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Diario


2 agosto 2009

SABATINO FINZI È ANCORA QUI

Io, il bambino numero 1000 nell'inferno di Buchenwald

di Marco Ansaldo

«Sono quattro notti che sogno mia madre. Da quando ho saputo di questi documenti». La voce si incrina, un velo di lacrime copre gli occhi. Si commuove, quest'uomo di 82 anni. L'unico della famiglia a essere tornato dai Lager. Sono passati 64 anni. E per un attimo bisogna cambiare argomento perché non si accasci nel dolore del ricordo. Tra i mille bambini ebrei stipati in un pugno di baracche - fra cui il futuro premio Nobel, Elie Wiesel - e trovati vivi dagli americani quando entrarono a Buchenwald, c'era anche un ragazzino italiano. Uno solo. Finito però nel blocco riservato agli adulti.
Le carte del suo internamento emergono dal nuovo archivio nazista di Bad Arolsen, in Germania. A reperirle è il professor Kenneth Waltzer, direttore del Dipartimento di studi ebraici alla Michigan State University, autore di un prossimo libro sui bambini detenuti a Buchewald. Repubblica ha cercato se quel piccolo prigioniero fosse ancora in vita, e lo ha infine trovato a Roma.
Si chiama Sabatino Finzi. È uno dei 17 ebrei romani, dei 1022 rastrellati, tornati dalla deportazione al Ghetto dell'ottobre 1943. Aveva 16 anni. Nessun altro dei 207 minorenni presi quel giorno tornò più. Con l'aiuto delle carte Waltzer ricostruisce il percorso. Sabatino arrivò a Birkenau-Auschwitz, dove perse subito la madre Zaira e la sorella Amelia, 12 anni, inviate nelle camere a gas. Lui e il padre vennero spediti a Jawisowice, dove lavorarono nelle cave di lavagna.
«Quando Auschwitz e i campi satellite dovettero essere evacuati - spiega il professore - i due Finzi furono trasferiti insieme a Buchenwald. Era il 22 gennaio 1945. Ma li separarono subito, e Giuseppe fu mandato a Ohrdruf». Su quella lista di trasporto, assieme a una cinquantina di ragazzini, erano stati messi anche 5 piccoli italiani. Quattro però vennero mandati altrove, due a Ohrdruf, due a Schwalbe/Berga. Solo uno fu tenuto a Buchenwald. «Il suo nome - continua Waltzer - come risulta dalla dozzina di documenti recuperati, è Sabatino Finzi, prigioniero numero 117662. Ma non venne mandato al blocco 8, quello cosiddetto dei bambini. Fu piazzato prima alla baracca 2 e poi spostato alla 28». Perché?
Oggi il signor Sabatino cammina a fatica. Nemmeno a figli e nipoti, che lo circondano con affetto, ha mai raccontato nei particolari quel periodo tristissimo. «Mio padre in sessant'anni anni ha parlato sempre molto poco», dice il figlio Giorgio. Sabatino si esprime a tratti. Frasi corte, interrotte da lunghi silenzi. Le scene del Lager arrivano come lampi improvvisi nella memoria. «Pugni e schiaffi. Così si andava avanti laggiù». Prende una penna, sopra un foglio disegna una stella. «Questa ce la facevano mettere qui, al petto». La scritta gialla: giudeo. Osserva con curiosità le schede che lo riguardano, confronta il suo numero di detenuto con quello sul braccio. È il 158556. «Papà aveva il 158557», dice. Poi nota la propria firma, in calce a un documento consegnato agli Alleati al momento della liberazione. Riscrive la sua firma: è identica, il medesimo sbaffo in fondo. «Lavoravo nella cave. Un kapò polacco mi diede una botta in testa, perché non l'avevo capito in tempo. Ricordo ancora il nome, e il numero. Mi venne un ematoma. Fui operato da un altro detenuto, chirurgo all'Università di Pisa, che intervenne con un cucchiaio affilato per terra e reso incandescente con un accendino». Il nipote Andrea, 12 anni, gli stampa un bacio sulla guancia.
Il 5 giugno scorso il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha celebrato il 60° anniversario del suo matrimonio con la moglie, Esterina Pavoncello. «Sono nato nel 1927. Ma sulle carte i nazisti avevano scritto '28: ho insistito. Ecco, qui si vede che la data è stata infine cambiata con un tratto di penna. Dovevo sembrare più grande. Perché avevo visto che i bambini li ammazzavano tutti. Non lavoravano, e alle SS non servivano. Li portavano fuori dai blocchi, e ta-ta-ta. Li mitragliavano. Io ero già un giovanetto. Allora ho detto di avere più anni, perché in quel modo potevo rendermi utile. Così sono sopravvissuto. Ho sempre avuto un sesto senso». Il ragazzino Finzi si salvò da solo. Fu tolto dalle liste dei piccoli e assegnato alle baracche degli adulti.
Gli ultimi giorni, prima dell'arrivo degli americani, i blocchi dei bambini furono oggetto di una tragica evacuazione forzata. «Papà non l'ho più veduto. Quando trovai del cibo, stavo per morire mangiando delle scatolette di fegato d'oca. Nelle baracche c'era un odore terribile. Qualcuno dava di stomaco, e uno affamato dietro di lui mangiava il suo vomito. Pesavo 29 chili. All'Ospedale Sant'Orsola di Bologna rimasi 7 mesi». Sembra tutto. Ma c' è un ultimo squarcio di memoria: «Sono andato a Gerusalemme, al Muro del pianto. E anch'io, come tutti, ho infilato un bigliettino. Ci ho scritto sopra: "Hitler, non ce l'hai fatta a farmi fuori. Sabatino Finzi è ancora qui, come mio figlio Giorgio e come mio nipote"». Sabatino anche lui. (Repubblica, 13 Luglio 2009)

Sì, Sabatino Finzi è ancora qui. Sei milioni sono stati ingoiati dall’inferno, e siamo stati scippati anche dei loro figli e nipoti e pronipoti, ma Sabatino Finzi è qui, suo figlio è qui, suo nipote è qui, milioni di ebrei sono qui, e ben decisi a restarci. Ben decisi a far sì che quelle due parole, “mai più” solennemente pronunciate sulle ceneri di Auschwitz, non si limitino a restare parole.



barbara

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