.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


29 novembre 2008

RACCONTO SENZA TITOLO

La data in cui l’ho scritto non la so, non l’ho segnata, ma penso che l’epoca si capisca chiaramente. E se non vi piace peggio per voi.

Ashinto rubaki marataki maranga maratanga shikato farakinta.

Lo giuro, non sono una maga, non ho mai letto libri di magia, non mi sono mai occupata di formule magiche. Non sapevo neanche che questa lo fosse. Era solo una serie di sillabe, che all'improvviso mi erano venute in mente, e le avevo pronunciate perché mi piaceva il loro suono. E non mi aspettavo certo che, dopo averle pronunciate, nel mio soggiorno si scatenasse una specie di terremoto. E invece si scatenò. E avvenne anche dell'altro. Avvenne che al centro del soggiorno si formò come un vortice, che prese rapidamente forma e divenne un'immensa, mostruosa figura, vagamente umana.
"Comanda, padrona".
Oddio, non ho bevuto, giuro che non ho bevuto neanche un goccio. Chi sei, che cosa sei, essere mostruoso?
"Sono il Genio della lampada. Comanda, padrona".
"Quale genio? Quale lampada?"
"La lampada di Aladino, padrona".
"Ma quella è una fiaba! E poi io non ho strofinato nessuna lampada".
"La lampada non esiste più, padrona. È stata rubata e poi distrutta tanto tempo fa. Adesso mi si evoca con una formula magica. Tu l'hai pronunciata, e ora sono il tuo schiavo. Comanda, e sarai esaudita".
O Gesù, ma tu guarda cosa mi doveva capitare, proprio a me che alla magia neanche ci credo. Eppure ... eppure, perché no? Che cosa mi costa provare, dopotutto?
"Ma tu puoi fare tutto?"
"Tutto".
"Proprio tutto?"
"Proprio tutto".
"Ebbene, voglio essere Gesù sulla croce".
"Sarà fatto, padrona".
Avvertii come un frullare nel cervello, come quando comincia ad agire un'anestesia generale, ed ecco ...

Che dolore! I polsi, i piedi, queste piaghe orrende, la carne martoriata dai chiodi. E quelli ridono, anche. E quegli altri che si spartiscono i miei vestiti e tirano a sorte la mia tunica. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tutti mi hanno abbandonato. Solo pochi giorni fa mi
portavano in trionfo, e adesso, guarda adesso che cosa mi fanno! Condannato a morte, come l'ultimo dei malfattori, sbeffeggiato, percosso, e ora l'ultima umiliazione, la croce! Sto morendo dissanguato, sto perdendo le forze, ma la morte non arriverà tanto presto, dovrò restare qui ancora a lungo, a soffrire, a lasciarmi deridere. Perché Padre, perché? Sì, lo so, era necessario, ma doveva proprio essere così? Dovevo sacrificare la mia vita, immolarmi, lo so, ma era proprio necessario che fosse tanto doloroso? E tanto umiliante? E proprio sulla croce, lo strumento di morte più infamante! Qui, da solo, su questo colle, abbandonato da tutti. E questa morte così lenta a venire.
Ma chi piange, laggiù? O mio Dio! Mamma! Mamma! Come posso dire che tutti mi hanno abbandonato? Come ho potuto pensare che mia madre mi avesse abbandonato! Mamma, dolce mamma, io sto morendo, ma tu sei qui, incontro i tuoi occhi ­ quanto amore nei tuoi occhi, mamma ­ e mi dai la forza, sì, come un giorno mi hai dato la vita, ora mi stai dando la forza di morire, di sopportare tutto questo fino alla fine.
E le donne, vedo anche loro, laggiù in fondo: Maria di Magdala, Maria di Cleopa. Mi hanno seguito fin dalla Galilea, e adesso sono qui, anche loro, a piangere sulla mia sofferenza, sulla mia morte.
E questo qui, che cosa sta dicendo?
"E piantala di sbeffeggiarlo, lascialo in pace! Noi abbiamo rubato, ma lui, che cosa ha fatto lui?"
Il ladrone! Neanche lui mi ha abbandonato! Lui, che non è mai stato dei miei, ora mi sta accanto, ha pietà di me, sta cercando di aiutarmi.
Non è vero, non è vero che tutti mi hanno abbandonato! C'è ancora qualcuno che crede in me. La mia vita, la mia morte, non sono dunque state invano. Oh, mio Dio, quale sollievo, quale conforto, in questa ora tremenda. Ora lo so, ora lo so con certezza: la mia morte non sarà
eterna. Io sconfiggerò la morte. Addio, mamma. Addio, donne. Addio, ladrone. Ora posso morire in pace, perché so che tornerò, e salverò l'umanità dalla morte e dalle tenebre del peccato.

