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Diario


28 gennaio 2008

IO DONNA AL SERVIZIO DELLA DISINFORMAZIONE

Comunicato Honest Reporting Italia 28 gennaio 2008

Non nuova a questo genere di servizi, Paola Piacenza tenta però ogni volta di emulare e superare se stessa. E anche questa volta, conformemente all'impegno prodigato, i risultati sono davvero notevoli. Esaminiamo dunque ciò che ci racconta nell'articolo "Il muro di carta" pubblicato alle pagine 52-56 dell'ultimo numero di Io donna, supplemento del sabato del Correre della Sera.

A Wadi Al-Joz, quartiere di meccanici e demolitori di auto a Gerusalem­me Est, se chiedi del ministero dell'Interno, rimedi solo scrollate di spalle.
Cioè - forse non abbiamo capito - la signora Piacenza se ne va in giro a chiedere di un ministero nel bel mezzo di un quartiere di meccanici e sfasciacarrozze? Perché pensa di trovarlo lì? O perché altro? E le scrollate di spalle che cosa starebbero a significare? Che non lo sanno? Che non sono interessati? Perché se un "giornalista" non è neppure capace di far capire che cosa vuole dire, non è che venga tanto da fidarsi delle sue capacità professionali.

Nel parcheggio dell'unico edifìcio in zona araba su cui sventola
la bandiera israeliana, due scrivani offrono prestazioni per pochi shekel. Battono a macchina moduli per ogni richiesta. La più gettonata, la do­manda di rinnovo della carta blu. È il lasciapassare, il documento di identità che attesta lo status di residente permanente di Gerusalemme. Un tesoro inestima­bile nella gerarchia di carte di identità che colorano la burocrazia da queste parti.
No, di carte di identità ce n'è una sola: quella blu, appunto, chiamata così perché ha la copertina blu, identica per tutti coloro che hanno la cittadinanza israeliana.

Una selva di panni stesi ingombra l'ingresso della casa di Dala Abu Radwan. 35 anni, Dala ha vissuto a Gerusalemme sin dalla nascita. Nel 1990 ha sposato Yusef, un ragazzo di Ramallah, Cisgiordania, carta verde.
Sì: la carta d'identità israeliana è blu, lei è israeliana e ha la carta d'identità blu. La carta d'identità palestinese è verde, lui è palestinese e ha la carta d'identità verde. Che cosa c'è che non va in tutto questo?

Hanno cinque figli, tre maschi e due bambine. Lei ha la carta blu,
può attraversare i check point, ha diritto all'assistenza medica, può votare per la municipalità di Gerusalemme, lui no. «E nemmeno i bambini, perché i figli vengono registrati sulla carta del padre» spiega. «A 16 anni quando avranno diritto a un loro documento di identità, risul­teranno cisgiordani. Nonostante siano nati e vivano a Gerusalemme».
Molto commovente. Molto patetico. Molto toccante. Volendo, però, si potrebbero ricordare tutti gli ebrei che vivevano a Hebron non dalla nascita, ma ininterrottamente dai tempi della Bibbia, in parte sterminati e in parte cacciati, che non hanno mai più avuto la possibilità di risiedervi, con nessuna carta di nessun colore da parte di nessuna burocrazia. Volendo, si potrebbero ricordare tutti gli ebrei cacciati da Gaza e Cisgiordania quando queste furono illegalmente invase e occupate rispettivamente da Egitto e Giordania: nessuna carta, per loro, di nessun colore, nessun diritto: judenrein sono diventate e judenrein devono rimanere, per diritto divino acquisito. E senza neanche la scusa del terrorismo.

