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Diario


29 giugno 2008

LIBANO, LA RESISTENZA DEI CRISTIANI

Ogni tanto qualcuno si accorge che esistono anche loro, e che anche di loro vale forse la pena diparlare. Lo ha fatto Lorenzo Cremonesi in questo articolo uscito sull’ultimo numero di Magazine del Corriere della Sera.

L’entrata della grotta è ben visibile sulla parete stra­
piombante e friabile al fianco della montagna. Come una gigantesca ferita nera a incidere il gial­lo e grigio del calcare, che delimita la "valle santa" di Qadisha nel cuore delle più alte cime libanesi. «Ecco, vedete. Là abbiamo trovato ot­to mummie delle martiri cristiane. Tre bambi­ne e cinque donne adulte, fuggite otto secoli fa alla furia dei mammalucchi che le volevano vio­lentare e uccidere, come avevano fatto in quasi tutti i villaggi della regione. Vi erano scappate attraverso una galleria lun­ga non meno di due chilometri. I musulmani non riusciro­no a prenderle, provarono perfino a inondare la grotta de­viando il corso dei ruscelli, allora le murarono vive». Clemence Helou punta il dito verso l'altra parte della valle, poi mostra sulla cartina disegnata sul muro della piccola cappella del mo­nastero di Qannoubine i villaggi «vittime della furia musulmana sino a non molti decenni orsono». Ha settantasette anni, da oltre mezzo secolo è monaca dell'ordine delle An­tonine, eppure quando racconta della lunga serie di "marti­ri maroniti" sembra ringiovanire. «Perché le nuove genera­zioni devono conoscere, capire il nostro passato di fautori del­l'identità libanese. Specie oggi che noi cristiani in Medio Oriente siamo sempre più minacciati». Procede a tentoni nel­l'ala in restauro delle grotte per indicare l'antro che, dal 375 dopo Cristo, fu adibito a chiesa. Sotto la volta annerita dal fu­mo delle torce e dai fuochi di infiniti bivacchi, arriva alla gal­leria scavata nella roccia per «nascondere i nostri patriarchi quando gli arabi cercavano di rapirli». E mostra le porte bas­se, «dove i cavalli degli invasori non potevano passare». Lei parla e decine di giovani stanno ad ascoltare: vestiti da trekking, le magliette sudate, borracce d'acqua nello zainetto e scarpe da tennis. Oltre quattrocento nei weekend, almeno mille alla settimana. E adesso, dopo che a inizio maggio le milizie di Hezbollah hanno riproposto il fantasma della guer­ra civile, anche molti di più. Si sentono più insicuri che non durante i 34 giorni di bombardamenti israeliani due anni fa. La minaccia interna fa più paura di quella esterna. Ed è come se nel passato cercassero una risposta, un appiglio, alle incertezze del futuro. Un fenomeno nuovo e in crescita questo del pellegrinaggio a Qadisha, aumentato dalla fine de­gli anni Novanta. Sino ad allora i luoghi santi della tradizione maronita erano quasi spariti sotto la vegetazione, le frane, la polvere del tempo, e della dimenticanza. Monasteri, cappel­le e grotte dei primi cenobiti trasformati in ovili, ricoveri per le bestie; dipinti scrostati e semi-cancellati dall'umidità; terrazzamenti agricoli abbandonati; i ruscelli inquinati dal­le fogne a ciclo aperto dei villaggi più alti. Fu solo ben do­po la fine dei 15 anni di guerra civile che venne avviata l'o­pera di restauro e riscoperta della storia antica. L'avevano ben detto nelle basiliche di Ashrafie, il maggior quartiere cristiano di Beirut, e sulla collina di Jounieh alla se­de del patriarcato: «Per capire l'animo maronita occorre sa­lire dove da oltre un millennio si sono rifugiati i suoi capi spi­rituali quando dal mare arrivavano le navi musulmane. Là nel­la valle dei cedri, tra i monasteri, sotto il villaggio di Bcharre, dove è la roccaforte delle Forze Libanesi». Due ore d'au­to dalla capitale e almeno altrettante di marcia a piedi.