@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

"Comanda, padrona".
"Posso esprimere un altro desiderio?"
"Puoi esprimere tutti i desideri che vuoi, padrona".
"Allora voglio essere un ebreo nella camera a gas".

Non ce la farò, non ce la farò a guarire, il tifo ormai mi ha preso. Finirò "là", come tutti gli altri. Ormai è finita. Ma guarda che cosa sono riusciti a farmi, come sono riusciti a ridurmi: al punto che mi sembra quasi normale, quasi ovvio, essere qui, e finire poi "là", se non guarirò dal tifo. Mi hanno strappato il mio lavoro, i miei soldi, la mia casa, mia moglie, i miei bambini. Mi hanno caricato su un carro bestiame, mi hanno portato qui, e qui mi hanno strappato il resto: la mia personalità, il mio aspetto, il mio nome. Mi hanno ridotto a un numero, poi a una bestia, con bisogni bestiali: mangiare, bere, defecare. Nient'altro. Lavorando fino allo sfinimento. E non ho mai protestato. Nessuno ha mai protestato. Come se fosse ovvio. Solo adesso, steso su questo pagliericcio putrido, riesco finalmente a pensare. Ancora per un po', prima di passare "là". E nessuno sembra più chiedersi il perché. Perché siamo qui. Perché essere ebrei significhi
automaticamente meritare la morte, perché il mondo intero stia a guardare in silenzio, permettendo tutto questo. Nessuno sa niente? Nessuno vede i treni passare? Nessuno vede milioni di persone scomparire per non ricomparire mai più? Nessuno sente la puzza orrenda che esce da quei camini, giorno e notte, senza smettere mai? Nessuno? Nessuno! Forse è vero, nessuno sa niente. E chi sa, fa parte del gioco, e non parlerà mai, nessuno saprà mai. Scomparirò, e non resterà traccia di me: non un corpo, non un nome, non un documento, niente, come se non fossi mai esistito. Vissuto invano e morto invano. O Dio onnipotente, tu che hai sommerso il mondo col diluvio, tu che hai distrutto Sodoma e Gomorra, come puoi permettere tutto questo? Dove sei? Che cosa fai?
Ecco, ci siamo. Ci portano a fare la doccia, hanno detto, ma ci stanno portando "là". Nessuno si ribella. Ci credono alla storia della doccia? Si sforzano di crederci? O sono semplicemente troppo esausti per ribellarsi, qualunque cosa accada? E del resto, mi sto forse ribellando, io? E a che cosa servirebbe, poi? Morirò, ecco tutto. L'ho sempre saputo, che non sarei uscito vivo da qui. Nessuno uscirà vivo da qui, e adesso è il mio turno. Adesso ci siamo. Le docce ci sono davvero, però. Ma non esce acqua. Tutti le guardano, aspettano che esca l'acqua, ma non esce. Oddio, che cosa sta succedendo? Non riesco a respirare, soffoco. Ecco, ecco cos'è. Ci stanno soffocando con qualcosa che esce dalle docce. Allora è finita, è finita davvero. Fra qualche attimo perderò i sensi, e poi morirò.
Eppure ... eppure no, io non posso ... non posso e non voglio credere che sia davvero tutto finito. Qualcuno riuscirà, prima o poi, a uscire vivo di qui. Qualcuno troverà il coraggio di parlare. Qualcuno troverà il coraggio, ancora più grande, di credere! Il mondo saprà! Tutti sapranno! Tutti! Ritroveranno il mio nome. Ritroveranno il nome di tutti noi. Reciteranno il kaddish per me, reciteranno il kaddish per tutti noi. Il mondo intero avrà orrore di ciò che è accaduto. Il mondo intero si muoverà per impedire che accada mai più ciò che sta accadendo ora, e noi non saremo morti invano, no: sarà la nostra morte, sarà proprio la nostra morte a far sì che non accada mai più.
Ecco ... ecco ... non respiro più ... addio vita. Addio Miriam. Addio Paolino. Addio Grazia. Ad

