori. E anche dal fatto che fra essi prospera anche in Italia un certo numero di ebrei che trova più comodo salvarsi dall'antipatia generale unendosi agli odiatori di Israele. Questa è la situazione. Nel campo della comunicazione come in quello militare, Israele nasce con uno svantaggio enorme e per fortuna è capace di cavarsela abbastanza bene lo stesso, grazie alla passione, all'intelligenza, alla determinazione dei suoi difensori.

Fermiamoci allora, visto che lo hai evocato nella tua risposta, sul tema dell'ebraismo: che cosa significa per te essere ebreo? In che cosa consiste l'identità ebraica?
È una domanda molto complicata, con un versante oggettivo e uno soggettivo. Rinunciamo a definire qui oggettivamente (secondo la legge ebraica) l'ebraismo per favore. Io sono nato ebreo, ma si tratta di una condizione che ritengo necessario riconquistare continuamente. Sento l'esigenza di lavorare ogni giorno per diventare ciò che sono. E questo lavoro significa assumersi il destino storico del popolo ebraico, averne cura, cercare di difenderlo dai suoi nemici e di sviluppare il suo rapporto dialettico col nostro tempo.

Un elemento fondamentale dell'ebraismo è la memoria: "zakhor", ricorda, è un comando che ritorna spesso. Come lo interpreti, questo dovere della memoria? Che cosa si deve ricordare, e come si deve ricordare? E che cosa non si deve invece - o non si dovrebbe - ricordare?
Non c'è identità o appartenenza senza memoria. Continuare un'identità significa preservare una memoria. Inevitabilmente il ricordo è selettivo, si tratta di conservare ciò che si considera essenziale. E la prima cosa da ricordare è la propria identità personale e dunque ciò di cui si intende tenere memoria. La fitta trama della vita religiosa, fatta di ricorrenze e coincidenze, serve proprio a questo.

Fra la tua sterminata produzione (quanti libri hai scritto? Riesci ancora a contarli o hai perso il conto?) c'è un lavoro teatrale, purtroppo non disponibile, intitolato "Giobbe si rivolge a Dio", sul tema del male: il male che si abbatte sugli innocenti, il male che si abbatte sui giusti, il male che si abbatte sugli umili: perché? Perché tanta carneficina di bambini e tanta indulgenza per i carnefici? Questa intervista non è certo il luogo adatto per affrontare un tema come quello del male, ma una domanda - in attesa di poter mettere le mani sull'opera - voglio tuttavia portela: potresti dirmi, mentre sto su un piede solo, qual è la risposta che tu nella tua opera dai a questo interrogativo?
Non ho una risposta a questa domanda. A me sembra evidente che la realtà non retribuisce le persone secondo il loro merito e che talvolta la sproporzione assume la dimensione orribile della Shoà o di certe epidemie o terremoti. Come questo si possa conciliare con l'esistenza di una divinità etica e interessata al mondo umano è una questione che ha tormentato tutti da Isaia (55,8: Le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri) alla filosofia dalle origini.