Huda Imam è la direttrice del Centro studi su Gerusalemme dell'università palestinese Al-Quds, nel cuore del Suq Al-Qattanin, il mercato dei cotonieri. Huda ha la carta blu e un pas­saporto francese. «Mio marito è dì Bordeaux» dice. «Sei mesi fa ho ricevuto una lettera del ministero degli Interni: dovevo restituire la mia carta blu e lasciare il paese entro 45 giorni. A meno di dimostrare che Gerusalemme è "il centro della mìa vita"». «Il tema della cittadinanza in Israele è più problematico di qualunque altro posto nel mon­do» spiega Michel Warschawski, fondatore dell'Alternative Information Center.
Forse non farebbe male, al signor Warschawski, fare qualche viaggio in giro per il mondo e informarsi su come vanno le cose da altre parti. E non farebbe male alla signora Piacenza intervistare anche qualcuno che non sia lo specchio delle sue brame antiisraeliane - qualcuno che non sia stato, come il signor Warschawski, addirittura ripudiato dalla propria famiglia a causa del suo odio antiebraico e antiisraeliano e dell'essersi messo al servizio dei nemici di Israele.

«I 250mila
palestinesi che vivono a Gerusalemme Est non sono cittadini, sono residenti permanenti. Il loro status giuridico è lo stesso di un italiano che venisse qui a vivere per un periodo. Ma la "permanenza" è diventata precarietà, condizionata com'è da fattori sempre ridiscussi.
Falso: la "carta blu", come ricordato più sopra, è la normale carta di identità israeliana. Chi possiede la carta blu - ebreo, cristiano o musulmano, arabo, druso, circasso o altro che sia - è cittadino israeliano. Lo status giuridico degli arabi di Gerusalemme Est in possesso di carta blu è esattamente lo stesso di quello di ogni ebreo israeliano. Quanto alla "precarietà", nessun sospetto su quali possano essere questi "fattori"? Nessun sospetto sul perché capiti di dover "ridiscutere" certe situazioni?

Se un
arabo di Gerusalemme va in Europa a studiare e non torna entro un certo periodo, perde la residenza, anche se la sua famiglia ha vissuto qui per generazioni.
Questo vale anche per gli israeliani ebrei, ma non è utile dirlo, vero?

Se ha un altro passaporto perde la residenza.
In primo luogo questo non accade solo in Israele; in secondo luogo questo non accade solo agli arabi; in terzo luogo questo non dipende da Israele bensì dallo stato dell'altro passaporto, in base agli accordi internazionali stipulati: gli ebrei italiani che decidano di trasferirsi in Israele, per esempio, possono mantenere il doppio passaporto perché lo stato italiano lo consente, gli ebrei tedeschi invece no, perché la Germania non consente doppia cittadinanza. Quindi il presentare questa situazione come un torto perpetrato ai danni degli arabi israeliani è una patente falsificazione dei fatti.

Se va a lavorare nel Golfo, come molti palestinesi, anche se torna a casa tutti gli anni per le vacanze, perde la residenza. Perché il ministero decide che il centro della sua vita non è più Gerusalemme; quella persona, cioè, si è "disconnessa" dalla città». Buda Imam rischia molto dichiarando apertamente in questa intervista dì possedere un passaporto straniero. E lo sa.
Davvero rischia molto, con un nome che chissà se sarà il suo, senza una foto, senza un indirizzo? Davvero la giornalista si immagina che tutti i lettori siano talmente allocchi da bersi una storiella tanto ridicola, di una persona che per fare un piacere a lei mette in gioco - senza una sola ragione al mondo - la cosa più preziosa che ha? Un po' di serietà per favore, signora Piacenza!

