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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


13 gennaio 2009

ISRAELE: TESTIMONE OCULARE

Ero lì quando è iniziata l’operazione di Gaza, e ci sono rimasta poi per altri dieci giorni, girando Israele in lungo e in largo; sono quindi in grado di rispondere alla domanda “Che cosa hai visto?” E la risposta, in piena coscienza e con ampia cognizione di causa è: “Niente, assolutamente niente”. Eravamo, tutti noi, tempestati di chiamate e SMS da parte dei nostri familiari che, leggendo i giornali e guardando la televisione, ci intimavano: “Torna a casa!” e si lamentavano: “Non vorrai mica restare lì che c’è la guerra!” e protestavano: “Sei un/un’incosciente!”
Della gigantesca opera di disinformazione su tutto ciò che riguarda Israele ero già, dato che da anni me ne occupo attivamente, ampiamente a conoscenza, ma in questa circostanza ho avuto modo di toccarne con mano un aspetto particolare, ed era persino quasi comico vedere l’abissale discrepanza tra le “notizie” che venivano spacciate ai nostri familiari alla televisione e ciò che realmente accadeva in loco.
Le operazioni contro le strutture del terrore a Gaza sono ovviamente state, fin dal primo momento, molto pesanti, ma al di fuori della striscia difficilmente si aveva modo di accorgersi che c’era un’operazione militare in corso. L’unico segno visibile è stata la massiccia presenza di polizia in alcune parti di Gerusalemme il venerdì. È noto che più o meno in tutte le moschee dell’intero mondo islamico, comprese quelle frequentate dagli immigrati in Europa e America, le prediche del venerdì consistono in violenti incitamenti allo sterminio degli ebrei: non solo in occasione di scontri o in momenti di tensione, bensì abitualmente (1, 2, 3). Chiunque abbia visto qualche filmato di queste prediche, sa che è praticamente impossibile uscire dalla moschea senza la fermissima determinazione a ridurre in polpette ogni ebreo che abbia la sventura di capitare a tiro. Per precauzione, dunque, prevedendo disordini all’uscita dalla moschea alla fine della “preghiera”, alcune (poche) zone della città sono state chiuse e un consistente numero di poliziotti sono stati dislocati in prossimità di tali zone. Non si aveva, tuttavia, l’impressione di una città in stato d’assedio, o di trovarsi in zona di guerra: tutti i poliziotti, tra i quali si passava tranquillamente, apparivano rilassati: chi, in attesa dell’ora X, si fumava una sigaretta, chi parlava al cellulare, chi mandava SMS, chi chiacchierava, chi passeggiava. Erano – uomini e donne - giovani, belli, sorridenti. Tale azione preventiva ha dato poi i risultati sperati: si è avuta infatti notizia di un paio di sassaiole, ma niente di più grave.
Anche in Cisgiordania le reazioni da parte dei palestinesi, che pure non sono mancate, sono però state abbastanza contenute, al punto che le visite a Betlemme – nella parte di Cisgiordania interamente sotto giurisdizione e controllo palestinese - erano fortemente sconsigliate ma non vietate, come sarebbero indubbiamente state se la situazione fosse stata così esplosiva come al di fuori di Israele si tentava di far credere.
Nel corso di tutto il viaggio, nelle città come nei villaggi, nei centri come nelle periferie, nei centri urbani come nelle campagne, abbiamo potuto vedere la vita scorrere in modo assolutamente normale: il traffico scorreva come sempre, i negozi, compresi quelli arabi, erano aperti e facevano i loro affari, la gente per strada – e gli arabi non facevano eccezione – non mostrava nulla di diverso da ciò che è abituato a vedere chi è stato in Israele in altri momenti; l’industria del turismo, sia quello dei pellegrinaggi cristiani che quello di altro genere, non si è inceppata un solo momento.
Per concludere, parafrasando un vecchio slogan: i mass media – soprattutto se c’è in ballo Israele – se li conosci li eviti.

barbara

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