Ti ringrazio per questa risposta così umana e, immagino, così sofferta. Vorrei ora tornare per un momento a Israele. Un'accusa che viene abitualmente rivolta ai sostenitori di Israele è quella di essere acritici, di rappresentare un Israele immacolato e perfetto. Potremmo naturalmente controbattere che da "loro" non abbiamo mai sentito una condanna "senza se e senza ma", come recita uno dei loro mantra preferiti, del terrorismo, ma non lo faremo. Potremmo anche far notare che "loro" non criticano la controparte palestinese non solo quando uccidono i civili israeliani, non solo quando uccidono ebrei non israeliani in tutto il mondo, ma neanche quando uccidono i loro stessi fratelli palestinesi di altre fazioni, ma non faremo neanche questo. Quello che ti chiedo, invece, dato che l'accusa che ci viene rivolta è totalmente falsa e infondata, è: quali critiche merita, secondo te, Israele? Quali sono i suoi errori e i suoi torti?
Israele è un paese straordinariamente normale, considerata la sua storia e la cronaca politica che lo riguarda, e soprattutto un paese che desidera molto la sua normalità. Dunque ha un sacco di difetti. Trovo sgradevole il modo in cui gli israeliani guidano, spesso discutibile il rapporto poco rispettoso che instaurano con il paesaggio e il passato; non amo le autostrade urbane e il sistema troppo americano dei trasporti. Eccetera. Poi ci sono delle cose poco normali che non gradisco, come la delega di aspetti importanti del diritto di famiglia al rabbinato e in genere la presa degli ultraortodossi sulla vita pubblica. Ma forse non volevi sentir parlare di questo. Sul piano politico, spesso Israele non sa far valere a sufficienza le sue ragioni. Riesce ad aver più voce la sua rumorosa e velleitaria sinistra intellettuale che la grande corrente maggioritaria dell'opinione pubblica sionista. La necessità di sopravvivere qualche volta impone di badare ai rapporti di forza materiale (cioè militare), senza tenere sufficientemente conto della battaglia che avviene nell'opinione pubblica internazionale. Gli israeliani hanno troppa fiducia nei fatti e restano spesso impreparati davanti alle deformazioni propagandistiche della stampa internazionale, dei governi, delle Ong ecc. Insomma, c'è una certa ingenuità politica, anche della politica più realistica; ma questo forse non è del tutto un difetto.

Sì, invece, volevo sentir parlare anche di quello: delle scelte politiche ma anche di tutto il resto, dell’Israele “quotidiano”. Restando in tema: sulla base della tua approfondita conoscenza della situazione, quali sviluppi prevedi per il prossimo futuro?
Sono molto pessimista. Mi sembra che la presidenza Obama stia applicando la linea suicida di cercare di rabbonire i nemici dando loro quel che vogliono ai danni degli alleati e Israele rischia di essere il primo a trovarsi esposto e scoperto da questa politica. Per fortuna si tratta di un'amministrazione particolarmente incompetente e dilettantesca, assai poco credibile fuori dal mondo fatato delle relazioni pubbliche, che forse non è in grado di realizzare il tradimento che si propone. Israele oggi sembra forte e affidato a una direzione più competente e determinata, più realista e meno abbagliata dalla volontà di compiacere il mondo che nel passato recente. Ma anche in questo caso vi sono dei fattori interni che rendono pessimisti a lungo termine. Per fortuna i gruppi pacifisti interni, benché rumorosi e abili a comunicare con quel collaudato megafono che è Haaretz, non contano quasi più nulla nella politica israeliana. Ma ci sono, ed entrambi in forte crescita demografica, gli arabi israeliani e gli Haredim, perlopiù antisionisti e talvolta francamente nemici dello stato di Israele. E continua una politica rissosa, molto personalista e instabile. Tutti fattori che rendono difficile la gestione di un'emergenza lunga e pericolosissima.

Questo tuo impegno a favore di Israele, e in particolare a favore di un'informazione onesta su Israele, puoi considerarlo una missione?
Non saprei. La parola missione viene da mittere, mandare. Io non sono il messo di nessuno, neppure di me stesso. Ho avuto una biografia politica complessa prima di arrivare al mio impegno attuale. Oggi lo considero piuttosto un dovere, un bisogno collettivo che bisogna soddisfare e cui mi sento abbastanza adatto con la mia storia e la mia preparazione.

Un immenso grazie a Ugo Volli che, pur sommerso dagli infiniti suoi impegni e compiti e ruoli e doveri, ha avuto la bontà di accettare questa intervista ed è riuscito a ritagliarsi il tempo per rispondere alle domande.
Nel congedarmi da lui gli auguro, come d’uso, di poter proseguire il suo meritorio impegno a favore della giusta causa che tutti noi, uomini e donne di buona volontà, sosteniamo con entusiasmo, “fino a centoventi anni” – anche se è sempre viva la speranza che la necessità di tale impegno cessi molto prima. (Poi naturalmente, per completare il quadro, corri subito qui).



barbara


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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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