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Diario


11 marzo 2008

L’ESPRESSO, OVVERO COME RIVOLTARE I FATTI DI 180°

Comunicato Honest Reporting Italia 11 marzo 2008

Immaginate di guardare una partita di scacchi in cui i neri siano stati resi invisibili, e voi possiate vedere solo i bianchi: vi troverete ad assistere ad avanzate incomprensibili, scarti immotivati, arrocchi inspiegabili, "mangiamenti" ingiustificati. È esattamente ciò che ci troviamo di fronte in questo articolo di Paola Caridi pubblicato alle pagg. 92-95 dell'ultimo numero dell'Espresso, dal titolo La terza Intifada: una parte degli elementi in campo è stata eliminata, annullata, nascosta alla nostra vista. In questo articolo non esiste il terrorismo e non esistono i terroristi, non esistono i loro attacchi, non esistono morti, feriti e distruzioni da loro provocati: zero. A questo si aggiunge una continua altalena tra le operazioni israeliane e le faide interne tra fazioni palestinesi, con una totale confusione tra le une e le altre, in modo tale che tutte le conseguenze, alla fine, risultino a carico di Israele. Un articolo talmente assurdo, talmente fuori dal mondo, talmente avulso dalla realtà che non si sa neppure da dove cominciare a commentarlo. Ma ci proveremo, tuttavia.

Sassi, ragazzi e kefiah. La terza Intifada può cominciare.
Sembra l'OK del regista per l'inizio delle riprese.

E i segnali ci sono da parecchio tempo. Arrivati alla superficie quando, da Gaza controllata da Hamas, sono rimbalzate nella Cisgiordania di Abu Mazen immagini di guerra. Le macerie delle case distrutte dai missili israeliani, i feriti portati a braccio, i bambini uccisi avvolti nelle bandiere di Hamas o di Fatah.
E il terrorismo non c'è. I Qassam non ci sono. Gli attacchi alla popolazione civile di Israele non ci sono. Così come non ci sono le scene di guerra tra Fatah e Hamas cui abbiamo assistito per tempi molto più lunghi - e con molti più morti - di quelli delle operazioni israeliane, con persone buttate giù dai tetti, bambini assassinati a sangue freddo e molto, molto altro ancora.

Allora la rabbia è montata.
Tipico ribaltamento: non i palestinesi attaccano e Israele risponde, bensì Israele attacca - non si sa perché - e allora loro, i poveri palestinesi, si arrabbiano.

Allora i ragazzi sono scesi per strada. Leggeri, felpa, jeans, gel sui capelli e kefiah poggiata sul sorriso da adolescenti.
Che immagine poetica per dire che hanno la faccia coperta, come fanno rapinatori e terroristi! (E come farà poi a sapere del sorriso, se la faccia è coperta?) E quanta simpatia, quanta tenerezza, quanto amore per questi giovani aspiranti terroristi!

Pronti a sfidare i soldati di Tsahal.
Sfida facile, visto che i soldati di Tsahal, a differenza dei terroristi palestinesi, non sparano sui ragazzini - cosa che loro sanno molto bene, per esperienza diretta vecchia di decenni.

A Hebron, a Ramallah, a Betlemme. Persino a Gerusalemme, a due passi dalla porta di Damasco. Uguali i comportamenti, codificati da decenni: i sassi a terra, il fumo dei copertoni o dei cassonetti bruciati,
(poi, dell'inquinamento che si ritrovano, danno la colpa a Israele!)

i ragazzi in attesa. Poi gli slogan, e "Allah u akbar". Un fischio. E parte la sassaiola. Pietre lanciate il più lontano possibile. Verso i soldati in assetto antisommossa e le loro camionette. Sfidano gli israeliani senza paura.
Vedi sopra.

Rischiando lacrimogeni, pallottole o l'arresto. Magari a 15 anni.
E la signora Caridi non trova scandaloso che a 15 anni siano lì a fare la guerra?

Niente armi, per ora, nelle mani dei ragazzi che non sono andati a scuola, alle superiori o all'università, per protestare davanti alla chiesa della Natività o nei campi profughi.
E perché protestano contro gli israeliani, nei campi profughi costruiti dagli arabi?

Ma le pietre usate da padri e fratelli maggiori vent'anni fa. È solo rabbia per Gaza, un fuoco di paglia che si estinguerà, o c'è qualcos'altro che cova sotto la cenere?
Che ci sia aria da terza Intifada, lo si dice da prima dell'ultima incursione israeliana a Gaza.
E qui inizia il balletto, che continuerà fino alla fine dell'articolo, del mischiamento tra problemi e disordini causati dalle incursioni israeliane e quelli causati dalle faide intestine, fino a renderli indistinguibili gli uni dagli altri.

