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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


7 gennaio 2008

LUOGHI

Centro Dizengoff: attentato; Netanya: attentato; Afula: attentato; Hadera: attentato; Ma’alot: attentato; mercato Ben Yehuda: attentato … È quasi impossibile, in Israele, imbattersi in un cartello segnaletico che non indichi il luogo di un attentato, e per me, incrociando questi nomi, impossibile non evocare distese di cadaveri, ortodossi coi sacchi neri che raccolgono frammenti di corpi sparsi ovunque, invalidi, mutilati, orfani, persone che non si riprenderanno mai più dal trauma. Eppure … Il mercato di Ben Yehuda, teatro di più di un attentato, l’ho percorso in lungo e in largo, e non vi ho visto che colori e gente indaffarata e tanta vita: niente che possa far pensare a situazioni di allarme, niente gente spaventata o preoccupata. Israele non perde tempo a piangersi addosso: ad ogni batosta si rimbocca le maniche, alza il culo e riparte. Ed è per questo che esiste ancora, nonostante tutto.
Il muro del pianto: ho pianto, naturalmente, se no che razza di muro del pianto sarebbe? Mi avvicinavo pian pianino, arrancando col mio bastone, guardavo la gente che pregava, qualcuno dondolandosi, qualcuno accarezzandolo, e di colpo mi sono ritrovata a pensare: per vent’anni ce lo avete sottratto, brutti figli di puttana, e ancora ce lo vorreste rubare! E allora ho pianto, ecco, di rabbia, ma anche di consolazione che adesso è di nuovo nostro, adesso è di nuovo di tutti, senza esclusioni, senza interdizioni. E poi l’ho raggiunto, ho trovato un pezzettino libero, mi sono infilata, l’ho toccato, l’ho marcato, ho detto basta, adesso fuori dai coglioni, adesso non ce lo fregate più. E poi mi sono allontanata, indietreggiando, come tutti, per non voltargli le spalle, il che in salita e con le zampe mezze mozze non è neanche un po’ facile ma pazienza, se è così che si deve fare, allora si fa (e poi, raggiunto lo spiazzo esterno, ho appoggiato il bastone a un coso che stava lì, ho tirato fuori la macchina fotografica e ho fatto una foto. E poi ne ho fatto un’altra. E poi stavo ricaricando la macchina per farne una terza quando una tizia mi è piombata addosso strepitando “Shabbat! Shabbat!” e indicando il coso a cui avevo appoggiato il bastone, a mezzo metro da me: era un cartello che chiedeva, in rispetto alla sacralità del luogo, di astenersi dal fumare, fotografare e usare il cellulare di Shabbat. A mezzo metro da me: e non lo avevo visto, se non per la struttura metallica perfetta per appoggiarci il bastone …) segue



barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 7/1/2008 alle 22:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa
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