@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

"Comanda, padrona".
"Voglio essere un omosessuale ammalato di AIDS".

Capolinea. È ormai ora di scendere. È durata ben poco la mia corsa, trent'anni appena. I miei coetanei dicono "la settimana prossima", "il mese prossimo", "l'anno prossimo". Io non posso neanche più dire domani, perché so che oramai anche domani, per me, è troppo in là. Ma ormai non mi pesa più. All'inizio sì, tanto. Mi chiedevo anche chi potesse essere stato, all'inizio, ma adesso, che senso ha? E mi sconvolgeva non poter più dire "fra dieci anni", ma poi ho imparato. Neanche gli altri dovrebbero dirlo: porta male. Meglio programmare per domani, per dopodomani, e fermarsi lì. Ecco, così ho vissuto questi tre anni, e non sono poi stati così cattivi, nonostante il capolinea che si avvicinava. Però è stata una bella corsa, la mia. Prima, almeno. Dopo no, con lo strazio di questo corpo che non ubbidisce più, con i chili che se ne
sono andati a decine, l'umiliazione di aver bisogno di tutti, di essere pulito dagli altri, tutto. E il dolore atroce, mostruoso, questa sofferenza continua, e la pena di dovermene andare così presto, così presto. Se solo avessi potuto evitare di ammalarmi. Già, ma come evitarlo? Come sapere, prima, quale incontro mi avrebbe fatto ammalare? Rinunciare a una scopata, certo, chi non ne è capace? Ma per non ammalarmi, per essere sicuro di non ammalarmi, avrei dovuto rinunciare a tutti gli incontri, ad ogni attimo d'amore, di tenerezza, di abbandono, di passione, ad ogni brivido, ad ogni emozione. Avrei dovuto rinunciare alla vita! Dio mio, quale pazzia! Rinunciare alla vita per poter vivere, forse, un po’ più a lungo, e alla fine poi morire lo stesso, come una cosa grigia che ha vegetato per settant'anni, trascinando qua e là un corpo vuoto e spento. No! Meglio, mille volte meglio questa vita puttana, che mi ha tradito, alla fine, ma mi ha dato così tanto. L'ho toccata, l'ho presa, l'ho morsa, l'ho gustata, mi ha dato tutto. Poi mi ha avvelenato, pazienza, anche questo fa parte del gioco, e il gioco l'ho scelto io.
Fra poco comincerà il peggio: mi attaccheranno all'ossigeno, mi riempiranno di tubicini, perché questo mio povero corpo non potrà più fare niente da solo. Lui mi guarderà con pena. La mamma, la mia povera, dolce, coraggiosa mamma, mi guarderà straziata. E io non vedrò più né l'uno, né l'altra. Ma non rimpiango nulla. Muoio, sì, ma ho vissuto.

@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

"Comanda, padrona".
"Voglio essere un suicida".

