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Diario


3 agosto 2009

L’OSSESSIONE DELLE CONCESSIONI

di Albert Soued, http://symbole.chez.com per www.nuitdorient.com

26/07/09

Dal suo arrivo alla presidenza degli Stati Uniti, Hussein Obama si è allineato all’Europa per ciò che riguarda il conflitto arabo-israeliano, ossia, al di fuori della soluzione di due stati proposta da G. W. Bush nel 2002, promuovere una pace a qualunque costo ed esercitare pressioni sull’unico stato valido, Israele, per rendere valido un progetto che non lo è e … fargli pagare il prezzo di questo progetto e di questa pace.
L’ossessione di ottenere concessioni da una sola parte, Israele, allo scopo di rendere possibile un progetto zoppo e poco realistico, rischia di sfociare su un conflitto maggiore in Medio Oriente.
Il progetto è zoppo e non valido perché i palestinesi non lo accettano e contano su Hussein Obama per condurre “una jihad politica” in favore degli arabi in Terra Santa. Incapaci di costituire uno stato per diverse ragioni, tra le quali le divisioni tribali e ideologiche, i palestinesi cercano di destabilizzare lo stato d’Israele con mezzi politici e, per il tempo della presidenza Obama, pacifici, con l’obiettivo di creare, alla fine, un’entità che si sostituisca a Israele e inglobi vari stati della regione.
Per convincersene basta leggere le diverse recenti dichiarazioni dei loro dirigenti e, meglio ancora, di dirigenti arabi a loro favorevoli.
- Azmi Bishara è un ex deputato arabo della Knesset che è fuggito da Israele per non essere perseguito per “intesa con il nemico”, avendo comunicato informazioni sensibili a Hezbollah. Questo è ciò che ha detto in un’intervista riportata dal giornalista Yaron London: “Io non penso che esista una nazione palestinese. Ma esiste una nazione araba. Non penso che esista una nazione palestinese perché questa è un’invenzione coloniale. Da quando in qua ci sono stati dei palestinesi qui? Io penso che non c’è che un’unica nazione araba. Fino alla fine del XIX secolo la Palestina era la parte meridionale della Grande Siria.
- Kifah Radaydeh, un attivista del Fatah, ha affermato alla televisione pubblica dell’Autorità Palestinese (AP) che “La pace è un mezzo e non un fine. Il nostro obiettivo è tutta la Palestina … La lotta armata è sempre un’opzione disponibile, dipende dalla nostra capacità e dalle circostanze”.
- Il deputato del parlamento del Fatah, Najat Abou Baqr, ha precisato alla stessa televisione che l’obiettivo del Fatah restava sempre la distruzione di Israele, ma che la tattica del momento era di focalizzarsi su Cisgiordania e Gaza, “… ma questo non significa che noi non vogliamo tornare ai confini del 1948 (inglobare tutto Israele), ma l’agenda del momento è di dire che vogliamo le frontiere del 1967”.
- Mohamed Dahlan, membro eminente dell'AP, ha precisato che il Fatah non riconoscerà mai lo stato di Israele e che se l’AP ha finto di riconoscerlo è unicamente per il suo prestigio internazionale e per ricevere aiuti esterni.
- In un’intervista al quotidiano giordano Al Doustour il 25/06/09, Saeb Erekat, capo negoziatore palestinese, riferisce che Olmert aveva già offerto all’AP un territorio equivalente al 100% della superficie conquistata nel 1967, mediante uno scambio territoriale. Erekat spiega che l’AP non può accettare se prima non viene riconosciuta la sua sovranità su tutti i territori conquistati nel 1967! In più, data la costante erosione della posizione israeliana da Madrid in poi, qualsiasi proposta venisse formulata, era inutile precipitarsi ad accettarla. Ha inoltre precisato che il diritto al ritorno dei rifugiati in Israele era inalienabile, senza che siano escluse, in parallelo, delle compensazioni finanziarie: diritto al ritorno e compensazioni vanno di pari passo!
- Parimenti Saeb Erekat ha recentemente ricordato a Benyamin Netanyahu che i tempi sono cambiati e che ora deve tener conto del fatto che il nuovo ospite della Casa Bianca è Hussein Obama, e che l’epoca d’oro delle costruzioni in Giudea-Samaria è terminata, persino per la crescita naturale degli insediamenti.
In effetti tutti i fatti e le azioni degli israeliani a Gerusalemme e negli insediamenti vengono riportati direttamente al Dipartimento di Stato, persino quelli per i quali Israele aveva delle garanzie da un precedente governo americano. Che cosa valgono oggi, con Hussein Obama, le garanzie americane? (1)
Altra questione. Con quale diritto le nazioni occidentali si immischiano negli affari locali e privati di un altro stato? L’intervento di Washington e Parigi nell’affare privato dell’hotel Shepherd del quartiere Shimon Hatsadiq (Sheikh Jarrah), è una cosa scandalosa e idiota. Nel 1891 degli ebrei sionisti hanno creato un nuovo quartiere a Gerusalemme, acquistando dei terreni a 1400 m. a nord della Città Vecchia, terreni che hanno dovuto abbandonare all’epoca dei moti arabi degli anni Venti. Successivamente, negli anni Trenta, il mufti filonazista Haji Amin al Husseini, se ne impadronì per costruire un edificio che divenne l’hotel Shepherd. Dopo il 1967 i giordani, sconfitti, abbandonarono Gerusalemme est e la Giudea-Samaria che occupavano e questi terreni divennero, sul piano giuridico, “proprietà abbandonate”.
Un uomo d’affari americano, Irving Moskowitz, li ha riacquistati nel 1985 e ha affittato l’edificio alla polizia di frontiera fino al 2002. Due settimane fa ha ottenuto l’autorizzazione a ristrutturare l’albergo. Allora Mahmoud Abbas si è lamentato con gli americani che la creazione di 20 appartamenti e di un garage andava a modificare l’equilibrio demografico della città! Il seguito lo conosciamo: l’ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren è stato convocato al Dipartimento di Stato e ugualmente quello di Parigi è stato convocato al Quai d’Orsay da Bernard Kouchner, ed è stato intimato loro di porre termine al progetto di trasformazione. (2)
Da quando è al potere, Obama non ha smesso di corteggiare gli arabi al fine di modificare l’immagine degli Stati Uniti presso di loro. A questo scopo continua a indirizzare loro discorsi televisivi. Ma poiché non ha ottenuto i risultati che si aspettava, per convincerli non ha trovato altro mezzo che di prendere partito per “i poveri palestinesi” e di attaccare Israele perché qualche roulotte occupa qualche arpento di terra in Giudea-Samaria, o perché a Gerusalemme si sono fatte evacuare delle case arabe insalubri, o perché si è modificato un edificio privato legalmente acquistato due volte nello spazio di un secolo per alloggiarvi degli ebrei.
Ora, con questa politica, Obama non fa che incoraggiare l’atteggiamento intransigente degli arabi nei confronti di Israele, mettendo quest’ultimo in pericolo. Con l’appoggio della maggioranza dell’opinione mondiale e di una precaria maggioranza americana, rischia di cadere in un’impasse e di scatenare un conflitto maggiore nella regione (3). Perché l’opinione israeliana è esacerbata per la questione dell’hotel Shepherd, e una gran parte della sinistra israeliana ha reagito negativamente ai comportamenti umilianti e ingiusti di Obama.
Dal 1967 Israele non ha mai smesso di fare concessioni: concessioni che non hanno portato a una vera pace ma solo a delle semplici tregue, che hanno obbligato questo stato a dedicare una parte molto importante delle sue risorse ad armarsi, a scapito della qualità della vita.
Se oggi il paese vota a destra, è perché sa che cedere ancora e ancora non gli porterà una vera pace e, come ha mostrato la lezione di Gaza, ciò rischia addirittura di condurlo verso l’irreparabile e irreversibile. Israele non farà più concessioni, poiché ha già raggiunto limiti che non si possono e non si devono superare. Col rischio di ritrovarsi da solo a difendere la propria causa, ma questa non è una novità …