I suoi fratelli che hanno vissuto negli Stati Uniti per più di set­te anni, un periodo che, secondo alcune interpretazioni della legge, è il termine massimo per
essere considerati "disconnessi", la loro carta blu l'hanno già persa. «Ma io vivo qui» dice. «Lo Shabak, i servizi segreti israeliani, viene spesso in questa zona. Sanno bene che vengo in ufficio ogni giorno. La loro è una lettera di deportazione. Dopo averla ricevuta, ho mandato prove che dimostrino che Gerusalemme è il centro della mia vita: bollette, tasse, una dichiarazione del rettore. Anche la vaccinazione del mio cane. E aspetto».
Yediot Aharonot, il quotidiano più letto del paese, ha da poco pubblicato un sondaggio: il 63 per cento degli ebrei israeliani è contrario a qualunque compromesso su Gerusalemme e il 68 rifiuta l'idea che Gerusalemme Est venga un giorno trasferita sotto il controllo dell'Autorità palestinese.
Forse non sarebbe male ricordare che molto più alta di questa percentuale è la percentuale degli arabi di Gerusalemme che rifiutano categoricamente l'idea che Gerusalemme Est venga un giorno trasferita sotto il controllo dell'Autorità palestinese.

Bush, del resto, nella sua recente visita,
ha parlato «con una schiettezza senza precedenti», riferiva il Jerusalem Post, della ne­cessità di uno stato palestinese sovrano. Ma su Gerusalemme nemmeno una parola. I "parametri Clinton", usciti dai summit di Camp David del 2000, secondo cui la città doveva venir ripartita per far spazio a due capitali per due stati, sono lontani.
E anche qui appare opportuno un piccolo promemoria, per ricordare che MAI, nella sua storia trimillenaria, Gerusalemme è stata divisa, se non nei 19 anni, dal 1948 al 1967, in cui è stata illegalmente occupata dalla Giordania. Aggiungendo, magari, che quelli sono stati gli unici anni, in tutta la storia di Gerusalemme, in cui non vi è stato libero accesso a tutti i luoghi di culto, essendo stati i siti religiosi ebraici interdetti non solo agli israeliani, ma a tutti gli ebrei del mondo.

E si allontanano sempre più con l'avanzata del Muro.
A proposito del quale la signora Piacenza dimentica di far presente che per oltre il 90% del suo tracciato non è affatto muro bensì barriera metallica. Così come tralascia di ricordare ai suoi lettori le circostanze che hanno costretto Israele a investire una così cospicua parte delle proprie finanze per costruire questa barriera.

«La partizione della città in
due, quando la barriera sarà completata, lascerà fuori dai nuovi confini 60-70mila persone» spiega Meron Benvenisti, ex vicesindaco della città. Praticamente un quarto dei palestinesi di Gerusalemme, tutti con la carta blu. Gli abitanti delle località di Shuafat, Qalandia, Anata, Kafr Aqab, villaggi nel tempo inglobati nell'area della Gerusalemme metropo­litana. «Olmert dice che ci saranno 12 passaggi e che un servizio di autobus permetterà ai bambini di frequentare le scuole oltre il muro. Ma è propaganda.

E, naturalmente, tutto ciò che esce da una bocca palestinese è LA VERITÀ, tutto ciò che esce da una bocca israeliana è propaganda. Così è stato stabilito e così viene riportato; ogni verifica sul campo è del tutto superflua.


Il caso del campo profughi
di Shuafat è emblematico. In un colpo solo invalideranno 35mila carte blu. Sono oltre il muro, quindi non sono più cittadini di Gerusalemme, perché Gerusalemme ha nuovi confi­ni. Diventeranno cittadini della Cisgiordania e alla loro città non avranno più accesso».
Quando non c'era il "muro", invece, è capitato a un sacco di Israeliani di diventare cittadini dell'aldilà, che non hanno più avuto accesso alla vita, ma questi, a quanto pare, sono dettagli del tutto trascurabili.

