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Diario


6 giugno 2009

CHE COS’È UN PALESTINESE?

di Joseph Farah

Da quando, lo scorso ottobre, ho scritto un articolo intitolato “Miti del Medio Oriente”, lettori da tutto il mondo mi hanno chiesto che cosa si intende con il termine “palestinese”.
La semplice risposta è che significa tutto ciò che Yasser Arafat vuole che significhi.
Lo stesso Arafat è nato in Egitto. Più tardi si è trasferito a Gerusalemme. In effetti la maggior parte degli arabi che vivono all’interno dei confini di Israele oggi sono venuti da qualche altro Paese arabo in un qualche momento della loro vita.
Per esempio, proprio dall’inizio degli accordi di Oslo più di 400.000 arabi sono entrati in Cisgiordania o a Gaza. Sono venuti dalla Giordania, dall’Egitto e, indirettamente, da qualunque altro Paese arabo possiate nominare.
Dal 1967 gli arabi hanno costruito 261 insediamenti in Cisgiordania. Non sentiamo molto su questi insediamenti. Sentiamo invece parlare del numero di insediamenti ebraici creati lì. Sentiamo quanto sono destabilizzanti – quanto provocatori. Ora, per fare un confronto, dal 1967 sono stati costruiti solo 144 insediamenti ebraici, fra dintorni di Gerusalemme, Gaza e Cisgiordania.
Il numero dei coloni arabi è calcolato su statistiche raccolte al ponte Allenby e altri punti di raccolta tra Israele e la Giordania. È basato sul numero di lavoratori giornalieri arabi che entrano in Israele e non ne escono. I numeri sono stati pubblicati dall’Ufficio centrale di statistiche di Israele durante l’amministrazione di Binyamin Netanyahu e successivamente negati come “errori di registrazione” dall’amministrazione di Ehud Barak.
Naturalmente l’amministrazione Barak aveva buone ragioni per negare l’alto tasso di immigrazione illegale, data la sua forte dipendenza dai votanti arabi.
Si tratta di un fenomeno nuovo? Assolutamente no. È sempre stato così. Sono sempre arrivati arabi in Israele fin da quando è stato creato e anche prima, in coincidenza con l’ondata di immigrazione ebraica in Palestina prima del 1948.
Winston Churchill disse nel 1939: “Lungi dall’essere perseguitati, gli arabi si sono affollati nel Paese e si sono moltiplicati tanto che la loro popolazione ha raggiunto livelli che neppure l’intero ebraismo mondiale potrebbe raggiungere.”
E questo solleva una domanda che non ho mai sentito porre da nessuno: se le politiche di Israele rendono la vita così intollerabile agli arabi, perché questi continuano ad entrare così massicciamente nello stato ebraico?
È una domanda importante, visto lo spostamento, a cui stiamo assistendo, della discussione sulla questione del “diritto al ritorno”.
Stando alle rivendicazioni più liberali da parte delle fonti arabe, fra i 600.000 e i 700.000 arabi lasciarono Israele intorno al 1948, quando lo stato ebraico fu creato. La maggior parte non furono espulsi dagli ebrei, ma piuttosto spinti dai leaders arabi che avevano dichiarato guerra a Israele.
Ora, ci sono molti più arabi che vivono in questi territori oggi di quanti ve ne siano mai stati in precedenza. E molti di coloro che se ne andarono nel 1948 e negli anni successivi avevano in realtà radici in altre nazioni arabe.
È per questo che è così difficile definire il termine “palestinese”.
Lo è sempre stato. Che cosa significa? Chi è un palestinese? È qualcuno che è venuto a lavorare in Palestina a causa di un’economia vivace e opportunità di lavoro? È qualcuno che è vissuto nella regione per due anni? Cinque anni? Dieci anni? È qualcuno che ha visitato una volta l’area? È qualunque arabo voglia vivere nell’area?
Il numero degli arabi nel Medio Oriente sopravanza quello degli ebrei di 100 a uno. Ma quanti, di queste centinaia di milioni di arabi, sono effettivamente palestinesi? Non proprio tanti.
La popolazione araba della Palestina è sempre stata estremamente bassa, prima del rinnovato interesse ebraico per l’area agli inizi del Novecento.
Una guida turistica per la Palestina e la Siria pubblicata da Karl Baedecker nel 1906, per esempio, illustra il fatto che anche quando la regione era governata dall’impero islamico ottomano, la popolazione musulmana di Gerusalemme era minima.
Il libro stima la popolazione totale della città in 60.000 abitanti, di cui 7000 erano musulmani, 13.000 cristiani e 40.000 ebrei.
“Il numero degli ebrei è fortemente aumentato negli ultimi decenni, nonostante sia loro proibito immigrare o possedere proprietà fondiarie”, constata il libro.
Nonostante fossero perseguitati, gli ebrei andavano a Gerusalemme e rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione già nel 1906.
Perché la popolazione musulmana era così scarsa? Dopotutto ci viene raccontato che Gerusalemme è la terza città santa dell’islam. Sicuramente, se questa fosse stata una credenza diffusa nel 1906, un numero maggiore di fedeli si sarebbero stabiliti lì.
La verità è che la presenza ebraica a Gerusalemme e in tutta la Terra Santa è stata costante in tutta la sua sanguinosa storia, come è documentato nel libro di Joan Peter “From Time Immemorial”, pietra miliare del conflitto arabo-ebraico nella regione.
È altresì vero che la popolazione araba è aumentata in seguito all’immigrazione ebraica nella regione. E, ci crediate o no, ci sono venuti perché in Israele c’erano più libertà e più opportunità che nelle loro nazioni.
Che cos’è un palestinese? Se ci sono arabi legittimati a rivendicare proprietà in Israele, devono essere coloro che sono stati illegalmente privati della loro terra e delle loro case dopo il 1948. Arafat non lo è. E ben pochi di coloro che sparano, bombardano e terrorizzano Israele lo sono. Se non addirittura nessuno.
25 aprile 2001, qui, traduzione mia.

Joseph Farah è un giornalista, editore e scrittore arabo-americano. Le sue lucidissime analisi andrebbero imparate a memoria. O almeno lette con molta molta attenzione.



barbara

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