Basta basta basta basta basta. Basta con questa nausea di vivere. Basta con questo schifo di vita senza senso. Basta con tutto. Basta. Quaranta pastiglie dovrebbero bastare: basteranno di sicuro. Solo un momento, e poi finalmente la pace, la pace per sempre. Chiuso. Chiuso con questa sporca vita. Chiuso con questo sporco mondo. Chiuso con tutto. Sono giovane, e a cosa mi serve? Sono anche bello, pare, e a cosa mi serve? A cambiare il mondo? Figurarsi, non sono neanche riuscito a cambiare l'abitudine di mio padre di massacrarmi di botte! E quella puttana ... beh, lasciamo perdere quella troia, inutile tornarci su. No, non è mica per lei che la faccio finita, figurarsi. È perché non ha senso. Non ha mai avuto senso. Vivere lavorare mangiare bere fumare parlare scopare trascinarsi di qua e di là per poi alla fine crepare. Sposarsi, mettere al mondo dei figli che poi alla fine creperanno anche loro. No, è troppo idiota. Star qui a vedermi crepare giorno dopo giorno senza poterci fare niente, no, scusate signori, ma io a questo gioco non ci sto. Le regole non le ho stabilite io, e quindi giocate da soli, se vi piace giocare. Io, per quanto mi riguarda, tolgo il disturbo, e buona notte al secchio. Quaranta pastiglie. Quaranta belle pastigliette, bianche, tonde, lisce, ammiccanti. Un sorso e giù. Un altro sorso e giù. Niente morti cruente, per l'amor di Dio, niente spettacoli. Un sorso e giù. Me ne andrò senza neanche accorgermene. Non se ne accorgeranno neanche gli altri, per un bel pezzo. Non si accorgevano di me quando ero vivo, figurarsi se si accorgeranno di me quando sarò morto. La mia vita non serve a niente. Non è mai servita a niente e a nessuno, chi diavolo me lo fa fare di stare qui a trascinarmela dietro? Me ne andrò, ecco tutto. E nessuno se
ne accorgerà, ecco tutto. E questo chi è? Perché mi tira i pantaloni? Che diavolo vuole da me?
"Signore, mi aiuti? Mi sono perso, non trovo più la mia mamma, mi aiuti? Ma perché piangi, signore? Vuoi che ti aiuti io? Sì, facciamo così, io ti aiuto, così tu non piangi più, e poi tu mi aiuti a trovare la mamma, vuoi?"
Per fortuna non ci abbiamo messo molto a ritrovarla. Che freddo cane, però. Entrerò in questo bar a bermi un buon caffè, così mi riscalderò un po’ lo stomaco. Ecco, così va meglio, molto meglio. E adesso a casa, a farla finita una volta per tutte. Un bel bicchiere d'acqua, un sorso e
... oddio, ho dimenticato al bar il pacchetto dei barbiturici! E adesso mi tocca tornare fuori ... Tornare fuori? Con questo freddo cane? Bah, ci andrò un'altra volta. Adesso mi accendo la stufa e mi metto in poltrona a finire quel libro sugli Inkas: è interessante, dopotutto.

@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

"Comanda, padrona".
"Voglio essere una donna bosniaca".