Salim Anati è un medico specializzato in riabilitazione, vive e lavora per mezza giornata nel campo profughi di Shuafat, per l'altra mezza va nella città vecchia dove ha un ambulatorio. «Sono nato qui, in centro. Vivo nel campo da quando è stato creato, nel 1964 dall'Onu, per la gente di Gerusalemme Est espulsa dalla città.
I lettori della signora Piacenza possono anche - grazie alla sistematica disinformazione operata dai mass media - non essere al corrente di fatti e date, ma la signora Piacenza, essendo pagata per informare, non può ignorare che nel 1964 Gerusalemme Est si trovava da 16 anni sotto occupazione giordana. Non può ignorare che tutto ciò che è avvenuto a Gerusalemme Est in quel periodo è avvenuto per ordine del governo giordano. Non può ignorare che se ci sono state persone espulse da Gerusalemme Est - oltre a tutti gli ebrei che vi risiedevano, alcuni ininterrottamente dai tempi della Bibbia - possono essere state espulse unicamente dalla Giordania. Far credere cose diverse, come sta facendo qui la signora Piacenza, significa fare un gioco sporco: un gioco sordido che ha l'unico scopo di suscitare odio nei confronti delle vittime, risparmiando i carnefici.

Eravamo tremila, oggi siamo dieci volte tanti in un chilometro quadrato.
Davvero esistono popoli in grado di decuplicarsi in quarant'anni? In tutto il mondo arabo la media è di un raddoppio ogni due generazioni e i palestinesi, in questi campi profughi che frequentemente vengono chiamati - forse non del tutto a torto - "campi di concentramento"; che sotto lo spietato tallone di ferro dell'infame occupante sionista patiscono la fame, il freddo, mancanza di ospedali, privazioni di ogni sorta, condizioni igieniche precarie, per non dire drammatiche; che, come non di rado viene denunciato, stanno subendo un autentico genocidio; i palestinesi, dicevamo, in due generazioni sono riusciti a decuplicarsi?! Qualcuno un giorno ce lo dovrà spiegare questo mistero ...

Abbiamo quasi tutti la carta blu, ma quando il muro verrà completato non varrà più niente. Io perderò ìl lavoro in centro.
E così molta altra gente». Isolata tra la città, con il suo nuovo assetto, e una cintura di colonie, Ma'ale Adumim la mag­giore, che la separerà dalla Cisgiordania, quest'area rischia di ridursi a un'enclave abitata da persone senza status giuridico chiaro. Una necessità inevitabile secondo David Cassuto, ex presidente della Comunità ebraica italiana di Gerusalemme, preside della facoltà di architet­tura di Bar-Ilan, nella colonia di Ariel. «Il Muro è una barriera orrenda, però nel momento in cui il terrorismo cesserà, verrà abbattuto. Lo dico con certezza» spiega. «Tra 50 anni la città vivrà in pace e riunita, è inevitabile. Forse qualcuno dei villaggi che oggi sono parte di Geru­salemme non lo sarà più. Ma Gerusalemme dovrà essere amministrata dagli ebrei: negli ulti­mi duemila anni, solo quando è stato così, è stata a disposizione di tutti».
E dopo due pagine in cui si è dato voce unicamente alla controparte - i cui rappresentanti sono stati accuratamente scelti in modo che non ci fossero note discordanti - arriva il contentino di qualche riga, messa giù con cautela ("secondo David Cassuto"): davvero poco, a conclusione di due pagine di disinformazione pura, in cui ci viene raccontato - con ricco contorno di invenzioni fantastiche - che Israele fa e disfa, che Israele costruisce il muro, che Israele concede e revoca, che Israele taglia e separa, così, senza una sola ragione al mondo, in un vuoto pneumatico in cui non esistono terrorismo e terroristi, in cui non esistono costituzioni che prevedono il suo annientamento e lo sterminio di tutti gli ebrei, in cui non esiste niente altro che il capriccio di un popolo bizzarro insediato in uno stato in cui regna, sovrano, unicamente l'arbitrio.
Vi invitiamo a mandare qualche considerazione a Paola Piacenza scrivendo a
iodonna@rcs.it.


Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com

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E uno si chiede: la pagheranno per prostituirsi a questo modo al servizio dei terroristi? O, come Bocca di Rosa - che però, a differenza di lei era al servizio della vita e della gioia e non della morte e del dolore – lo farà per passione?

barbara

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