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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


9 agosto 2009

NO PERCHÉ QUANDO MI METTO IN VIAGGIO IO RAGAZZI VERAMENTE

Dunque succede che ad un certo momento mi accorgo che la mia macchina beve olio come una puttana. La prima volta che ho occasione di portarla dal meccanico glielo dico, e gli chiedo di dare un’occhiata, ma lui se ne dimentica. Torno a ricordarglielo la volta dopo e quella dopo ancora; torno a ricordarglielo ogni volta che gliela porto, per tre anni, facendogli ogni volta presente che beve sempre di più. L’ultima volta, a giugno, mi garantisce che ci guarderà; poi quando la vado a riprendere lui non c’è quindi non posso chiedere se lo ha fatto, ma mi sento relativamente tranquilla. Parto dunque per il mare, col serbatoio dell’olio pienopienopieno, faccio 550 chilometri, all’arrivo controllo: è al di sotto del minimo. Per fortuna viaggio sempre con la mia scorta di olio, torno a riempire il serbatoio, alla fine della vacanza riparto; per sicurezza e per curiosità dopo 300 chilometri mi fermo e controllo: è al di sotto del minimo.
Arrivata a casa chiamo il meccanico e gliene dico di tutti i colori sulla faccenda che per tre anni gliel’ho detto ogni volta che gliel’ho portata e lui non ha mai fatto uno stramaledetto cazzo di niente e io nel frattempo ho consumato decine di litri di olio, ossia speso centinaia di euro più di ciò che avrei dovuto, e in che condizioni mi ritrovo a viaggiare, col rischio di finire ogni momento col motore abbrustolito ecc. ecc.. Con la sua bella vocetta pacata mi dice: “Ma signora, se consuma troppo olio non c’è niente che si possa fare! L’unica a questo punto è revisionare tutto il motore”. Chiestogli il costo, realizzo che la cosa mi costerà tutta la tredicesima (prossima ventura) più quattro mesi a pane e acqua più il rinvio sine die della cura della carie sull’incisivo, ma non ho alternative. Gliela porto, il venerdì pomeriggio, facendogli presente che il giovedì mattina devo partire, e quindi per il mercoledì pomeriggio mi serve. Dice, non si preoccupi. Il mercoledì chiamo nel primo pomeriggio per sentire come siamo messi. Dice: “Per sicurezza ho ordinato delle fascette elastiche, mi arriveranno domani pomeriggio verso le quattro e mezza: per lei va bene?” No, dico, NON mi va bene proprio per niente perché io parto domani mattina, come le ho RIPETUTAMENTE ricordato. Dice, ma non si preoccupi, gliene do un’altra. La cosa, sinceramente, non mi entusiasma: ho sempre guidato ogni tipo di macchine, ma un conto è fare qualche giro, o andare a scuola, altro è fare centinaia di chilometri con una macchina che non conosco. Dice, ma non si preoccupi, gliene do una uguale alla sua. Per che ora le serve? Dico, mi sarebbe comodo averla verso le cinque, così farei in tempo ad andare dal dottore. Dice, adesso chiamo il cliente che ce l’ha adesso e chiedo, richiami fra mezz’ora che glielo so dire. Richiamo, dice che la riceverà alle sei e mezza. Cancello il dottore dal programma e dico va bene, anche perché a questo punto mi deve andare bene per forza. Alle cinque e tre quarti mi sto pettinando per uscire quando mi suona il cellulare. È lui, dice che il cliente ha chiamato che c’è tanto traffico e arriverà in ritardo. Alle sette mi informa che no, per quella sera non ce la fa, comunque domani mattina me la porta lui, alle otto è a casa mia con la macchina, garantito. Io ovviamente alle sette mi sveglio (andata a letto alle quattro e mezza) e aspetto il meccanico con la macchina. Alle dieci meno cinque chiama per informarmi che sta arrivando, cinque minuti ed è qui. E alle dieci e un quarto arriva. Con una Fiat Punto al posto di un’Alfa 147 (e grigina al posto di rossa, non so se mi spiego).
Parto, dunque, e al posto delle solite tre ore ne impiego quattro e mezzo, sia perché la differenza di cilindrata si sente, sia perché con un’auto che non conosco e che non è mia più di tanto non mi fido a correre. Vabbè, dopo queste quattro ore e mezza arrivo a duecento metri dall’albergo, e qui inizia la gimkana – e meno male che il Checco me l’ha spiegata e disegnata – perché quei duecento metri sono a senso unico e non ci posso andare, e quindi devo girare a destra, fare un mezzo chilometro, girare a sinistra, fare un centinaio di metri, girare a destra, arrivare alla rotatoria, andare a sinistra, fare circa un chilometro fino al bivio, lì prendere a sinistra, fare