Dio mio, Dio mio aiutami. Aiutami a sopportare questa cosa orrenda. Se mi rifiuto mi uccideranno. Forse mi uccideranno lo stesso, l'hanno già fatto a tante, ma devo provarci, devo: cosa farebbe, senza di me, il mio piccolo Ismail? Ha solo due anni, povera creatura, non posso lasciarlo solo, devo resistere, devo devo devo. Devo pensare a qualcos'altro. La prima volta con Ibrahim. Come è stato bello! Con quanta dolcezza mi ha penetrata, per non farmi male! Ibrahim! E adesso sei là, da qualche parte a marcire, il corpo da una parte, la testa dall'altra. E questa cosa enorme, mostruosa, che scava il mio corpo senza pietà, lo squassa senza misericordia, avanti e indietro, avanti e indietro, finché non avrà finito. Dio mio, fa’ almeno che faccia presto. Lo riconosco, anche se ha la faccia bendata: è il mio vicino. Gli ho tenuto i bambini e gli ho fatto da mangiare, quando sua moglie era malata. Ibrahim lo ha aiutato a riparare il tetto, quando la pioggia lo ha fatto marcire. E adesso sta penetrando il mio corpo con quel suo orribile membro: non per amore, non per desiderio, non per divertimento, ma solo per umiliarmi. Dio mio, quanto durerà ancora? E adesso quest'altro. Conosco anche lui. L'ho curato all'ospedale, quando ancora c'era un ospedale, prima che lo bombardassero, e io ci lavoravo. Gli davo gli analgesici di nascosto dai dottori, oltre a quelli prescritti, per calmargli i dolori: giurava che mi sarebbe stato riconoscente per tutta la vita. Adesso mi sta stuprando
sotto gli occhi di mio figlio. ...
Devo essere svenuta. Grazie, mio Dio, di avermi concesso almeno questa grazia. Se ne sono andati, mi hanno risparmiato la vita. Non riesco a muovermi, mi sento il corpo come bastonato, ma devo alzarmi, Ismail è di là da solo, che piange. Devo andare da lui, devo farcela. Devo anche trovare un po’ d'acqua per lavarmi questo corpo insudiciato da quei luridi maiali. Che schifo toccarmi, toccare questa carne toccata da loro, imbrattata dalle loro schifose secrezioni. Morire. Chiudere gli occhi e non vedere più, non sentire più, non pensare più, non soffrire più, non esserci più, Dio, come sarebbe bello! Ismail sta ancora piangendo, devo andare da lui. Lo porterò via da qui, da questo posto di guerra, di violenza, di odio, di morte. Prenderò su le mie poche cose e ce ne andremo. Troverò un posto dove non ci sia tutto questo orrore, dove il mio corpo non sia uno strumento di odio. Devo portare via Ismail. Devo crescerlo. Devo fargli dimenticare tutto questo. Ne farò un uomo. Un uomo che amerà la pace e non la guerra. Che cercherà l'amore e non l'odio. Che entrerà nei corpi delle donne per portare gioia e non dolore. Devo farlo. Lo farò. Sarà dura, ma ce la farò.

@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

"Ti vedo stanca, padrona".
"Sono stanca, Genio".
"È stata dura?"
"Molto dura".
"Più di Gesù sulla croce?"
"Oh, sì, molto di più".
"Perché? Gesù è morto, la donna bosniaca è ancora viva".
"Ma tu lo sai che cosa significa essere stuprata?"
"La donna bosniaca è stata stuprata, padrona, non tu!"
"Oh no, tutte le donne, Genio, tutte le donne del mondo sono state stuprate insieme alle donne bosniache!"
"E adesso, che cosa comandi, padrona?"
"Voglio essere un feto bosniaco di padre serbo".
"Sei sicura?"
"Sì, Genio".
"Ma ce la farai?"
"Devo farcela, Genio. Io devo sapere".
"Come vuoi, padrona".

