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Diario


12 gennaio 2009

La Chiesa e l’antisemitismo: forse era meglio tacere

(Seconda parte)

Di PIERO DELL’OLIVO e BARBARA MELLA

Nel primo articolo abbiamo esposto, con l’ausilio di numerose citazioni, alcune qualificate prese di posizione antiebraiche della Chiesa Cattolica, affidate alla rivista dei gesuiti, La Civiltà Cattolica, nei cinquant’anni che hanno preceduto le leggi razziali del 1938. Lo spunto di attualità che ci ha mosso è la recente polemica che ha visto opposti il Vaticano e Gianfranco Fini, nella quale la Santa Sede ha negato di avere mostrato, a suo tempo, un atteggiamento morbido e di sostanziale connivenza nei confronti delle leggi razziali del Fascismo, sostenendo al contrario di esservisi opposta.

Nel primo articolo si è documentato un organico corpus di scritti, apparsi su La Civiltà Cattolica nel 1889, improntati a un antisemitismo estremamente virulento. Successivamente, e fino al 1937, queste posizioni sono state ribadite, salvo una presa di distanza dall’emergente razzismo nazista. La Chiesa concordava sulla pericolosità degli ebrei, ma non sul razzismo “biologico”, e propendeva per soluzioni non violente del “problema”. Nel presente articolo daremo più spazio alle repliche del Regime, senza le quali si perderebbe il senso degli scritti di parte cattolica.