alcune centinaia di metri, girare intorno a Porta Pontecorvo andando a sinistra, poi subito andare a destra, passare il ponte, andare a sinistra e costeggiare tutto il Santo, e sono arrivata. Senonché adesso succede che arrivata a Porta Pontecorvo trovo lavori in corso e il cartello “Deviazione” che mi manda a infilarmi in una stradina. Farà il giro del Santo dall’altra parte, penso, uscirà all’orto botanico. E dunque infilo la stradina, la seguo tutta diligentemente e arrivo … nel culo di un vicolo cieco. E qua mi viene quasi quasi da ringraziare di avere la Punto, perché girarsi nel culo di un vicolo sono cazzi acidi, e con la mia garantito che come minimo mi ci volevano otto manovre. Con questa invece con due me la cavo. Finito di girarmi faccio segno a un ragazzino in moto che sta esattamente di fronte a me di avvicinarsi, per chiedergli come cavolo si esce da lì. Lui mi si mette di fianco alla macchina e comincia a spiegarmi quando un altro tizio, che non si è mica capito che cavolo di manovra stesse facendo, parte sparato in retromarcia senza guardare dietro, centra in pieno il ragazzino e lo stende secco. Bontà sua non è un pirata e non scappa – anche perché con me ferma alla sua sinistra, una macchina parcheggiata alla sua destra, un cancello chiuso davanti e il ragazzino con la moto dietro per terra, la vedo dura davvero riuscire a scappare. E dunque spegne il motore, apre la porta, balza fuori e si precipita dietro - a controllare se l’impatto con la moto gli ha graffiato la carrozzeria. Poco prima di partire avevo aperto il cassettino e tirato fuori gli amuleti di viaggio da mettermi al collo. Come in altra occasione ho avuto modo di spiegare, non è che ci creda, naturalmente, ma dato che una volta che ero partita in fretta e li avevo dimenticati è capitato letteralmente di tutto, dal decollo con due ore di ritardo all’atterraggio con un motore in fiamme a un miliardo di altre cose, visto che niente mi costa da allora ho sempre provveduto a prenderli. E dunque li prendo e mi cadono per terra. Non sono superstiziosa, ma mi fa una brutta impressione. Poco dopo apro lo sportello della credenza per cercare dei tovaglioli di carta per i tramezzini, urto un bicchiere che cade per terra e va in mille pezzi. E il prossimo cosa sarà? mi chiedo. Il prossimo è il Cristo del Corcovado di legno che mi è stato portato dal Brasile e che da ventotto anni se ne sta lì, sopra la credenza, senza che mai gli sia venuto in mente di cadere. A questo punto mi metto tranquilla: a tre siamo arrivati, quindi siamo a posto. E invece no, mancava ancora il ragazzino. Che si è rialzato da solo e mi ha assicurato di non essersi fatto male, ma è stato uno shock non da poco lo stesso, sia per lui che per me – per quello della macchina non so. Uscita dal labirinto, ho trovato che l’unica strada percorribile era quella da cui ero arrivata. Per fortuna ho trovato un buco da fermarmi, ho chiamato l’albergo, e lì mi hanno spiegato che bisogna fare la strada che normalmente non si può fare e che per la durata dei lavori è stata ripristinata come strada a doppio senso di marcia.
E stamattina partenza per il rientro, con traffico mostruoso, un’ora e mezza da Verona a Rovereto, una sessantina di chilometri, e cinque ore per tutto il viaggio. E ad un certo momento, mentre ero lì in coda, un metro e ferma, due metri e ferma, finito di ascoltare per la quinta volta il concerto di Central Park, decido di cambiare CD. Sfilo dunque quello che è inserito, e automaticamente si attiva la radio. Dalla quale mi arriva “… sinagoghe incendiate … massacri di ebrei …”. Era un ebreo libico, e io lì, per tutto il tempo che ha parlato, ad ascoltarlo con una pelle d’oca che mi ha poi accompagnata per tutto il resto del viaggio, e con in mano il CD che avrei dovuto inserire: un CD di Dalidà, cacciata dall’Egitto insieme a migliaia di italiani e migliaia di ebrei, molti dei quali vivono ora fra di noi.
Quanto alla mia macchina che giovedì scorso era sicuramente pronta, prima di partire ho detto al meccanico: “Io torno domenica, quindi lunedì gliela porto e riprendo la mia”. Ha risposto: “Sì, ma se non è pronta può tranquillamente tenere questa”. Dico: “Ma io martedì pomeriggio devo andare a Bressanone!” E lui: “Sì sì, può andarci con questa, non ci sono mica problemi” … (Ma se domani non è pronta gli rifaccio vedere i sorci verdi, giuro).

barbara

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