La Cisgiordania di Abu Mazen e del premier Salam Fayyad non è né pacificata né normalizzata. Le manifestazioni sono vietate dallo scorso giugno, da quando Hamas prese il potere nella Striscia. Gli arresti politici sono diventati pratica comune. Le accuse di torture nei confronti di chi passa negli uffici del mukhabarat, dei servizi d'intelligence, sono tante. E forse hanno trovato la loro prima vittima in un imam di Hamas, morto dopo alcuni giorni di prigionia a Ramallah. Poi a nord, tra Nablus e Jenin, il coprifuoco è pratica ricorrente, perché quello è il laboratorio dove le forze di sicurezza, addestrate sotto la supervisione del generale americano Keith Dayton, devono dimostrare che si può riportare "legge e ordine" tra le fazioni palestinesi. Mentre l'esercito israeliano continua le retate contro i miliziani.
Contro i terroristi (ma non si stava parlando delle faide interne tra fazioni palestinesi?)

Ma è soprattutto la frustrazione, la mancanza di qualsiasi speranza verso una soluzione pacifica con gli israeliani a rendere la Cisgiordania un animale ferito.
Che sia la dirigenza palestinese ad avere rifiutato fin dal 1936 non solo una soluzione pacifica, ma ogni proposta di costituzione di uno stato di Palestina, persino quando lo stato proposto comprendeva tutta l'area, con cancellazione del precedente progetto di istituzione di uno stato ebraico (1939), è un dato di fatto che l'autrice non pensa neppure a prendere in considerazione.

Da Annapolis, sul campo, non è cambiato niente: le costruzioni nelle colonie continuano, i 500 checkpoint non sono diminuiti,
è forse cambiato qualcosa sul fronte del terrorismo, da dover cambiare i provvedimenti messi in atto da Israele per arginarlo?

e solo un infimo numero degli 11 mila palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è uscito.
Nelle carceri israeliane sono detenuti terroristi palestinesi, non "palestinesi". E in nessuna parte del mondo si fanno uscire di galera i terroristi; quindi, per quanto pochi ne abbia liberati Israele, sono sempre troppi, soprattutto considerando il fatto che appena liberati sono corsi a compiere nuovi atti di terrorismo.

Risultato: il governo di Ramallah si indebolisce. I commenti su Abu Mazen non sono teneri, e ancora più duri sono i giudizi verso chi sta attorno al presidente. Volano accuse di collaborazionismo, corruzione, e di attaccamento alla poltrona. E gli uomini dell'Anp, l'Autorità nazionale palestinese, sono consapevoli del malcontento crescente, come dimostra il commento di Saeb Erekat, negoziatore da sempre: «Le trattative di pace sono state sepolte sotto le macerie delle case di Gaza».
Le macerie delle case di Sderot, invece, sono leggere come piume ...

«Si sente l'odore della rivolta. Ma soprattutto contro gli israeliani», dice un ex ragazzo che tirava pietre durante quella che i palestinesi chiamano "intifada al oula", la "prima": «La gente è stanca, dopo due anni di grandi, continue difficoltà economiche.
"Grandi, continue difficoltà economiche" con le decine di miliardi di dollari che hanno ricevuto? Qualcuno potrebbe spiegare questo straordinario mistero?

Senza soluzioni all'orizzonte. Quello di questi giorni può essere un movimento spontaneo, senza capi riconosciuti che guidano i ragazzi. Ma non mi stupirei se entro due mesi emergesse una leadership giovane».
No, neanche noi ci stupiremmo se entro due mesi, o entro due ore, o un paio d'anni fa "emergesse" una leadership in una guerra che si sta fabbricando fin dai giorni di Oslo.

Come esattamente vent'anni fa, insomma. Quando l'Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina)
organizzazione - cerchiamo di non dimenticarlo - nata tre anni prima che Israele "occupasse" Gaza e Cisgiordania, tanto per ricordare che cosa i signori dell'Olp intendono per Palestina, e che cosa vogliono "liberare"

era all'estero, e a tirar pietre si formarono i leader dell'interno. Marwan Barghouti in testa.
Terrorista con molto sangue sulle mani. Ma non sta bene ricordarlo.

Il parallelo lo fa un altro Barghouti, Mustafa, anche lui protagonista di quella stagione: «Sta crescendo un movimento pacifico, non violento.
Ah, certo, chi potrebbe immaginare qualcosa di più pacifico di sassi e molotov!