LA PAURA DELLA GUERRA CIVILE
Tra le volte imbiancate di fresco, i dipinti restaurati dell'e­
poca crociata e quelli più tardi ripresi dalla tradizione greco-ortodossa, madre Clernence ricorda a chi vuole ascoltarla che «sempre i musulmani hanno cercato di annientarci. Una volta gli ottomani, poi i sunniti alleati con l'Olp e oggi gli sciiti di Hezbollah». Morale: «Soltanto un'identità religio­sa e comunitaria forte garantisce la convivenza su di un pie­de di parità con le altre confessioni».
Ma il cristianesimo libanese, pur se sulla difensiva, spaventa­
to, assottigliato dall'emigrazione (sembra che su 8 milioni di residenti all'estero, almeno 5 siano cristiani) resta diviso al suo interno e certamente ben lontano dall'appiattirsi sulle nostal­gie per i monaci di Qadisha. Unico elemento che davvero accomuna tutte le Chiese è quello dì evitare la ricostru­zione delle milizie, fare di tut­to per non tornare alla spirale della guerra civile. «Tradizionalmente ci sono due correnti principali. I maroniti della montagna, da sempre la netta maggioranza, però chiusi in se stessi, confessio­nali, arroganti e violenti come il clan Gemayel e l'attuale lea­der delle Forze Libanesi, Sarnir Geagea, che si è fatto ben 11 anni di carcere duro controllato dai filo-siriani. E invece i gre­ci ortodossi, circa il 25 per cento dei cristiani, attestati sulle città della costa, molto più aperti al mondo, discendenti del mercantilismo cosmopolita fenicio e bizantino, consapevoli di dover trovare un compromesso con gli arabi, con la Siria, e sem­mai propensi ad abbracciare il principio dello Stato laico al di sopra degli interessi delle diverse comunità particolari. Il problema è che, se i cristiani sono divisi tra loro, sciiti e sun­niti appaiono molto più monolitici e rispettivamente legati ai poteri forti che dettano legge a Teheran e Riad», sostiene pes­simista lo scrittore Elias Khouri, figlio di una nota famiglia greco-ortodossa, da sedici anni direttore del supplemento culturale del quotidiano Al Nahar. L'ultimo censimento na­zionale risale al 1932. Da allora il tema dei rapporti demografici con sciti e sunniti è diven­tato via via sempre più un tabù.
Ma si valuta che i maroniti dal 28,8 per cento della po­polazione di allora siano scesi oggi a meno del 20 per cento su poco più di 4 milio­ni di abitanti. E i cristiani, se­condo i dati elettorali più re­centi, appaiono divisi tra al­meno la metà seguaci del ge­nerale Michel Aoun pro-siriano e quaranta per cento fieri oppositori. «Un dato co­munque destinato a cambiare presto. La recente nomina del­l'ex capo di Stato maggiore dell'esercito, generale Michel Suleiman, a presidente dello Stato spiazza Aoun, che alle elezioni previste per il maggio 2009 subirà una clamorosa sconfitta. I cristiani sono destinati a tornare in massa nel fronte anti-siriano guidato da Geagea», osservano a L'Orient Lejour, il quotidia­no di Beirut in lingua francese.
È la fine delle speranze di riscatto rilan­ciate dal movimento del "14 marzo" 2005 in risposta all'assassinio del leader sunnita Rafiq Hariri. «Hez­bollah sta facendo le prove generali in vista del prossimo col­po di Stato. E ad averne paura non siamo solo noi cristiani, ma soprattutto i sunniti, che come noi sono disarmati. Si di­ce addirittura che tra i nostri giovani ci sia chi vorrebbe ricostruire le milizie», dice Giselle Khouri, nota giornalista del­le televisioni locali e vedova di Samir Kassir, l'intellettuale di punta del movimen­to anti-siriano assassinato tre anni fa. Una voce tutto sommato solitaria la sua. Persino a Bcharre e a Qannoubine i leader dei gruppi giovanili figli dei fondatori delle Forze Libanesi continuano a ripetere che non intendono tornare alla logica della guerra. «Non siamo noi che dobbiamo armarci, ma Hezbollah che deve disarma­re», dice anche un vecchio falangista che partecipò ai massacri dei campi palestinesi di Sabra e Chatila nel 1982. Ma Giselle non ne è convinta: «L'8 maggio gli estre­misti sciiti a Beirut stavano per attaccare il quartiere cristiano di Ein Romane. Poi si diffuse la voce che Geagea vi stava in­viando 2.000 giovani falangisti e non av­venne nulla. Non era vero. Ma bastò il sospetto che i cristiani fossero pronti a difendersi per fermare Hezbollah».
Lorenzo Cremonesi