Note

(1) In una lettera ad Ariel Sharon datata 14/04/04, G. W. Bush gli conferma che per tutti gli accordi riguardanti il conflitto arabo-israeliano occorrerà tenere conto delle realtà sul terreno, in particolare i blocchi di popolazione ebraica in Giudea e Samaria, che non è realistico tornare ai confini dell’armistizio del 1949 e che i confini fra Israele e la futura Palestina dovranno essere ridefiniti mediante negoziati. Per 5 anni le costruzioni effettuate in considerazione della crescita naturale della popolazione non hanno posto alcun problema agli americani, né ai palestinesi. I problemi sono cominciati con Obama, che vuole cambiare le carte in tavola. Hillary Clinton non vuole tenere conto della lettera di Bush. È stata contestata dal generale Elliott Abrams, negoziatore in Medio Oriente sotto Bush, in un articolo del Wall Street Journal in cui precisa che si trattava di un accordo bilaterale fra il presidente degli Stati Uniti e il primo ministro di Israele, l’evacuazione di Gaza contro l’invio di una lettera di impegno. A meno che gli Stati Uniti non siano diventati una repubblica delle banane.

(2) Questo atteggiamento ha sollevato indignazione in Israele e nel mondo ebraico e filosemita.

(3) Si è appena appreso che Hussein Obama avrebbe deciso di rinunciare alla sua politica di pressioni su Israele per ciò che riguarda gli insediamenti. Il “pappagallo del Quai d’Orsay” farebbe bene a imitarlo. (Traduzione mia)

È di qualche conforto constatare che c’è ancora qualcuno che ha conservato la capacità di vedere ciò che ha davanti agli occhi, e il coraggio di dirlo. Casualmente proprio oggi anche L’INEFFABILE SEMPRELUI ha scritto sullo stesso argomento, e naturalmente vi ordino tassativamente di andarlo a leggere.


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