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Diario


15 agosto 2009

I BAMBINI? A MORTE!

dal Corriere della Sera di mercoledì 12 agosto

Il caso L'identità dei torturatori del bambino era stata coperta per evitare ritorsioni. La madre sarà scortata a fine pena. A spese dei contribuenti

E il giudice svelò i torturatori di Baby P
Diffusi foto e nomi. Dopo la condanna avevano ottenuto l' anonimato

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE LONDRA - I soccorritori del «999» chiamati la sera del 3 agosto 2007 dalla giovane mamma Tracey Connelly, trovarono morto Baby P, il piccolo Peter con la chioma bionda e gli occhi azzurrissimi.



Era adagiato nelle lenzuola del suo lettino inzuppate dal sangue di 22 ferite. Il corpo era macchiato dai lividi e dai segni delle emorragie interne provocate da ripetute percosse sull'addome, alla testa, alla schiena. E, sulla pelle delicata, era timbrato coi buchi scavati dai mozziconi di sigaretta.





Appena due giorni prima, la pediatra Sabah Al-Zayyat, in un ospedale del nord di Londra vicino a Tottenham dove abitava la famiglia, aveva visitato Baby P e non si era accorta di quelle ecchimosi rispendendo il bimbo di diciassette mesi a casa. Nell'inferno della sua casa. Non aveva dato retta, la dottoressa, ai pianti di dolore e neppure si era resa conto che alcune delle cicatrici e dei «blu» erano stati nascosti con un velo di cioccolata. Un'atrocità. Tracey Connelly col convivente Jason Barker, ladro, piromane, attaccabrighe, e il sadico fratello di questo, Steven, un nazista fanatico e violentatore di bambini, aveva cancellato le prove degli ultimi accanimenti. Ma ben peggio della pediatra, prima di quel 3 agosto 2007, avevano combinato i responsabili dei servizi sociali di zona i quali per 70 volte, dall'1 marzo 2006 il giorno della nascita di Peter, pur avendo Tracey, la mamma, nei loro registri di cura e di assistenza, avevano sentenziato che Baby P doveva vivere lì, nell'inferno. E sapevano. Avevano capito. Avevano sentito dai vicini che con Tracey, che aveva mollato il padre vero di Baby P, abitavano Jason e Steven. Ma non importava che Tracey non lavorasse, che avesse quattro figli da mantenere non si sa come, visto che passava la giornata a spinellarsi, a bere vodka e chattare al computer, che quei due fratelli, uno peggio dell'altro, avessero una fedina penale degna dell'enciclopedia del crimine, che il loro stile di vita non avesse mai dato segni di ravvedimento, che nel loro passato vi fosse stata un'assidua frequentazione di polizie e tribunale a cominciare da quando, ragazzini, presero la nonna e la portarono sul limite del soffocamento solo per divertirsi a terrorizzarla. Tutte le volte, 70 volte, i servizi sociali si erano rifiutati di dare Baby P in affidamento a una famiglia che gli potesse regalare un'esistenza normale. E persino peggio della pediatra, peggio dei servizi sociali, peggio dell'omertà del quartiere e degli amici, è l'eccesso di buonismo giuridico che ha sempre tutelato i diritti degli accusati e mai (ecco lo scandalo) i diritti della vittima, del piccolo Peter, martoriato per diciassette mesi, senza che un cane intervenisse per salvarlo. Non c'è la prova principe, si sosteneva. Andava all'ospedale per le botte che Jason gli dava, Jason lo immobilizzava, gli schiacciava la testa mentre Steven gli spegneva i mozziconi di sigaretta addosso. Steven aveva già abusato di una bambina ed era libero. Non c'era proprio nulla che inorridisse i servizi sociali che non hanno mai mosso un dito. «Meglio che stia con la mamma». Questa storia sta indignando l'Inghilterra: per la sua crudeltà, per i suoi risvolti che chiamano in causa l'indifferenza, l'insensibilità, la superficialità del sistema di assistenza all'infanzia, il formalismo legale. Forse non l'avremmo conosciuta nei suoi crudi e penosi dettagli se due giorni fa un giudice, per impedire che il sistema penale si trovasse coperto dal discredito più assoluto, non avesse ordinato di scoperchiare il bidone e di fare uscire i nomi e le foto di Tracey, del suo fidanzato Jason, di Steven, i torturatori che andati a processo e condannati (Steven all'ergastolo), nei mesi scorsi avevano ottenuto di cambiare la loro identità, di cancellare i loro veri nomi, di impedire alla stampa di raccontare ciò che nella casa di Tottenham era accaduto e di rivelare che se mai Tracey ritroverà la libertà sarà scortata a spese dei contribuenti. Una catena di orrori. Di Baby P doveva restare solo la tomba al cimitero di St. Pancras con un orsetto di peluche appoggiato alla lapide e la scritta: finalmente salvo. E non è neppure vero. Perché la sua memoria è infangata dagli operatori del servizio sociale, quelli che per 70 volte hanno rispedito il piccolo Peter a casa. Sono stati licenziati ma hanno avuto il coraggio di rivendicare il ritorno al lavoro. Con questa motivazione: abbiamo fatto del nostro meglio. Anche per la garantista Inghilterra è troppo. (
Fabio Cavalera)

Che la famiglia è la Auschwitz dei bambini lo sappiamo da sempre – lo sanno, soprattutto, i bambini, e lo sa chi è stato bambino. Che i carnefici con l’hobby dello sterminio godono di maggiore simpatia e di maggiori complicità delle loro vittime, anche questa è cosa nota. Ma un accanimento come quello che troviamo in questa storia, da parte del personale dei servizi sociali, una determinazione così incrollabile nello scaraventare un bambino di pochi mesi nell’inferno, una così entusiastica volontà di offrire ai carnefici ogni supporto per poter proseguire nella loro opera di sterminio, è cosa tale da sconvolgere anche chi l’inferno lo ha conosciuto di persona, lo ha visto coi propri occhi, lo ha vissuto nella propria carne e nella propria anima. Guardiamoli bene in faccia, i carnefici, da non rischiare di non riconoscerli se mai dovessimo incontrarli per strada. E peccato che non abbiamo anche quelle degli “assistenti sociali”.

                                          

                        

barbara

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