Non mi vuole. La mia mamma non mi vuole. Sono un mostro, ha detto, figlio di un mostro. Non vuole crescermi, non vuole allattarmi, non vuole tenermi fra le braccia, non vuole toccarmi, non vuole vedermi. Niente. Se mi guardasse, dice, vedrebbe nei miei occhi gli occhi di quel mostro, e mi odierebbe. Già mi odia anche così, senza vedermi, solo a sentire il mio corpo che si muove dentro il suo, solo a pensare che mi sta nutrendo col suo sangue, solo a sapere che esisto. Mi avrebbe abortito, se avesse potuto, ma l'hanno tenuta prigioniera fin quando non è stato troppo tardi per abortire. E adesso è costretta a tenermi dentro fino a quando nascerò. Odiandomi con tutta se stessa. E io la capisco, certo che la capisco, ma io, che colpa ne ho? Non ho chiesto io di esistere, ma adesso esisto. Ho un bel corpicino tondo e due manine paffute e due gambette che scalciano, a lei dà fastidio, lo so, ma io mi stufo a stare sempre fermo qui dentro. E poi ho due occhioni scuri, come la mia mamma e il nasino un po’ schiacciato e un bel pisellino, piccolo, sì, ma poi crescerà, garantito. E un cuoricino piccolo piccolo e uno stomachino e neuroni e sinapsi. E mi succhio il pollice e sogno e sento la sua voce che urla ti odio, maledetto bastardo. Sono carino, anche, un po’ grinzoso, questo sì, ma poi la pelle si distenderà e diventerò proprio carino. Ma lei non mi vuole. Non le interessa niente che io sia carino o no, per lei sono il mostro e basta. Eppure fra tre mesi nascerò, che le piaccia o no. Uscirò da questo nido caldo ed entrerò in quel mondo freddo, dove nessuno mi vuole. Eppure mi ci dovranno accogliere, in qualche modo. Forse troverò un'altra mamma che mi prenderà con sé, che mi vorrà bene. Peccato, io avrei preferito la mia, di mamma, ormai mi sono abituato alla sua voce, anche se mi dice solo cose cattive, ma pazienza, se non posso avere lei, mi accontenterò di un'altra mamma che mi voglia bene. Dovrà volermi bene per forza, quando vedrà quanto sono carino, e dolce, e tenero, quando la guarderò coi miei
occhioni scuri. Forse sarà una donna senza figli, e sarà contenta di avere trovato me. Forse piangerà, anche, quando per la prima volta dirò "mamma". E crescerò. Sì, cara mamma che non mi vuoi, caro padre che mi hai generato solo per odio e per vendetta, caro mondo che mi rifiuti, io crescerò. Certo, non sarà facile crescere in queste condizioni, ma ci riuscirò. Crescerò, e sarò un uomo forte e buono e insegnerò a questo mondo cattivo che nessun bambino nasce mostro. Sarà questo il mio compito nella vita. E ci riuscirò.

@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

"Comanda, padrona".
"No, Genio, adesso basta".
"Non hai altri ordini?"
"No, puoi andare".
"Ma io non posso andare!"
"Come non puoi andare?"
"Tu hai pronunciato la formula magica, padrona, e io sono ai tuoi ordini per sempre".
"Ma io non ho più bisogno di te. Ci sarà pure un modo per farti andare via!"
"Sì, padrona: devi pronunciare la formula al contrario. Ma ricordati: dopo non potrai mai più evocarmi, neanche pronunciando la formula magica".
"Va bene, Genio".
"Sei sicura, padrona?"
"Sì, Genio, adesso ne sono sicura: posso andare avanti anche da sola".
"Allora pronuncia la formula".
"Atnikaraf otakish agnataram agnaram ikataram ikabur otnisha".
"Addio, padrona".
"Addio, Genio, grazie".

@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

Il buio della sera stava invadendo il soggiorno, quando mi riscossi; uno spicchio di luna si stagliava nell'angolo della finestra. Ero seduta nella mia solita poltrona, stanca e un po’ stralunata. Allucinazione? Sogno? Magia vera? Chi lo sa! Di ciò che era accaduto, se era accaduto, non restava nella stanza alcuna traccia. E tuttavia adesso sapevo. Dopo essere stata Gesù Cristo, l'ebreo, l'omosessuale moribondo, il suicida, la donna bosniaca, il feto bastardo, adesso sapevo: bisogna andare avanti. Qualunque cosa accada. Perché qualunque cosa accada possiamo farcela. Sempre.

barbara

sfoglia     ottobre        dicembre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA