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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


10 ottobre 2008

NON MI MUOVO, NON URLO, SONO SENZA VOCE

Un vecchio documento …

C'è una radio che suona. Ma solo dopo un po' la sento. Solo dopo un po' mi rendo conto che qualcuno canta. Sì, è una radio. Musica leggera: amore cielo stelle cuore dolore amore …
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena, come se chi mi sta dietro tenesse l'altro appoggiato per terra.
Con le mani tiene le mie, forte, girandomele all'incontrario. La sinistra in particolare. Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino.
Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando. Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello. La voce ... la parola.
Dio che confusione!
Come sono salita su questo camioncino? Ci sono venuta da sola, muovendo le gambe una dopo l'altra dietro la loro spinta, o mi hanno caricata loro sollevandomi di peso? Non lo so.
È il cuore che mi batte così forte contro le costole ad impedirmi di ragionare. E il dolore alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la torcono tanto?
Io non tento nessun movimento. Sono come ... congelata.
Ora quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena. S'è messo più comodo ... s'è seduto, e mi tiene tra le sue gambe, da di dietro, come si faceva anni fa quando si toglievano le tonsille ai bambini ...
L'unica immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringe tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce ...
Perché la musica? Perché ora l'hanno abbassata? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo.
Non c'è molta luce, neanche molto spazio, forse è per quello che mi tengono semidistesa.
Li sento calmi. Sicurissimi. Si stanno accendendo una sigaretta. Ma cos'è? Fumano? Adesso? E perché mi tengono così? Sta per succedere qualche cosa ... lo sento ...
Respiro fondo, due, tre volte. No, non mi snebbio, non capisco, ho solo paura. Ho il cuore che mi esce.
Ora uno si muove, mi si avvicina, un altro si siede sul lato sinistro, il terzo si accuccia alla mia destra. Vedo il rosso delle sigarette, stanno aspirando fortemente. Sono vicinissimi. Sì, sta per succedere qualche cosa ... lo sento.
Il primo che si era mosso mi si mette in ginocchio tra le gambe, me le divarica. È un movimento preciso che pare concordato con quello che mi sta dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra le mie gambe aperte per tenermele ferme.
Io ho i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento così a disagio ... peggio che se fossi nuda. Da questa sensazione mi distrae un qualcosa che subito non riesco ad individuare ... è un calore, prima tenue, poi più forte, sempre più forte, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore ...
Le sigarette! ... le sigarette sopra il golf, fino ad arrivare alla pelle.
Io non so cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni.
Io non riesco a fare niente, né gridare, né piangere. Mi sento come proiettata fuori, affacciata ad una finestra e costretta a guardare qualcosa di orribile.
Una sigaretta dietro l'altra, una sigaretta dietro l'altra ...
Il puzzo della lana bruciata deve disturbarli; con una lametta mi tagliano il golf davanti, per il lungo, mi tagliano anche il reggiseno. Mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventuno centimetri.
Quello che mi sta inginocchiato tra le gambe ora mi prende i seni a piene mani; le sento gelide sulle bruciature.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, lo sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora tutti si danno da fare per spogliarmi. Una scarpa sola, una gamba sola.
Adesso uno mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Calma. Devo stare calma. Mi attacco ai rumori della città, mi concentro sulle parole delle canzoni.
"Muoviti puttana, devi farmi godere".
Non voglio capire niente. Non so più nessuna parola, non conosco nessuna lingua. Sono come di pietra.
Una sigaretta dietro l'altra. "Muoviti puttana, devi farmi godere". È il turno del secondo. La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no. "Muoviti puttana, devi farmi godere".
Il sangue mi cola dalle guance fin sulle orecchie. Ora è il turno del terzo. E' orribile sentirti godere dentro delle bestie orrende.
"Sto morendo - riesco a dire - soffro di cuore. Fatemi scendere".
Ci credono, non ci credono ... "Facciamola scendere ... no ... sì ..."
Vola un ceffone tra di loro, poi, lentamente, mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, fino a spegnerla.
Ecco, io ... io, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Sento che mi stanno rivestendo. Io servo a poco. Quello che mi teneva alle spalle mi riveste con movimenti precisi, come fossi un bambino. Si lamenta perché è l'unico che non abbia fatto ... che non si sia aperto i pantaloni. Non sa come metterla con il mio golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni, alza la cerniera, mi mette la giacca ... spacca i miei occhiali.
Il camioncino ferma giusto il tempo per farmi scendere ... e se ne va ...
Mi tengo la giacca chiusa sui seni nudi. È quasi scuro. Dove sono? Piante, verde, prati. Sono al parco. Mi sento male, nel senso che mi sento svenire ... non solo per il dolore fisico, ma per lo schifo .. per la rabbia ... per l'umiliazione ... per le mille sputate che mi sono presa nel cervello ... per lo sperma che mi sento uscire.
Appoggio la testa ad un albero ... mi fanno male anche i capelli. Certo, me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia ... è sporca di sangue. Alzo il bavero della giacca e cammino. Non so dove sbattere, non so dove andare. Cammino, non so per quanto tempo. Poi, senza accorgermi, mi trovo davanti al palazzo della Questura. Sto appoggiata al muro della casa di fronte ... guardo quel portone, vedo la gente che va e che viene ... poliziotti in borghese, poliziotti in divisa ...
Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi. Penso alle loro domande. Penso alle loro facce ... ai loro mezzi sorrisi ...
Penso e ci ripenso.
Poi mi decido.
Torno a casa.
Li denuncerò domani.

Franca Rame



… per ricordare ciò che centinaia di migliaia di donne nel mondo ogni giorno devono subire. Per ricordare che non tutte ne escono vive. Per ricordare che solo a una sparuta minoranza di privilegiate è data la facoltà di denunciare. Per ricordare che a milioni di donne nel mondo non è neppure concesso, dopo un’esperienza come questa, di scrivere una testimonianza come questa, perché la famiglia provvede a “lavare l’onore” togliendole di mezzo prima che abbiano avuto il tempo di farlo. Per ricordare un marchio che troppe donne devono portare nella carne e nell’anima, e troppo poco ancora si fa per difenderle e per rendere loro giustizia.

barbara


NOTA per chi è troppo giovane per ricordare: questo NON è un pezzo teatrale, questo è il racconto di ciò che le è REALMENTE capitato!

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