IL PATRIARCA: «CHE DRAMMA LA DIASPORA»

Noi cristiani libanesi non dob­biamo fare come gli sciiti, che sono aiutati anche finanziaria­mente e militarmente dall'Iran. L'Europa resta per noi un refe­rente religioso e culturale. Ma per il resto dobbiamo contare sulle nostre forze per trovare la forma di convivenza con le altre comunità»: a 88 anni Nasrallah Sfeir resta il leader religioso cristiano più importante del "Paese dei cedri". E più volte in passato ha dato forti messaggi politici alta sua comunità. Alla fine degli anni Novanta fu tra le voci più decise contro l'occupa­zione siriana, oggi continua a sostenere l'alleanza cristiano-sunnita del "14 marzo".
Patriarca, teme per il futuro dei cristiani in Medio Oriente?

«Sono preoccupato. Ma le no­stre difficoltà non sono nuove. Anche i 400 anni di dominio turco hanno visto persecuzioni e in­giustizie per i cri­stiani nella regione. Il Libano oltretutto è un Paese piccolo, debole, diviso al suo interno, inevitabil­mente resta vittima delle interferenze dei Paesi vicini, a partire da Iran, Si­ria, Arabia Saudita e Israele. Oggi subia­mo le conseguenze detto scontro tra sciiti e sunniti, si fanno batta­glia in casa nostra. E anche i cristiani sono divisi tra di loro. Al momento mi sembra impos­sibile pensare di ricucire un fronte sunnita-cristiano. Il ri­sultato purtroppo è l'emigrazione. Sono appena tornato da un lungo viaggio tra le comunità cristiane della diaspora liba­nese nel mondo con anche l'intento di te­nerle legate alle loro radici. Ma è una realtà che aumenta il divario demografico. La famiglia musul­mana ha in media quattro o cinque figli, quella cristiana uno o due. Per forza noi si conta di meno, certo siamo diminuiti ri­spetto al periodo del mandato francese».
Vede la possibilità di una nuo­va guerra civile?

«Poteva scoppiare più volte ne­gli ultimi anni. E non è avvenu­to. Mi sembra che per ora resti un pericolo sotto controllo, si è pronti a trattare per evitarla».
Dopo gli accordi di Doha, teme ancora te violenze di Hezbollah?

«
Doha costituisce un buon ini­zio. Ma il problema resta che Hezbollah viene fortemente aiutato dall'Iran. Un fatto che stravolge i nostri equilibri in­terni. Ma noi cristiani non dob­biamo cercare aiuti in Occiden­te. L'unico modo per risolvere le difficoltà è parlarne tra noi libanesi».

E chissà se qualcuno sarà disposto ad alzare la voce anche per queste altre vittime. Chissà se qualcuno chiederà di porre fine all’ingiustizia e alla persecuzione. Chissà se all’Onu verrà proposta qualche risoluzione di condanna. Chissà se qualche Ong deciderà di intervenire per alleviare le loro sofferenza. Chissà se Amnesty International emanerà qualche comunicato su di loro. O se verranno dimenticati, ignorati, abbandonati al loro destino come i neri del Darfur e tutti quelli che, come loro, si sono “scelti” il nemico sbagliato.

barbara

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