Siamo così arrivati al 1938. Entra in campo Mussolini in persona, che, senza firmarlo, produce (Informazione diplomatica del 17 febbraio) un testo poi passato ai giornali: «il governo fascista [non pensava] di adottare misure politiche, economiche e morali contrarie agli ebrei, in quanto tali»; ma di «far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva della Nazione non risultasse sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e all’importanza numerica della loro comunità».
E, puntuale (marzo 1938) La Civiltà Cattolica riprendeva, avallandola, la tesi di Mussolini della sproporzione tra posizioni di potere detenute da ebrei e la loro incidenza percentuale sulla popolazione italiana. «La fatale smania di dominio finanziario e temporalistico nel mondo era la vera e profonda causa che rendeva il giudaismo un fomite di disordini e un pericolo permanente per il mondo». Il rimedio era il solito: «la carità, senza persecuzioni, e insieme la prudenza con opportuni provvedimenti, quale una forma di segregazione o di distinzione conveniente ai nostri tempi».
Con l’estate del 1938, la situazione inizia a precipitare. E’ del luglio il “Manifesto della razza”, redatto da 10 professori universitari di discipline medico-sociali (alcuni dei quali dopo la guerra riapparvero sull’opposto versante politico). I dieci punti, che avevano pretese di contenuto scientifico, terminavano con la conclusione che «il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Il documento, avallato da Achille Starace, non faceva che “italianizzare” il razzismo nazista.
E’ a questo punto che anche il Papa entra in gioco personalmente, parlando prima di “una forma di vera apostasia”, e, qualche giorno dopo, nominando espressamente il razzismo: «cattolico vuol dire universale, non razzistico, non nazionalistico, separatistico». Il termine “separatismo”, che ricorre spesso nei testi cattolici di quei giorni, significa qualcosa di contrapposto a “ricongiungimento”. In pratica, si condanna una ideologia che nega la condizione di pecorelle smarrite degli ebrei, ossia la possibilità di conversione degli ebrei stessi. Non a caso, Pio XI attribuisce queste tesi a un appiattimento dei fascisti sulle tesi naziste: «ci si poteva chiedere come mai, disgraziatamente, l’Italia avesse bisogno di andare ad imitare la Germania ».
Mussolini rispose con le parole e i fatti. Le parole furono: «Sappiate, e ognun sappia, che anche sulla questione della razza, noi tireremo diritto. Dire che il Fascismo ha imitato qualcosa o qualcuno è semplicemente assurdo». I fatti: il 4 agosto venne emesso il primo provvedimento limitativo dell’ammissione degli ebrei alle scuole italiane. Sempre in agosto, la palla passava al “Regime Fascista”, il quotidiano di Farinacci, che pubblicò una lunga serie di citazioni da fonti cattoliche, tesa a dimostrare che il nascente razzismo fascista era allineato ai dettami della Chiesa. Il Regime Fascista pubblicò, fra l’altro, ampi stralci dagli articoli de “La Civiltà Cattolica” del 1889 [vedi articolo precedente] contrapponendoli alle recenti parole di Pio XI: «Noi ci accorgiamo, alla fine di questo studio vigoroso [quello della Civiltà Cattolica, ndr], che gli Stati e le società moderne, e persino le più sane e coraggiose nazioni d’Europa, l’Italia e la Germania, hanno molto da imparare dai padri della Compagnia di Gesù. E confessiamo che il fascismo è molto inferiore, sia nei propositi, sia nell’esecuzione, al rigore della Civiltà cattolica. Ma confessiamo anche lo stupore doloroso e lo sdegno che ci assalgono quando ci poniamo a considerare questa leale e generosa battaglia dei sapienti e irreprensibili gesuiti, di fronte all’atteggiamento di altri cattolici». E “gli altri cattolici” erano… nientemeno che il Papa: «Se non fossimo cattolici, oggi avremmo accettate con entusiasmo le parole del Santo Padre, così come le hanno accettate e comunisti e massoni e socialisti e giudei e protestanti, che sono i nemici conclamati della Chiesa. »
Il Vaticano si era così messo nella difficile situazione di farsi dare lezioni di dottrina da Farinacci, notissimo ateo, massone e mangiapreti, a meno di smentire la Compagnia di Gesù. Cosa che non fece mai. Anzi, la prima difesa fu affidata alla stessa Civiltà cattolica del 9 settembre, che difese la campagna del 1889, «ispirata dallo spettacolo dell’invadenza e prepotenza giudaica». Vista la scarsa efficacia di questa difesa, intervenne l’ Osservatore romano rimarcando che le frasi rievocate «non sapeva con quale efficacia ed opportunità, all’indomani della caritatevole parola del Santo Padre », non avevano più il valore del momento in cui erano state scritte, perché «risalivano a tempi in cui costumi ed istituzioni non potevano costituire base di confronto alcuno con la vita privata e pubblica dei giorni nostri. (…) Non in nome del principio razzista, così come si dichiara di intenderlo ed applicarlo nel 1938, ma di un principio puramente spirituale contro ogni pericolo per la fede e la civiltà che ad esso si ispirava: cioè contro l’ebraismo, come contro il maomettanesimo, il protestantesimo, il settarismo e contro il comunismo». Mentre l’Osservatore Romano così si divincolava, la rivista dei gesuiti cercava di marcare le distanze: l’antigiudaismo dei nazisti e dei bolscevichi non discendeva da alcuna considerazione religiosa, «anzi era agevolato dall’odio o avversione generale di tali partiti contro ogni religione positiva, anche l’ebraica ». E, difendendo gli articoli del 1889, non ne smentiva una virgola: «Non negheremo però che la forma e lo stile, più che la sostanza del pensiero, possano, dopo quasi cinquant’anni, apparire di qualche acerbità».
Mentre la Chiesa era ridotta a difendersi, il governo agiva. Il Consiglio dei ministri del 2 settembre approvò un decreto «per la difesa della razza nella scuola fascista», col quale tutti gli ebrei, allievi ed insegnanti, furono espulsi dalle scuole pubbliche e private. L’art. 6 stabiliva anche che doveva considerarsi di razza ebraica colui che era nato da geni¬tori entrambi di razza ebraica, «anche se professasse religione diversa da quella ebraica».
Pio XI, ovviamente, non era contento. Ecco le sue dichiarazioni di risposta: «no, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo» « l’antisemitismo è inammissibile; noi siamo spiritualmente dei semiti». Queste dichiarazioni, che sono portate spesso da ambienti cattolici a prova della avversione del Papa alle leggi razziali, sono però da leggersi unitamente a quest’altra frase, contenuta nello stesso discorso: «Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i suoi interessi legittimi». Chi aveva “diritto di difendersi” era, beninteso, il regime fascista, non gli ebrei.
