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Diario


30 novembre 2008

EVVIVA LA PADANIA

(Chi mi conosce sa che cosa penso della programmatica e molto ben organizzata invasione musulmana. Questa roba qui, però …)

Da "LA Padania 8 Febbraio 2002

A Roma, nella città simbolo della cristianità, sarà costruita
la più grande moschea dell'Occidente: 3 chilometri quadrati
Chiesa in grave ritardo sull’invasione musulmana

di Valerio Pagani

Come cattolico sono particolarmente deluso dal comportamento, che ritengo incomprensibile ed irresponsabile, dei vertici della Chiesa neo-modernista che non hanno fatto proprio nulla per contrastare l’espansione del fenomeno islamico in Europa ed in Italia. In molte occasioni, addirittura, i sacerdoti, in maniera del tutto discrezionale, concedono pertinenze religiose ai mussulmani che ne fanno luoghi di culto. E non è tutto. A Roma, “Città Eterna”, capitale del mondo e punto di riferimento per tutti i cristiani, con una decisione discutibilissima e controversa, è stata autorizzata la costruzione della moschea più grande dell’occidente europeo, costata 80 miliardi, della dimensione di 3 Kmq e capace di ospitare ben duemila persone. Dopo un attento esame viene spontaneo mettere a confronto due epoche. Quella attuale e quella che ha preceduto della seconda guerra mondiale, durante la quale l’amor di Patria e l’attaccamento alla Fede erano molto avvertiti dagli italiani, molti dei quali, coerenti fino alle estreme conseguenze, giunsero a sacrificare alla Patria ed alla Chiesa le loro stesse esistenze. Le gerarchie ecclesiastiche, unite e ben salde, furono sicuramente anticomuniste, antimassoniche e anticapitaliste. Un grande frate francescano, “Padre Eusebio”, contemporaneo e conoscente di Padre Pio, a cui il destino aveva dato il dono della “lungimiranza”, era solito ricordare nelle sue prediche appassionate di pregare fermamente per la salvezza dell’Italia e della Chiesa che correvano grande pericolo con l’avanzare della guerra. Tutto quello che ha scritto o ha predetto durante i tragici giorni della seconda guerra mondiale sul presente ed il futuro, fino ai nostri giorni, della Chiesa, dell’Italia, dell’Europa e del mondo, si è puntualmente avverato con incredibile precisione. Posso affermarlo con certezza perché ho avuto la fortuna di ascoltarlo, per ben due volte nel lontano 1944. Come è possibile constatare, forze occulte e minoranze riformiste della Chiesa, sempre più audaci e sfrontate, stanno arrecando danni incalcolabili alla Chiesa cattolica ed alle sue tradizioni millenarie. Quel progetto maligno nato in Russia nel 1917, insinuato dalle forze del male nella cattolicissima Spagna nel 1936, sparso a piene mani in Europa e nel mondo dall’anticristo nella seconda guerra mondiale, dal 26 luglio 1943, ha prodotto frutti abnormi in Italia e i danni che sta arrecando alla nostra società sono sotto gli occhi di tutti. Purtroppo la morte di Pio XII segna la fine della tradizione millenaria della Chiesa. I primi segni “rivoluzionari” in seno alla Chiesa si colgono con il pontificato di papa Giovanni XXIII. Papa Luciani sembra non condividesse il cambio di rotta, ma si è spento appena un mese dopo l’inizio del suo pontificato. Paolo VI ha dato un contributo non indifferente alla svolta, mentre Giovanni Paolo II, per dirla come Montanelli, sarà “catastrofico”. Questo mi induce a denunciare la situazione tristissima e penosa nella quale si trovano i cattolici rimasti fedeli alla dottrina tradizionale e secolare. Giovanni Paolo II da tempo preparava i cattolici all’“Anno Santo” e purtroppo i suoi propositi si stanno realizzando uno dopo l’altro. La Giornata del Perdono, celebrata nella Basilica di S. Pietro il 12 marzo 2000 in occasione della prima domenica di Quaresima, è stata definita dal Papa un evento di portata storica. Egli ha denunciato “errori, colpe e deviazioni del passato” che avrebbero visto protagonisti i “figli della Chiesa” e per i quali ha chiesto perdono. In realtà quelli che vengono definiti “errori” non sono stati commessi da fedeli anonimi ma dalla sua suprema gerarchia in nome della Chiesa e della sua dottrina. Quella di Giovanni Paolo II può considerarsi, quindi, una sconfessione solenne del comportamento della Chiesa Cattolica, dei suoi Santi, dei suoi pontefici, dei suoi dottori. Mai fino ad ora il Papa e quanti sono in comunione con lui avevano osato sottolineare così esplicitamente l’inconciliabilità tra le tesi sostenute nel Concilio Vaticano II e la dottrina tradizionale della Chiesa Cattolica, producendosi in un impressionante “auto-da-fé” al contrario. La Giornata del perdono avrebbe dovuto avvicinare alla Chiesa quanti le sono lontani, rimproverandole l’intolleranza del passato. Avrebbe dovuto avvicinare, per esempio, anche un uomo come Indro Montanelli, stimato dal Papa, che lo volle ricevere nel suo appartamento privato, trattenendosi con lui a pranzo. Sulle parole pronunciate dal Papa, questo insigne giornalista scriveva: “Hanno lasciato senza fiato anche un laico come me”. Per poi raccontare sulla prima pagina del