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Diario


4 ottobre 2008

IL GENIO E IL MALE

di Yashiko Sagamori, consulente informatica a New York (qui)

Yashiko Sagamori

Nel concludere i preparativi per l’attacco all’Irak, i leader della coalizione hanno promesso al mondo due cose: di preservare l’integrità territoriale dell’Irak e di giungere alla pace in Medio Oriente. Il primo obiettivo implicava che i Curdi, ancora una volta, si vedranno negare il diritto all’autodeterminazione. Il secondo implicava la concessione del diritto all’autodeterminazione agli arabi che occupano Gaza, la Giudea e la Samaria.
Qui una domanda è inevitabile. Secondo quale logica l’antico popolo curdo si vede rifiutare definitivamente il diritto di avere il suo proprio paese, mentre gli sforzi concentrati di tanti paesi e organismi internazionali sono consacrati, anno dopo anno, decennio dopo decennio, a promuovere l’organizzazione terrorista di Arafat per farne una nazione, a spese di Israele? Se qualcuno mi può proporre una risposta che non sia, esplicitamente o implicitamente, tinta di antisemitismo, sarei veramente felice di sentirla.
E in attesa, certamente vana, di ricevere una tale risposta, porrò un’altra domanda, ancora più inquietante: perché tutti questi massicci sforzi non hanno portato assolutamente a niente? Perché i cosiddetti palestinesi, malgrado tutti i tentativi dei nemici d’Israele di farne una nazione, restano ciò che sono sempre stati dal momento della loro invenzione nel 1964, vale a dire un’organizzazione terrorista?
Fino alla guerra dei Sei Giorni, nel 1967, la parola “Palestinese” designava un ebreo residente in un qualunque punto situato “tra il fiume (Giordano) e il mare (Mediterraneo)”. I fruttuosi sforzi della propaganda araba hanno prodotto un’inversione di questa definizione degna di Orwell. I “Palestinesi” di oggi sono semplicemente degli arabi arrivati da qualunque parte e insediatisi sulla terra che appartiene a Israele. Un po’ poco per fare di loro un popolo. Tuttavia la mancanza di un’identità etnica comune non costituisce di per sé una ragione sufficiente per rifiutare loro il diritto ad avere un proprio paese. E neppure spiega il totale fallimento di tutti i tentativi di creare una tale nazione. Dopotutto, il popolo americano costituisce una comunità etnica ancor meno degli arabi autonominatisi “Palestinesi”, ciononostante neppure il più stupido dei nemici degli Stati Uniti negherebbe che gli americani siano a tutti gli effetti un popolo. Evidentemente esiste un potente fattore che unisce i fieri discendenti di coloro che attraversarono l’oceano sul Mayflower quindici generazioni fa a coloro che arrivano oggi negli Stati Uniti da Città del Messico, da Minsk o da Madras, sperando di ottenere alla fine una Green Card. Questo fattore è ciò che viene chiamato l’American Dream: un’espressione vaga che si applica a un vasto insieme di benefici non troppo comuni al di fuori degli Stati Uniti, che vanno dalla libertà di parola e di religione alla reale possibilità per ciascuno di guadagnarsi decentemente da vivere da solo e un futuro limpido per i propri figli.
Israele, anch’esso un paese di immigranti, anche se in modo molto differente dagli Stati Uniti, ha una sua idea unificatrice. Il “sogno israeliano” si chiama sionismo. Mi asterrò prudentemente dal tentare di darne una definizione. Basti dire che il sionismo riesce a unire persino quegli ebrei che sono incapaci di mettersi d’accordo sul vero significato di questa parola.
Ciò significa che la “Palestina” è impossibile per la mancanza di un “sogno palestinese”? Niente affatto. Se il “sogno palestinese” non esistesse, si potrebbe inventarlo. Il problema è molto più grave. Il “sogno palestinese” è ben esistente, e gli arabi non ne fanno minimamente mistero: il loro sogno è la distruzione di Israele.