Al 100 per cento popolare. È la gente che sta davanti alle fazioni, non viceversa. E ricrea un movimento di liberazione nazionale». È la rivolta, dice l'ex mediatore del breve governo di unità nazionale, che nasce da «uno stato di apartheid, dai bantustan in cui Israele ha diviso la Cisgiordania».
Ma se il problema è questo, perché non hanno costruito lo stato di Palestina quando Israele NON occupava la Cisgiordania? Perché non lo hanno costruito nel 1967, quando hanno rifiutato la 242 che chiedeva di negoziare con Israele il ritiro e la definizione dei confini? Perché non lo hanno costruito nel 2000 quando a Camp David era stato offerto il ritiro totale in cambio della cessazione dello stato di guerra?

Aleggia una evidente vena di nostalgia per i bei tempi andati nel richiamo alla prima Intifada. Quella più eroica. Ma non c'è bisogno di riandare col pensiero a vent'anni fa. È la seconda Intifada, quella delle armi e dei kamikaze, che non è mai finita. «Va e viene, come un'onda. Da quasi otto anni», commenta con una vena di tristezza Sanar Khalifah.
Esatto: otto anni. Cioè dal momento in cui i palestinesi hanno avuto di fronte, concreta e immediata, la possibilità di avere lo stato di Palestina e la pace. E hanno scelto la guerra, mostrando al mondo intero, chiaro come il sole, che non solo non vogliono la pace ma, soprattutto, NON VOGLIONO LO STATO DI PALESTINA.

La più grande scrittrice palestinese, autrice del commovente "Primavera di fuoco", appena uscito in Italia,
sicuramente molto commovente questa storia di cattivissimi israeliani e poveri bravi palestinesi costretti loro malgrado, nella primavera del 2002, a resistere all'esercito israeliano che, non si sa perché, invade le loro terre

tiene per cara la generazione perduta: «Sono loro che hanno pagato il prezzo più alto. La questione non è la numerazione delle Intifade. Quello che sogno è liberarmi dall'occupazione e arrivare a una soluzione pacifica».
E perché non se la prende con chi ha annientato ogni possibilità di arrivare a una soluzione pacifica - di arrivare a una soluzione tout court - allora?

Che nessuno considera possibile.
Verissimo, a questo punto. Difficile davvero immaginare una soluzione pacifica in mezzo all'inferno del terrorismo - soprattutto quello scatenato dal territorio che, nella speranza di una soluzione pacifica, si era smesso di occupare.

Che le sassaiole e gli attacchi con le molotov, in aumento esponenziale negli ultimi mesi, possano essere comunque il germoglio di una Intifada è, forse, l'auspicio di chi ha nostalgia di un colpo di reni.
Ma non si era appena detto che loro vorrebbero una soluzione pacifica?

«Per avere un’Intifada ci deve essere un programma e una leadership. Qui, per ora, c'è solo gente frustrata e rabbiosa», dice Mahdi Abdul Hadi, uno degli intellettuali palestinesi più acuti, liquidando l'enfasi come una pia illusione. Ma se ha ragione Abdul Hadi, se è vero che c'è bisogno di un programma, qualcuno che lo ha definito c'è già. E non a Ramallah, bensì a Gaza City. Dove per la terza Intifada è stata individuata anche una data di nascita. Il 23 gennaio, quando gli uomini di Hamas hanno fatto saltare il muro di Rafah.
E solo con una gigantesca dose di malafede si può far finta di credere che quel muro possa essere stato abbattuto in qualche ora e senza la complicità, almeno passiva, degli egiziani. Soprattutto dopo avere constatato che lo scopo principale, se non unico, dell'apertura era quello di far passare armi e terroristi. (A parte questo, come si concilia l'inizio di un'intifada contro Israele con lo sfondamento del muro verso l'Egitto? Non c'è qualche confusione di troppo in questo resoconto?)

Poi c'è stata la catena umana con cui donne e bambini hanno simbolicamente unito sud a nord, Rafah e Beh Hanoun.
Quaranta chilometri "coperti" da quattromila persone: una ogni dieci metri: un po' poco per chiamarla catena umana.

E altro ci sarà, «in gran parte pacifico», come spiega Ahmed Youssef, il consulente più stretto del leader di Hamas Ismail Haniyeh, che preannuncia una settimana di azioni nonviolente per l'anniversario della Nakba, cioè la "catastrofe" del 1948, la sconfitta araba, a metà maggio. Da mettere in parallelo ai Qassam sulle città israeliane di confine.
E non sia mai che ci si soffermi a dire che cosa fanno i Qassam, quante persone uccise, quante ferite, quanti invalidi e mutilati, quante case distrutte. Non sia mai che si perda tempo a dire che i Qassam sono diretti sempre e solo contro la popolazione civile. Non sia mai che si voglia ricordare che i Qassam provengono da una terra non occupata. Non sia mai che scappi di dire che i Qassam vengono lanciati da zone densamente abitate e circondandosi di bambini. Ah già, ma i Qassam sono "in parallelo" con le "azioni nonviolente": quindi anche loro, dobbiamo intendere, sono un'azione non violenta.