Corriere della Sera del 9/3/00: “Capii o credetti di capire che quel Papa (...) avrebbe lasciato dietro di sé un cumulo di macerie: quelle della struttura autoritaria e piramidale della curia romana. Ora mi sembra di capire che quella intuizione vagamente catastrofica peccava, sì, ma per difetto: quelle che Papa Wojtyla si lascerà dietro non sono le macerie soltanto della curia, ma della Chiesa o almeno quella che da duemila anni siamo abituati a considerare tale e ci portiamo, anche noi laici, nel sangue. Nella sua lunga storia la denuncia degli errori commessi in suo nome non rappresenta una novità anche se l’uso che se ne è fatto in questi ultimi tempi e che sconfina nell’abuso ci ha lasciato alquanto interdetti. Ma rubricare fra i propri errori, anzi addirittura - se abbiamo ben capito - fra le proprie colpe anche gli scismi e le conseguenti scomuniche delle altre chiese cristiane, ortodosse e protestanti, suggerisce a noi laici la smarrita domanda: ma allora? È, ripeto, uno smarrimento. Ma più che legittimo mi sembra. Nefas est ab inimicis discere! e, purtroppo, ancora una volta, sono i nemici della Chiesa ad avvicinarsi di più alla verità”. “Il sospetto di Montanelli” è che Giovanni Paolo II per avvicinare i protestanti e gli ortodossi alla nuova evangelizzazione sia disposto anche al sacrificio del proprio primato. A chi si scandalizza per questa prospettiva, il cardinal Martini ricorda le parole del Papa: “Ut unum sint”. Ma la posta in gioco è grande. Se ai fratelli separati bisogna sacrificare il primato romano... ai “fratelli maggiori” di religione israelitica bisogna forse sacrificare la divinità di Cristo? Tutti i commentatori e soprattutto le autorità civili e religiose israeliane si sono accorti come la svolta del 12 marzo, pur così importante, sia stata propedeutica al viaggio, dal 20 al 26 marzo, di Giovanni Paolo II in Israele. Nel documento della Commissione Teologica Internazionale, “Memoria e riconciliazione”, riguardante le “colpe” del passato, l’unica confessione religiosa esplicitamente nominata e alla quale si chiede perdono è il giudaismo, ovvero l’erede spirituale del farisaismo. Il 26 marzo il Papa si è raccolto in preghiera davanti al muro del pianto e, secondo una consuetudine del popolo ebraico, ha introdotto in una sua fessura una richiesta di perdono per l’atteggiamento tenuto dalla Chiesa nei confronti degli ebrei. Quel muro fu materialmente distrutto dai romani il 29 agosto del 70 d.C. ma per volontà di Dio che li volle punire per il deicidio (cf Matteo XIV, 38 pass.). Leggiamo sulla Contre-Rèforme Catholique che, dopo il 1967, lo spazio creato davanti al muro è diventato luogo di culto. Per il cardinale Lustiger il gesto compiuto dal Papa davanti al muro occidentale è un vero e proprio atto liturgico: ha pregato come un credente, consapevole che il muro di Erode sia quello del tempio ove risiede la gloria di Dio (...). Ha chiesto perdono a nome dei fedeli per i peccati commessi perché ritiene che il suo ruolo di Pontefice glielo impone. Sulla rivista “La Croix”, giovedì 6 aprile, leggiamo che Giovanni Paolo II ha agito nella veste di sommo sacerdote ebraico. Per noi cattolici la gloria di Dio risiede in tutti i tabernacoli della terra ed è imperdonabilmente oltraggiata, secondo le parole dell’angelo di Fatima, da quanti continuano a voltargli le spalle, dopo 2000 anni, per adorare delle pietre! “È un gesto inaudito!”, è il titolo di un articolo apparso su “La Croix” di lunedì 27 marzo. Per misurare la strada percorsa, basta mettere a confronto le poche frasi scritte sul foglio che il muro ha sottratto al vento, per esprimere il pentimento della Chiesa nei confronti del popolo ebraico, con le parole pronunciate da San Pietro, duemila anni fa, per esortarlo al pentimento. TESHUVA DI GIOVANNI PAOLO II Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza affinché il tuo nome sia conosciuto in mezzo alle nazioni: Noi siamo profondamente rattristati dal comportamento di coloro che, nel corso della storia, li hanno fatti soffrire, loro che sono i tuoi figli, e, domandandoti perdono, vogliamo impegnarci a vivere un’autentica fraternità con il popolo dell’alleanza. KERIGMA DI SAN PIETRO Uomini d’Israele pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi, infatti, è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro. (Atti 2, 38 - 40). È veramente paradossale che gli ebrei siano riusciti ad ottenere le scuse ufficiali della Chiesa conciliare nonostante i principali esponenti della loro religione non si siano mai pentiti di aver fatto crocifiggere Gesù, offendendo, nelle loro orazioni, il Suo nome e quello di sua madre. I compiti che l’Altissimo ha affidato alla Chiesa sono ben altri e tra questi c’è anche quello di operare con l’esempio e la preghiera per la conversione di quel popolo che deve molte delle sue sofferenze alle colpe dei padri. Soltanto allora esso avrà e darà pace.

Sempre la stessa storia: qualunque sia il tema dal quale si parte, il punto d’arrivo è sempre lo stesso!

barbara

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