                                                       

Oggi, come al tempo di Golda Meir, gli arabi odiano gli ebrei più di quanto amino i loro figli. Purtroppo non si tratta di una pittoresca metafora. È l’esatta descrizione dell’orribile realtà del Medio Oriente. L’intensità dell’odio arabo contro gli ebrei supera i limiti dell’immaginazione umana. Madri arabe mandano orgogliosamente alla morte i propri figli in cambio della speranza di assassinare qualche ebreo: per la strada, su un autobus, in un ristorante …
Non posso dimenticare un breve documentario mostrato l’anno scorso in un notiziario: si vede una madre dire addio a suo figlio, in modo laconico e privo di emozione. Sa che suo figlio non tornerà : così è stato programmato. Comunica ai giornalisti che la circondano i suoi sogni più cari: lei ha altri nove figli, e spera che tutti seguiranno la strada del fratello maggiore. Il futuro shahid porta un’uniforme militare ed è armato di un M16. È allampanato e un po’ goffo, come un adolescente cresciuto troppo in fretta, e che non ha ancora avuto il tempo di familiarizzarsi con il suo nuovo aspetto. Sembra intimidito dalla macchina da presa, e il bacio che alla fine posa sulla guancia della madre appare un po’ imbarazzato. Il suo sorriso è teso e timido e, devo ammetterlo, non privo di fascino. In altro contesto, lo si sarebbe potuto prendere per un adolescente ebreo. È sul punto di uscire dal campo della telecamera per recarsi alla più vicina yeshiva. Lì aprirà il fuoco e ucciderà cinque studenti, prima che qualcuno lo abbatta.
Non si dovrebbe mai sottovalutare il “sogno palestinese”. Ispirati da esso, dei «martiri» musulmani andranno a versare molto sangue ebraico. Ma non conviene neppure sopravvalutarlo, perché non ha in sé niente di positivo, niente di costruttivo. Non si dedica che a morte e distruzione. Non sa creare altro che un’organizzazione terroristica. Per dirlo chiaro, i palestinesi non vogliono l’indipendenza. Non vogliono un paese per sé. Ciò che vogliono è di compiere la missione affidata loro dal mondo arabo: distruggere Israele. Questo è il motivo per il quale non si sono mai battuti per la loro indipendenza prima della sconfitta araba del 1967. È la ragione per la quale nel 2000, quando a sorpresa è stato loro regalato uno stato a Camp David, hanno risposto rilanciando la guerra. È la ragione per la quale oggi, nel contesto kafkiano della “roadmap”, sostituiscono la pace con la hudna e rifiutano recisamente di combattere le organizzazioni terroristiche sul “loro” territorio: tali organizzazioni sono inseparabili dall’Autorità “Palestinese” quanto la marionetta rasata di fresco lo è dal suo perennemente mal lavato istruttore Arafat.
Costruire una nazione richiede del genio. In una delle opere meno note di Pushkin, Mozart e Salieri, Salieri riconosce amaramente che Mozart era un genio e lui no, perché “il genio e il male sono due cose incompatibili”. Questa incompatibilità intrinseca spiega perché oggi non esiste una “Palestina” e perché non esisterà in un futuro prevedibile.
Gli sforzi della comunità internazionale per creare uno stato “palestinese” possono nuocere e nuoceranno a Israele in molti modi ben concreti. Ma la “Palestina” resterà per sempre il sogno disonesto e pertanto irrealizzato degli antisemiti.


Nota di www.nuitdorient.com

A questo aggiungete che Israele accoglie sul suo territorio tra il 15 e il 20% di palestinesi, una consistente minoranza dei quali si identifica col nemico, e che il Fatah non accetta alcun ebreo in un eventuale futuro stato, per non parlare di Hamas, che rifiuta qualunque presenza ebraica nella regione.
Fino a quando gli arabi del Medio Oriente e la cricca dei mullah iraniani non cesseranno le loro invettive antisioniste e i loro insegnamenti di odio antisemita, il Medio Oriente non conoscerà tregua e resterà sottosviluppato, con l’eccezione di Israele e di qualche piccolo emirato che, del resto, intrattiene buone relazioni con Israele. (traduzione mia)

Si può essere d’accordo o magari, se si è MOLTO disonesti, si può anche non esserlo. Però direi che vale comunque la pena di pensarci un po’ su.


barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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