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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


7 gennaio 2009

DUE SALATINI E UN APERITIVO

in attesa del pasto vero, che arriverà, naturalmente, ma richiede un po’ di preparazione.
Dunque, il 23 pomeriggio, subito dopo la scuola, sono andata a Milano, dove ho dormito, e la mattina dopo sono andata all’aeroporto, con qualche apprensione, naturalmente. E invece il mio volo Alitalia era lì che faceva bella mostra di sé sul cartellone. Per sicurezza alla consegna della valigia chiedo all’operatrice, che mi conferma che è tutto regolare. Faccio qualche giro, passo al controllo bagagli a mano, vado alla sala d’imbarco … e a dieci minuti dall’ora prevista per il decollo veniamo informati che “per motivi operativi” il volo è stato cancellato. Ma niente paura, ci dicono, perché una parte di noi riuscirà a trovare posto sul volo serale della ElAl; gli altri partiranno il giorno dopo. Io sono tra i fortunati che riescono a partire la sera, e la fila per i controlli viene allietata dalla comparsa di un tizio che avevo già notato la mattina: un fighetta braghetta-bianca, chiappetta-moscia, ray ban ventiquattr’ore su ventiquattro, ciuffotto malandrino sulla fronte, passo saltellante di chi è abituato a camminare con scarpe da ginnastica molto molleggiate, percorre la fila con aria leggermente smarrita e poi, col classico accento del bauscia chiede: “Ma … c’è solo questa fila quii?” Noi lo guardiamo un po’ come un marziano: di imbarchi su ElAl per Tel Aviv nell’immediato futuro ce n’è uno, quante file dovrebbero esserci? E lui: “No, è perché noi siamo in bisness, e allora pensavo …” Spero che la sghignazzata gli sia arrivata forte e chiara. Vabbè, con un’ora di ritardo perché l’aereo è lo stesso che aveva fatto anche il volo della mattina, finalmente, dopo tredici ore di aeroporto, parto. A Tel Aviv mi era stato segnalato un servizio per i trasporti, sia con auto privata che collettiva, a prezzi ragionevoli, che si trova in aeroporto, funzionante 24 ore su 24. E dunque alle quattro di mattina, passato come al solito il controllo praticamente senza controlli – sì, certo, è perché il Mossad mi conosce e sa che di me si può fidare – attraverso la sala della fontana, prendo la scala mobile con valigia zaino borsa gigante e borsa-dispensa, arrivo su e vedo il banco in questione: spento e vuoto. Chiedo all’impiegata della Hertz, che è in funzione, mi dice che l’ufficio principale è giù, vado giù, armi e bagagli, non vedo nessun ufficio, né principale né di altro genere, chiedo all’ufficio informazioni, mi dicono che è di sopra, torno di sopra, aspetto un quarto d’ora, e alla fine mi rassegno a ridiscendere, esausta per sonno e stanchezza, confusa per non avere trovato ciò che ero sicura di trovare, smarrita perché non so cosa fare, per cercarmi un qualche mezzo di trasporto che mi porti al mar Morto. Ed è allora che vengo adescata da un tassista illegale, che con l’occhio allenato ha individuato a colpo sicuro la preda perfetta. Ancora, nonostante tutto, con mezza briciola di lucidità da rendermi conto che ci sono troppe cose che non quadrano, ancora, nonostante tutto, con mezza briciola di energia per opporre resistenza, ma troppo sfinita per riuscire a resistere fino in fondo. (continua)

barbara

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