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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


8 febbraio 2009

POST DEDICATO A TUTTE LE ANIME BELLE DEL PIANETA

Alle anime brave. Alle anime generose. A coloro che si battono per i diritti umani. A coloro che si mobilitano in massa quando li sfiora il sospetto che questi vengano violati. A coloro che non possono tollerare che si colpiscano dei civili, neanche per sbaglio, neanche quando l’obiettivo sono degli efferati terroristi. A coloro che in nome della giustizia sono pronti a fare – letteralmente, oh sì, MOLTO letteralmente – fuoco e fiamme. A voi, con tutta la mia immensa simpatia, con tutta la mia sconfinata ammirazione, con tutta la mia incommensurabile riconoscenza. Prego, accomodatevi: il pasto è tutto per voi.

CONGO, l’inferno nel nostro corpo

«Devo proteggermi» sussurra l'uomo in camice
bianco. «Ho imparato a essere insensibile per poter curare pazienti che perdono urina e materia fecale dopo che lo stupro di gruppo le ha lacerate. Dorme torturate con bastoni, coltelli, baionette esplose dentro i loro corpi rimasti senza vagina, vescica, retto. Ragazze alle quali devo dire: mademoiselle, lei non ha più un apparato genitale, non diventerà mai una donna». Dieci anni fa, una giovane violen­tata a cento metri da qui si è trascinata da lui. Da allora, nel suo ospedale Panzi a Bukavu, il ginecologo Denis Mukwege ha operato 25 mila vittime di stupri efferati e ne ha medicato altrettante nei villaggi, condannato a leggere nei loro corpi gli scempi di questo cruciale lembo d'Africa, l'est della Repub­blica Democratica del Congo. Si combatte dal 1998 nel Nord e nel Sud del Kivu, fuori dalle città di Goma e Bukavu, sulle rive di un lago beffardamente incantevole a ridosso della fron­tiera con il Ruanda. Cinque milioni di morti dal '98 al 2002, nel conflitto più sanguinoso del globo dopo la seconda guerra mondiale. Poi i ribelli impazziti, i villaggi cancellati, la missione dell’Onu Monuc - la più imponente, con 17 mila caschi blu - capace solo di contare i morti dopo bat­taglie sbrigativamente attribuite a faide etniche e che invece mirano al controllo di immense e maledette ricchezze mi­nerarie: oro, tantalio, diamanti.

Lo stupro, qui, è l’arma affilata
di una guerra che da tempo ha perduto la linea del fronte. La strategia primordiale di tutte le sigle paramilitari che annidano plotoni assassini nel cuore di tenebra della foresta equatoriale. Stuprano i ribelli del Cndp del generale Nkunda, appena messo fuori gioco dai suoi storici alleati ruandesi, e forse - mentre scriviamo - già ammazzato o spedito in un esilio dorato. Stuprano le mi­lizie della Fdlr, gli hutu responsabili del genocidio ruan­dese del '94 fuggiti in Congo. Stuprano i Mai Mai, com­battenti filogovernativi, allucinati da riti tribali. E stupra l'esercito regolare.
Violenza sistematica, compiuta davanti a figli e mariti: annientare le donne è un metodo veloce e sicuro per riu­scire a mutilare intere comunità, spaccandole in un'invin­cibile vergogna. Il presidente congolese Joseph Kabila ha appena autorizzato l'esercito ruandese a entrare in Congo per sgominare gli hutu della Fdlr, come promessa di pace per il Kivu, ma la sua gente non si aspetta che altri morti, altri in­ferni. «Perché chiamare qui i ruandesi a risolvere un loro pro­blema?» si chiede Mathilde Muhindo, che si è dimessa dal Parlamento disgustata dall'immobilismo di Kinshasa e da sem­pre assiste le vittime di stupro nel Centro Olame della diocesi di Bukavu. «Perché il governo è sceso a patti con Bosco Ntaganda, l'antagonista di Nkunda, ricercato dalla Corte dell'Aia per crimini contro l'umanità? È triste che nella nostra terra chiunque sia autorizzato a fare ciò che vuole, esattamente come i militari sul corpo delle donne». Corpi sfioriti come quello di Elise Mukumbila, maschera di rughe e livore: nelle credenze tribali, forzare un'anziana porta ricchezza, così i Mai Mai hanno abusato di Elise per mesi, nella foresta a nord di Coma, lasciandole l'Hiv. La incontro a Goma, nel piccolo centro di Univie Sida, associazione locale che convince le don­ne sieropositive del fatto che la vita può, deve continuare. E corpi di bambine come Valentine, orfana dodicenne, perché violare una vergine rende immortali. Lei ha perso la parola dopo i ripetuti stupri di gruppo, ha la gonna fradicia di urina per una fistola mai curata: la sorella maggiore vuole nascon­dere la tragedia agli altri sfollati nel campo di Buhimba, poco lontano da Goma, dicendo a tutti che il sorriso vuoto della bimba non è che una pazzia senza nome. A Bukavu Janette Mapengo, 31 anni, mi si avvicina zoppican­do. Gli otto hutu che l'hanno violentata nella sua capanna co­stringevano il marito a guardare, per poi seccarlo con una pallottola in fronte ed esplodere su Janette altri tre colpi, ap­pena lei ha osato urlare. Alza la gonna scolorita mostrando l'arto di plastica: all'ospedale Ponzi le è stata amputata la gam­ba destra maciullata dagli spari. Janette piange piano: «Sono inutile». Francoise Mukeina ha 43 anni, undici figli, occhi color miele: «Cento hutu ci hanno prese in otto dal villaggio, a Shabunda, tenendoci schiave nella foresta per due anni, nu­trite con gli avanzi, violentate a turno ogni giorno, marchiate col fuoco. Quando mi hanno mandato a fare legna sono fug­gita. Ho dolori che non finiscono mai ma ringrazio Dio: io so­no viva, le altre no».

