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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


9 settembre 2008

PEDAGOGIA

L’episodio è di qualche anno fa, ma mi è tornato alla mente perché dal primo settembre è ripresa la scuola con le attività preparatorie, nell’ambito delle quali si inserisce l’episodio in questione.
Si stava svolgendo la “Giornata pedagogica”, quella in cui qualche “esperto”, preferibilmente proveniente dall’estero che fa più fico, ci fornisce importanti nozioni di pedagogia, ossia di quella cosa che permette di educare i bambini nella maniera migliore possibile, di crescerli in modo armonioso, di insegnare loro a intrecciare relazioni sociali, di abituarli a confrontarsi con gli altri in modo civile, anche quando sorgano contrasti o contese. Fra le varie attività erano previsti anche i famigerati lavori di gruppo, ossia quella geniale invenzione che permette ad esperti e aggiornatori di riposarsi per un buon paio d’ore, guadagnando come se stessero lavorando e invece non stanno facendo un piffero salmistrato. Però ogni tanto, per fare finta di lavorare, se ne vanno in visita presso i vari gruppi. E così l’esperta arriva anche dal gruppo in cui mi trovo io, e comincia a parlare, non ricordo più di che cosa, e ad un certo punto si ritrova a dire che esistono delle morali individuali, che ognuno si crea a propria misura, ma al di sopra di queste esiste una morale condivisa valida per ogni essere umano, al di là dell’appartenenza etnica, al di là della cultura, al di là dell’età, al di là della religione, al di là delle epoche storiche, “Per esempio … per esempio …” In realtà stava solo facendo finta di pensarci e di cercare l’esempio: era chiaro come il sole che tutto il discorso lo aveva intrapreso allo scopo di arrivare lì, dove si era prefissa di arrivare. E finalmente trova: “Per esempio non esiste persona al mondo a cui non facciano orrore omosessuali e lesbiche, non esiste persona al mondo a cui non farebbe orrore avere figli omosessuali o lesbiche”.
Per le altre colleghe – eravamo tutte donne in quel gruppo – non so quale sia stato il motivo per cui non hanno replicato; per me il motivo è che ero letteralmente esterrefatta. Voglio dire, lo so benissimo che c’è un sacco di gente che non si fa pregare a gridare morte ai culattoni, e magari non disdegna di dargli anche qualche robusta ripassata, però avevo sempre saputo che anche quelli sanno benissimo che c’è in giro qualche strano esemplare di eterosessuale a cui questa gente non fa orrore. E quindi lei prosegue, ormai a vele spiegate, in una vera e propria lectio magistralis sull’orrore che provoca questa immonda feccia dell’umanità. Finalmente la collega Cristina riemerge dal coma e dice: “Ma a me veramente no, non fanno orrore proprio per niente”. Fulminata. Annientata. Sbatte gli occhi, boccheggia. Poi, con voce tra lo stridulo e il gracchiante, dice: “Ah, lei sarebbe contenta che i suoi figli fossero omosessuali o lesbiche!” E Cristina dice no, non sarei contenta per niente, perché io amo i miei figli e per niente al mondo vorrei vederli soffrire, e con la gente che c’è in giro è indubbio che gli omosessuali siano condannati a soffrire più degli altri, ma se lo fossero sicuramente non mi farebbero orrore, e sicuramente non smetterei un solo momento di ricordarmi che sono i miei figli, e di amarli. Un attimo di silenzio, impietrita, poi parte, gridando: “Ah, va bene! Allora facciamola finita col mondo! Facciamola finita con la specie umana! Popoliamo la terra di omosessuali e lesbiche che non generano e decretiamo la fine del mondo!” e poi, in crescendo: “È questo che volete? È questo che volete?” Arrivata qui, per un quarto di secondo è costretta a respirare, e io ne approfitto per inserirmi e dire finalmente: “Io sono totalmente d’accordo con la collega”. E qui la crisi isterica esplode in tutta la sua potenza: con tutto il fiato che ha in gola urla: “Non me ne frega niente di quello che pensa lei! Depravati! Pervertiti!” E queste sono state le ultime parole comprensibili, il resto si è perso nei meandri di un urlìo incontrollato e indistinto.
Questa roba, per inciso, è costata al contribuente, ossia a me che scrivo, a voi che state leggendo, e a tutti gli altri quasi sessanta milioni di italiani, alcune migliaia di euro. E a me, oltre a questo, anche otto ore di presenza obbligatoria al suo imprescindibile insegnamento.

                                                            

barbara

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