Il Duce, comunque, non la prese bene: «Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni, o peggio a suggestioni - dichiarò - sono dei poveri deficienti». Il Papa fece finta di niente, e Mussolini tirò effettivamente diritto, facendo approvare al Gran Consiglio del 6 ottobre la “Carta della Razza”. E, un mese dopo, i famigerati decreti-legge.
Dopo l’approvazione delle leggi razziste, il governo fascista si attendeva una forte reazione dal Vaticano. Per questo, principalmente, aveva messo in atto il precedente fuoco di sbarramento. La reazione fu, invece, straordinariamente morbida, e focalizzata su un unico punto, che in chiave di diritti umani può apparire marginale: l’articolo 6, che proibiva anche ai ministri del culto, sotto pena di ammenda, di celebrare i matrimoni misti. L’Osservatore romano del 14 novembre 1938 lamentò che, con le disposizioni riguardanti i matrimoni misti, si fosse violato unilateralmente il Concordato: «Il vulnus inflitto al Concordato è innegabile. Ed è tanto più doloroso in quanto la Santa Sede non solo si è creduta in dovere di far pervenire tempestivamente le sue osservazioni, ma, da parte sua, ha fatto il possibile per evitare la cosa. La stessa Augusta Persona del Santo Padre è direttamente intervenuta con due paterni Autografi: uno diretto al Capo del Governo, l’altro al Re e Imperatore. Ciò nonostante le nuove disposizioni legislative sono state emanate senza intesa con la Santa Sede: la quale si è sentita, con suo vivo rammarico, in dovere di presentare le sue rimostranze, come sappiamo che ha già fatto».
Di fronte a proteste così deboli e circoscritte, non può stupire che il decreto fosse promulgato senza modifiche (19 novembre). La questione non fu più sollevata dal Vaticano in forma pubblica, se non il 24 dicembre, quando, rivolgendosi al Sacro Collegio, Pio XI ricordò che era la vigilia del decennale della Conciliazione. «Occorre appena dire, ma pur diciamo altamente, che dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri ringraziamenti vanno alle altissime persone -diciamo il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro - ai quali si deve se l’opera tanto importante e tanto benefica ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo».
Queste parole non aspre verso l’«incomparabile ministro» indeboliscono molto la successiva protesta, incorporata nello stesso discorso, per «l’offesa e la ferita inferta al Suo Concordato, e proprio in ciò che andava a toccare il Santo Matrimonio, che per ogni cattolico è tutto dire». E, dopo quell’occasione, non ne parlò più, né lo fece il suo successore. (Papa Ratti sarebbe morto il 10 febbraio successivo).
A conferma dell’ottima metabolizzazione dei decreti da parte del mondo cattolico, già il 9 gennaio, Padre Agostino Gemelli, francescano e rettore magnifico dell’Università Cattolica, così si esprimeva in un pubblico discorso riportato dalla stampa: «Superato il dissidio fra la Chiesa e lo Stato per merito dell’immortale Pio XI e del Duce d’Italia, che un’alta e augusta voce aveva chiamato impareggiabile, messi da parte gli idoli che rappresentavano la importazione di dottrine non conformi alla tradizione italiana», il popolo italiano era finalmente divenuto di nuovo uno: «uno di schiatta, di ideali. Il merito, lo si deve riconoscere, va a Benito Mussolini, che dopo aver superato e vinto in sé i dissidi dovuti a quelle ideologie, condusse gli italiani a fare altrettanto». Gli strali di Padre Gemelli erano evidentemente rivolti al marxismo. Tuttavia, ce n’era anche per gli ebrei: «Tragica, senza dubbio, e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica Patria; tragica situazione in cui vediamo, una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una Patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo ». Se la sono voluta, diceva in sostanza il caritatevole frate. E, con questa frase di un sacerdote particolarmente vicino a Papa Pio XI, si chiude la questione. Le leggi razziali c’erano, e mai più la Chiesa avrebbe trovato a ridire.
Anche il boccone indigesto dei matrimoni misti era velocemente digerito. Il 15 gennaio 1939, l’Osservatore Romano ospitava l’omelia dell’allora vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, che così disinvoltamente si esprimeva: «Un vero cattolico non ha domestici ebrei, o balie ebree, non accetta maestri ebrei. La Chiesa fa di tutto per impedire matrimoni tra ebrei e cattolici ». Una specie di pietra tombale sulla questione.
Negli anni successivi, le leggi razziali sembrarono piacere sempre di più alla Chiesa e alle sue rinnovate gerarchie. Tanto che, dopo il 25 luglio 1943, il Vaticano, per mezzo del gesuita Tacchi Venturi (uno degli artefici del Concordato) si adoperò perché il governo Badoglio, intento alla delegificazione post-fascista, non abrogasse in toto i famigerati decreti, ma solo quelle parti che erano sgradite alla Santa Sede: tre punti che riguardavano i matrimoni misti e gli ebrei convertiti. Il 29 agosto 1943, Padre Tacchi Venturi riferì al Segretario di Stato di essere stato contattato da un gruppo di ebrei italiani, che vivevano nel terrore dell’arrivo delle truppe naziste. Scriveva che lo avevano pregato di tornare completamente “alla legislazione introdotta dai regimi liberali e rimasta in vigore fino al novembre 1938”. In breve, chiedevano il ripristino delle leggi che garantivano agli ebrei parità di diritti. Ma aveva respinto le loro suppliche: preparando la petizione al nuovo Ministro italiano degli Interni –scrive Tacchi Venturi- «mi limitai, come dovevo, ai soli tre punti precisati nel venerato foglio di Vostra Eminenza del 18 agosto […]guardandomi bene dal pure accennare alla totale abrogazione di una legge [cioè delle leggi razziali ndr] la quale secondo i principii e le tradizioni della Chiesa Cattolica, ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma ».
Le leggi razziali sarebbero poi state abrogate dopo l’8 settembre 1943, in esecuzione di una clausola dell’armistizio dell’8 settembre imposta all’Italia dagli alleati angloamericani. Protestanti, come ognun sa.

barbara

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