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Diario


23 settembre 2008

ALTRO CHE SENSUALITÀ, IL VELO È UNA GALERA

È un articolo di qualche giorno fa, mi sembra interessante.

VÉNUS KHOURY-GHATA

Dire che il velo ha liberato la donna è doloroso per coloro che lo indossano come una prigione, un sarcofago, un feretro ambulante.
È un'offesa per le donne afgane imbavagliate dalla paura, che contano sulle loro sorelle occidentali con la speranza che possano battersi per loro, per liberarle dal velo.
Dire che il velo ha liberato le donne farà sanguinare il cuore di Maryamou di Mechhed, di Azadée di Teheran, delle studentesse che indossano il velo all'università diretta da religiosi ma che, non appena rientrate a casa, strappano via il tchador come una pelle da rimuovere per ritrovare la loro vera pelle.
Dire che il velo ha liberato le donne, rende amareggiate le afgane rese cieche dal burka che indossano, rasentate dalle automobili, uccise dalle automobili che vedono soltanto all'ultimo momento.
Dire che il velo ha liberato le donne è un'offesa per coloro che si erano battute nel corso del secolo per liberare le donne dal velo, per renderle uguali all'uomo che cammina con il viso scoperto al sole. Un dolore per coloro che vorrebbero mostrare la loro chioma, considerata dagli adepti del velo come la capigliatura del sesso.
È possibile definire il velo come liberatorio delle donne quando ostacola tutti i loro gesti e le rende pari a dei muli che circolano nella strada con delle fessure per gli occhi che impediscono di guardare di lato? Dieci anni fa, su richiesta di una parlamentare europea, ho condotto un sondaggio in Libano, il mio paese, presso alcune donne che hanno frequentato l'università, al fine di conoscere i motivi per i quali hanno iniziato ad indossare il velo mentre prima non lo portavano.
La prima, direttrice di un'agenzia di PTT, ha detto di indossare il velo per essere rispettata dai suoi confratelli che considerano come prostitute qualsiasi donna senza velo (questa donna viveva in una città del sud del Libano, diventata islamica dopo l'uscita di Hezbollah).
La seconda indossava il velo per motivi economici: i figli delle donne con il velo possono entrare in ospedale senza pagare in anticipo, altrimenti sono respinti (problema cruciale in un paese in cui la previdenza sociale non esiste).
La terza ha dichiarato che senza il velo, tra un vestito di Dior e un vestito acquistato in un negozio monoprezzo non c'è nessuna differenza. Camminando per la strada, è al pari della moglie del deputato e della moglie del sindaco della sua città.
La quarta indossava il velo per beneficiare dell'acquisto di un appartamento pagato in venti anni senza interessi. Si tratta degli appartamenti costruiti da Hezbollah, finanziati dall'Iran e che hanno trasformato gli stabili di due piani in grattacielo.
La quinta, una ragazza bizzarra, giornalista per un quotidiano arabo islamico, mi ha detto di indossare il velo per prendersi gioco di sua madre che si era battuta più di trent'anni fa per liberare le donne dal velo.
Dichiarare di amare il velo mi fa pensare a una parigina eccentrica che si era fatta realizzare delle manette in oro da un gioielliere, che esibiva la domenica pomeriggio quando ci offriva il tè.
Bisogna scendere in strada per conoscere la povertà, diceva il ricco Sénèque. Bisogna aver vissuto con donne che indossano il velo per avere il diritto di parlare a nome loro. Bisogna soprattutto intervistarle lontano dallo sguardo del marito, del padre, del fratello, i quali si trasformano in lapidatori non appena ritengono che il loro onore sia stato infangato.
Non potrò mai dimenticare l'immagine di una donna lapidata dagli uomini della sua famiglia perché sospettata di aver avuto una relazione con un'altra donna, agonizzante sotto le pietre mentre suo fratello la filmava con il cellulare. Il fratello filmava con una mano e tirata le pietre con l'altra.
Le donne che portano il velo non l'hanno per forza scelto. Alcune credono di averlo scelto perché risponde al voto o alle imposizioni del marito o dell'uomo amato. Si sono ritrovate di fronte al loro destino. Molte l'hanno scelto per sottomissione, perché credono che l'uomo sappia cosa vada bene, cosa sia meglio per loro. L'uomo pensa per loro che non sanno pensare. Come dice un proverbio arabo, la sottomissione è generatrice di felicità. La schiavitù può essere volontaria. L'asservimento può essere voluto per conservare il cuore di un uomo, il suo rispetto, il rispetto della sua comunità fa credere ad alcune donne che il velo le protegge, il velo è la loro scelta.
Il libero arbitrio non esiste per queste donne. Sono condizionate e ignorano che la scelta cessa di essere una scelta quando è il riflesso del desiderio altrui, il frutto dell'autorità altrui.
Il velo è una prigione, un feretro, un sarcofago. (La Stampa, 17.9.08)

Le donne afgane imbavagliate dalla paura, che contano sulle loro sorelle occidentali con la speranza che possano battersi per loro, per liberarle dal velo. E invece le loro sorelle occidentali, le donne progressiste di sinistra, le femministe che da una vita si battono per vedersi riconosciuti pari diritti, pari dignità, pari rispetto, pari libertà, non esitano un solo istante a voltare loro le spalle: è la loro cultura, e dunque che si fottano.



barbara

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