«Perché», precisa, «è l'unica arma che abbiamo.
Beh, volendo ci sarebbe anche un'altra arma: l'accettazione di costruire lo stato di Palestina. O no?

E speriamo che così gli israeliani si rivoltino contro i loro generali». Hamas, dunque, non segue la rivolta spontanea. Semmai la canalizza.
Rivolta spontanea? Canalizza? Signora, ma lei sa di che cosa sta parlando? Lei sa di chi sta parlando? Lei ha una qualche vaga idea di che cosa sia Hamas?

Tutto molto diverso dalle sassaiole della Cisgiordania. Dove gli studenti che protestano non hanno bandiere. Nonostante qualcuno della vecchia guardia tenti di metterci il proprio marchio. Hamas, Fatah, Fronte popolare, tutti insieme. Almeno tra i ragazzi. Che hanno incarnato quello che i sondaggi sostengono: che i palestinesi sono stanchi non solo dell'occupazione israeliana, ma anche delle divisioni tra le fazioni. E soprattutto tra l'autorità di Hamas e l'Autorità di Abu Mazen. A farne le spese, soprattutto Fatah. Il consenso è in discesa, perché ancora una volta l'uomo della strada schiaccia Fatah sull'Autorità Nazionale, sul governo. II partito che fu di Yasser Arafat diventa, così, il bersaglio di quello che succede in Cisgiordania. E di quello che non si riesce a ottenere dagli israeliani.
E di nuovo si torna a mischiare Israele con le faide interne tra fazioni palestinesi.

Il disagio è evidente, tra chi dentro Fatah è più legato alla base. Quando è morto sheikh Majid Barghouti, mentre era sotto interrogatorio dell'intelligence palestinese, c'erano tutti ai suoi funerali, nel piccolo paese di Kobar, sulle colline attorno a Ramallah. L'accusa, su cui ancora indaga una commissione parlamentare d'inchiesta, è che Majid, l'imam del paese, sia stato torturato. E nel paese di Marwan Barghouti sono scesi tutti per seppellire il corpo dell'imam di Hamas. «La situazione nel partito è veramente brutta», accusa Muqbal Barghouti, il fratello di Marwan. Sullo sfondo, il fantasma del sesto congresso di Fatah, che sta spaccando il partito. E sta facendo montare l'opposizione contro la vecchia nomenklatura. «Vogliono riprodurre la stessa malattia», dice seccato Qaddura Fares, uno di quelli che dentro Fatah ci è entrato a 16 anni. E che rappresenta la generazione dei sindacalisti, dei prigionieri, delle università. Dell'Intifada, appunto. Stop ai negoziati, resistenza agli israeliani come priorità del programma.
Ma non si stava parlando del disagio all'interno di Fatah? Non si stava parlando dell'imam di Hamas torturato e ucciso da Fatah? Non si stava parlando dell'insofferenza nei confronti della nomenklatura di Fatah e dei rischi di spaccatura? Da dove sbuca adesso la "resistenza agli israleiani"?

«Il 95 per cento di Fatah condivide le mie idee, ma sta con la bocca chiusa». Per quanto ancora? Chissà. Forse, sembra di capire, il tempo necessario perché la terza Intifada entri nella sua fase più calda.
Cioè che la guerra contro il capro espiatorio Israele risolva la questione delle faide interne. Ma questo la signora Caridi si guarda bene dal dirlo.

A completare l'opera, immancabili, le foto: "Un giovane palestinese nella sua casa dopo il ritiro degli israeliani dalla Striscia di Gaza"; "Palestinesi arrestati dai soldati israeliani" (e, si noti: gli israeliani sono soldati, i palestinesi sono solo palestinesi); "Palestinesi intorno alle rovine di una moschea usata da Hamas" (sembra ragionevole supporre che se la moschea fosse stata distrutta dall'esercito israeliano, il giornale non avrebbe mancato di informarcene esplicitamente; di conseguenza, se si riflette, non appare del tutto irragionevole sospettare che le cause dell'attuale stato della moschea risiedano altrove. Ma l'immagine, sdraiata su tutta la pagina, non è fatta per invitare alla riflessione, bensì per indurre alla deprecazione da una parte e alla commiserazione dall'altra); "Palestinesi catturati a Gaza dagli israeliani"; "Soldati israeliani in un campo di grano vicino al confine tra Gaza e Israele" (e non viene precisato se a Gaza o in Israele, quindi la didascalia NON è un'informazione); "Giovani palestinesi che bruciano copertoni e tirano pietre"; "Soldati israeliani" (che NON sono in azione ma stanno chiacchierando tra di loro, ma l'importante è che siano in divisa e armati, a differenza di TUTTI i palestinesi delle foto).

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