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Diario


27 novembre 2007

PALESTINESI TUTTI TERRORISTI? BEH, NO …

La corruzione è l’eredità che ha lasciato Arafat

Bassem Eid è un quarantottenne palestinese coraggioso che nel 1996, a Ramallah, ha fondato il "Palestinian Human Rights Monitoring Group", che dirige insieme a una dozzina di collaboratori. Non ha avuto una vita facile, ha vissuto nel campo profughi di Shufat, vicino a Gerusalemme, per 13 anni, ma ne accenna brevemente, non ha l'aria di volerne fare un argomento significativo, anzi, da come ne parla, mi sembra molto contrario all'uso politico che dei rifugiati è stato fatto dall'Onu in questi sessant'anni. Ricorda Arafat mai volentieri, un dittatore corrotto, che lo fece arrestare per due giorni quando fondò il suo centro di ricerca. "Mi tennero due giorni in una stanza della Mukata, senza particolari interrogatori", mi dice "volevano capire quali erano le mie idee, e dopo averle ascoltate mi hanno rilasciato, evidentemente erano talmente all'opposto di quelle che formavano l'Olp, che non venni ritenuto pericoloso, tanto sarebbero stati ben pochi a condividerle".
Bassem Eid ha sempre considerato Arafat un ostacolo verso un futuro democratico dei palestinesi, era cresciuto in paesi dittatoriali troppo a lungo per poter essere un leader capace di mantenere gli impegni che pure ad Oslo si era assunto. Lo rilasciarono e lui fondò il suo gruppo per monitorare le violazioni dell'Autorità palestinese, quasi un suicidio, in una società che non tollera la benché minima opposizione. Quel che l'ha mantenuto vivo è la mancanza di un vero pubblico palestinese che possa interessarsi e condividere il suo progetto, le sue idee trovano più ascolto all'estero, dove viene regolarmente invitato da università e istituzioni pubbliche e private, per esprimere quello che secondo lui dovrà essere il futuro dei palestinesi. "Purtroppo la corruzione li ha coinvolti sin dall'inizio della nascita di Israele nel 1948, quando le organizzazioni internazionali hanno costruito dei meccanismi di finanziamento di enorme portata economica, per cui oggi una soluzione del conflitto metterebbe sul marciapiede migliaia e migliaia di funzionari, soprattutto non palestinesi, li priverebbe di alti stipendi che verrebbero a mancare se scomparissero i rifugiati e uno Stato dovesse nascere", mi dice, citando anche a mo' d'esempio il finanziamento, solo uno dei tanti, di 10 milioni di dollari concesso ad Arafat nel 1997 per la riforma del sistema giuridico. Ma di quella somma enorme l'80% andò nelle tasche dei funzionari sotto la voce casa, macchina, stipendio, e la riforma non fu mai fatta. Questo spiega perché i finanziamenti sono sempre arrivati sotto forma di denaro e non attraverso realizzazioni concordate, come scuole, ospedali, ecc. Anche sullo Stato che dovrà nascere ha delle idee originali. "Dovrà essere smilitarizzato per essere pacifico, perché i palestinesi, dai '47 in poi, hanno perso tutte le occasioni, che con si ripresenteranno più. Aveva visto giusto Sharon con il suo piano di separazione, quando guardo a quanto ha saputo fare Israele in questi anni e lo paragono con quello che abbiamo fatto noi, mi prende lo sconforto, abbiamo solo saputo dare la colpa ad Israele". Vive a Gerico, ogni giorno attraversa due checkpoint, uno palestinese e uno israeliano. Gli chiedo cosa ne pensa dei controlli di Tsahal, che sono sovente oggetto di pesanti critiche, e anche qui la sua risposta è sorprendente. "Uno Stato ha il dovere di difendere i pro-pri cittadini, se non ci fossero stati gli attacchi suicidi, i checkpoint non ci sarebbero, come la barriera di sicurezza, non c'è una volontà collettiva di umiliazione, ma solo responsabilità individuali" mi dice, in controtendenza persine con le organizzazioni umanitarie israeliane che non perdono occasione per allinearsi con le posizioni palestinesi più estremiste. "Sono realista, non ottimista, ma non sono un nazionalista, non voglio più vedere sangue, voglio coesistenza, amicizia", conclude, con una critica alla prossima conferenza internazionale di novembre. "Non è con i palestinesi che andrebbe fatta, ma con gli stati arabi, E' soprattutto loro la responsabilità se la pace non c'è ancora".
(Angelo Pezzana, Shalom)

Di persone come Bassem Eid, magari non altrettanto coraggiose ma sicuramente altrettanto convinte che con la realtà di Israele bisogna convivere e che l’unica cosa da fare è cercare il modo migliore per farlo, una volta ce n’erano di più. Molte di più. Poi, uno alla volta, Arafat e i compagni della sua banda li hanno fatti fuori tutti: fisicamente, intendo, non politicamente. Qualcuno sarà certamente sopravvissuto, ma si guarda bene dal manifestare il proprio pensiero: per poterlo fare, oggi, occorre avere la stoffa dell’eroe, come Bassem Eid, appunto. Cerchiamo dunque almeno noi, che ben poco rischiamo a farlo, di non lasciare spegnere la sua voce.



barbara

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