Solo nel Sud Kivu, da gennaio a settembre 2008, l'agenzia dell'Onu Unfpa ha censito 11.600 donne che hanno chiesto cure dopo la violenza carnale: per il 95 per cento di loro, gli autori erano miliziani. Nel Nord Kivu si stimano 30 mila vitti­me di stupro dal '98, ma quelle che tacciono per vergogna sa­rebbero molte di più. «È un femminicidio: gli stupri aumen­tano, sembrano contagiosi» esplode Fanny Mukendi di Action Aid, organizzazione internazionale che tra Bukavu e Goma finanzia i gruppi locali più attivi nel ricomporre i brandelli di esistenza di queste donne. «Sono povere, sfollate dopo gli at­tacchi dei ribelli: la violenza è il colpo di grazia. Hanno biso­gno di un sostegno psicologico e di entrate economiche: con noi fabbricano sapone, panieri, preparano dolci da vendere al mercato. Nulla di spettacolare, ma le aiuta ad accettarsi di nuovo». A Goma, ActionAid ha fondato un movimento fem­minile che a novembre, durante l'assedio di Nkunda, ha riem­pito lo stadio al grido "stop aux viols". E per Fanny, «ogni donna del mondo dovrebbe essere solidale con loro». Pensava soprattutto all'est del Congo, l'Onu, quando l'anno scorso si è decisa a inserire lo stupro di guerra tra i crimini con­tro l'umanità, perseguibile dai tribunali internazionali. Ma per ora, qui, domina l'impunità: «Con i militari si può solo segnalare l'esercito di appartenenza» spiega Julienne Mushagaluja, avvo­catessa del gruppo Afejuco a Bukavu, che raccoglie testimo­nianze di vittime in vista di un appuntamento importante: «Sta per arrivare un inviato della Corte dell'Aia» rivela. «Dovrà ca­pire se esistono prove sufficienti a denunciare per stupro i si­gnori della guerra». Delle 58 condanne eseguite a Bukavu nel 2008 (su 353 denunce), solo 9 riguardavano militari, ma ri­spondevano anche di altri delitti. «Se a soffrire fossero gli uo­mini e non le donne» dice sommesso il dottor Mukwege «la comunità internazionale avrebbe già trovato una soluzione».

Nel campo di Buhimba, durante il consueto acquazzone pomeridiano, siedo in una capanna buia sopra la terra nera del vulcano Nyiragongo, con un gruppo di donne e i loro neonati. I figli della violenza. In Congo l'aborto è illegale, per quello clandestino ci vogliono soldi, e non è il caso di Dativa Twisenge, 22 anni, scheletrica, bella, che disprezza il suo pic­colo Oliver «Che me ne faccio? Voglio solo morire. Due stupri sono troppi» mi gela. «Due anni fa in casa mia, a Masisi, con mia madre: a lei hanno spezzato le gambe. L'anno scorso qui vicino: tre militari del governo mi montavano come una cagna e intanto mi bastonavano la schiena: non ho fatto che urlare "uccidetemi!"». Agnès è un raggio di luce: 33 anni, sei figli, l'ultimo nato dallo stupro. Rapita vicino al campo con altre nove, legata e bendata dall'alba al tramonto, gettata tra i ba­nani come spazzatura. Non riesco a non chiederle cosa prova per questo neonato paffuto, che per sempre le ricorderà la tortura. Lei sgrana gli occhi allungati: «Devi capire, è il mio bambino. L'ho chiamato Chance affinché, almeno lui, abbia la fortuna di conoscere un mondo migliore». (Emanuela Zuccalà, Io donna)

La sapete quella della studiosa che ha indagato sui crimini dell’esercito israeliano? Lo sapete che ha scoperto che non c’è modo di trovare un solo caso di stupro etnico? Lo sapete come ha spiegato la cosa? L’ha spiegata così: gli israeliani sono razzisti e scopare le palestinesi gli fa schifo, per questo non le stuprano. E sarebbe già un conforto se fosse una stupida, macabra barzelletta di pessimo gusto. Ma invece è la pura realtà.

E voi, dolcissime, infelicissime sorelle condotte al macello nella più totale indifferenza del mondo intero, lo so che tutte le mie lacrime e questo cazzo di post non allevieranno di un miliardesimo la vostra sofferenza, ma è tutto quello che ho da offrirvi, e ve lo offro.

barbara

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