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Diario
22 maggio 2009
FABBRICARE VITTIME: UN AFFARE REDDITIZIO
Gaza: uno sguardo dall’interno.
Wall Street Journal - Marzo 2009
Questo mese dei donatori da tutto il mondo hanno investito 4,5 miliardi di dollari per l’aiuto a Gaza. Mi ha molto addolorata assistere alla degradazione della situazione umanitaria in questi ultimi anni in quella stretta striscia di terra in cui ho trascorso la mia infanzia negli anni Cinquanta. I media attribuiscono sistematicamente il declino di Gaza alle azioni militari ed economiche israeliane contro Hamas. È un’analisi miope che ignora il problema d’origine che ne è alla base: 60 anni di politica araba hanno cristallizzato lo status del popolo palestinese in quello di rifugiati senza terra per utilizzare la loro sofferenza come arma anti-israeliana. Bambina a Gaza, sono stata personalmente vittima dei primi frutti di questa politica. L’Egitto, che amministrava all’epoca questo territorio, conduceva delle operazioni di guerriglia contro Israele partendo da Gaza. Mio padre comandava queste operazioni, perpetrate dai fedayin palestinesi (è il termine arabo per «sacrificare la propria vita») e Gaza era già il fronte della Jihad araba contro Israele. Mio padre fu assassinato dalle forze israeliane nel 1956. In quegli stessi anni, la Lega araba ha lanciato la sua politica dei rifugiati palestinesi. I paesi arabi hanno messo in atto delle leggi finalizzate a rendere impossibile l’integrazione dei rifugiati palestinesi della guerra condotta nel 1948 contro Israele. Al punto che i discendenti di questi rifugiati, nati in altri paesi arabi in cui hanno trascorso tutta la loro vita, non hanno mai potuto ottenere il passaporto di questo paese. Persino quando sono sposati a un cittadino di un paese arabo, non possono diventare cittadini del paese del loro congiunto. Resteranno «Palestinesi» anche senza avere mai messo piede in Giudea-Samaria o a Gaza. Questa politica che li costringe a mantenere l’identità palestinese per l’eternità condannandoli a una vita miserabile nei campi profughi, è stata concepita per perpetuare ed esacerbare la crisi dei rifugiati palestinesi. Lo stesso vale per la sovrappopolazione di Gaza. L’UNRWA, sostenuta politicamente dai paesi arabi, incoraggia il tasso di natalità ricompensando le famiglie numerose. Yasser Arafat era solito dire: «Le nostre armi migliori sono i ventri delle nostre donne»! I paesi arabi fanno pressione affinché il maggior numero possibile di palestinesi siano registrati come «rifugiati». Ne consegue che quasi un terzo dei palestinesi di Gaza vivono ancora in campi di transito. Da 60 anni i palestinesi vengono usati e sfruttati dai regimi arabi così come dai terroristi palestinesi per combattere contro Israele. Adesso è l’organizzazione islamista terrorista Hamas – sostenuta dall’Iran – che utilizza e sfrutta i palestinesi con il medesimo obiettivo. Quando i leaders di Hamas si nascondevano nei bunker e nei tunnel che avevano accuratamente preparato prima di provocare Israele attaccandolo, erano loro, i civili palestinesi, ad essere esposti in prima linea al fuoco incrociato fra Hamas e i soldati israeliani. Risultato di 60 anni di questa politica araba, Gaza è diventata un campo di prigionia per un milione e mezzo di palestinesi. Sia Israele che l’Egitto temono le infiltrazioni terroristiche da Gaza, soprattutto dopo la presa di potere di Hamas, e mantengono stretti legami per controllo ferreo della loro frontiera comune con Gaza. I palestinesi continuano a sopportare disagi perché Gaza continua a servire da rampa di lancio per sferrare attacchi terroristici contro i cittadini israeliani. Questi attacchi orchestrati da Hamas prendono la forma di missili puntati indifferentemente su asili infantili, case o aziende. E Hamas continua i suoi attacchi due anni dopo il ritiro da Gaza, che avrebbe dovuto condurre al processo di costruzione di uno stato palestinese e favorire una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese. Non c’era alcun segno di «ciclo di violenza», allora, alcuna giustificazione per altro che non fosse la pace e la prosperità. Ma al posto di queste Hamas ha scelto la Jihad islamica. La speranza degli abitanti di Gaza e degli israeliani si è trasformata in miseria per i palestinesi e in missili per gli israeliani. Hamas, sostenuto dall’Iran, è diventato un pericolo non solo per Israele, ma anche per i palestinesi così come per i loro vicini arabi degli altri stati, che temono che l’espansione dell’islam radicale destabilizzi i loro paesi. Gli arabi proclamano il loro sostegno e la loro passione per il popolo palestinese, ma sembrano più interessati al loro sacrificio! Se amassero davvero i loro fratelli palestinesi, farebbero pressione su Hamas affinché smetta di lanciare missili contro Israele. A più lungo termine, il mondo arabo deve porre fine allo statuto di rifugiato dei palestinesi e di conseguenza il loro desiderio di nuocere a Israele. Sarebbe ora che i 22 paesi arabi aprissero le loro frontiere e assorbissero i palestinesi di Gaza che desiderano rifarsi una vita. È ora che il mondo arabo aiuti realmente i palestinesi piuttosto che utilizzarli …
Noonie Darwish, cresciuta a Gaza e poi al Cairo, ha appena pubblicato “Cruel and Usual Punishment”, Thomas Nelson, 2009. (Traduzione mia)
Anche così, va da sé la colpa resta sempre di Israele: come ci ha insegnato la storia, nel ’67 la colpa è stata di Israele perché “Israele ha sparato il primo colpo” e nel ’73 la colpa è stata di Israele perché “non importa chi ha sparato il primo colpo”. Superior stabat lupus, ma è impossibile che la colpa sia sua, neanche per la cacca che sta proprio proprio sotto il suo didietro. E tuttavia la speranza è sempre l’ultima a morire, e dunque si continua a tentare di far passare qualche po’ di informazione, vedi mai che qualche spiraglio di luce non riesca a raggiungere qualcuno non ancora del tutto accecato.

barbara
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