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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


11 febbraio 2009

PROVIAMO A IMMAGINARE

Una famiglia più o meno come tutte le altre. Una vita più o meno come tutte le altre. Poi la telefonata: un incidente. Grave. Lei però è viva, grazie a Dio – per chi crede, o alla sorte, per chi ha altre convinzioni. La testa andata, però. Di brutto. Ma nel miracolo si spera sempre – non occorre essere credenti per sperare nei miracoli. E dunque, per aiutare il miracolo, si inizia a “stimolarla”: le si parla, la si accarezza, la si coccola, le si rimane vicino, le si portano regali, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Per due anni. Instancabilmente. Poi la sentenza definitiva: stato vegetativo. Il miracolo non ci sarà, non si risveglierà, la spina è definitivamente staccata. Avrebbe potuto riprendere la sua vita e lasciarla al suo destino, certo che, comunque, le suore non avrebbero cessato di accudirla con la sollecitudine e l’amore di sempre. E invece no, è rimasto lì, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Per diciassette anni. A combattere con composta dignità la sua battaglia, la battaglia di quella sua figlia solare e un po’ ribelle. Rinunciando a chiudere la partita clandestinamente, come migliaia, forse milioni di altri infelici fanno da sempre, per restare in quella legalità che, da uomo retto, aveva sempre rispettato. Si divide tra la moglie che – per caso? – proprio nel momento in cui giunge la sentenza definitiva si ammala di cancro – e quella figlia che vegeta. A questo impegno dedica ciò che gli resta della sua vita. E come compenso per tanto amore, per tanta dedizione, si scatena intorno a lui il finimondo. Lo chiamano assassino. Costruiscono sulla sua pelle, su quella della sua famiglia, sulla sua immane sofferenza carriere politiche. Qualcuno si è chiesto che cosa siano stati per quest’uomo questi diciassette anni? Qualcuno si è chiesto quanta sofferenza sia stata aggiunta all’anima di questo essere umano? Qualcuno, che magari si proclama cristiano, si ricorda che cosa significhi la parola pietà?
Mi è sembrato disonesto, sinceramente, esporre quelle splendide foto che mostrano una ragazza solare, dal sorriso straripante e traboccante di vita, quella ragazza che da quasi vent’anni non esiste più, in nessun senso e da nessun punto di vista, come se fosse stata lei ad andarsene, come a voler dire guardate cosa avete fatto, guardate a chi avete scelto di togliere la vita. Tutto questo è una terribile falsificazione: quello che se n’è andato è un corpo quarantenne, devastato da quasi vent’anni di immobilità, dalle piaghe da decubito, dalle inarrestabili diarree provocate da quel tipo di alimentazione, e ora, ultima onta, ultimo affronto, ultimo strazio, squarciato dall’autopsia (“Cessate d’uccidere i morti”, ma loro non hanno sentito l’accorato appello). Un corpo che la pietà di un padre non ha voluto mostrare, anche se avrebbe probabilmente convinto tutti delle sue ragioni.
È davvero così difficile provare a immedesimarsi? È davvero così difficile vedere lo strazio altrui? È davvero così difficile ricordarsi che cosa significhi la parola pietà?
Non mi meraviglierei se quest’uomo forte e coraggioso e dignitoso, portato finalmente a termine l’impegno che aveva preso con la figlia, adesso si lasciasse andare. Anche se spero davvero di no, perché di uomini come lui il mondo ha un grande bisogno.

barbara

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