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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


20 novembre 2007

VI RACCONTO UNA FIABA

C’era una volta … “Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori. Sì, c’era una volta un re. Anzi no, partiamo da prima. C’era una volta una famiglia. Passata alla storia per non avere mai terminato una guerra dalla stessa parte dalla quale l’aveva cominciata. Tranne qualche caso di guerre particolarmente lunghe che hanno dato il tempo di cambiare fronte due volte. Bene, questa famiglia un bel giorno si è trovata casualmente sul trono d’Italia. Casualmente, sì, perché tutte le battaglie che ha fatto per arrivarci le ha regolarmente perse, mentre le battaglie fatte dagli stati con cui si era di volta in volta alleata sono state regolarmente vinte, e così per la differenza reti si sono ritrovati a fare i re d’Italia. E qui io farei un inciso: Magdi Allam dice che chi pretende di venire a stare in Italia dovrebbe conoscere l’italiano, e io naturalmente sono d’accordo. E allora, mi chiedo, perché non si dovrebbe pretendere altrettanto con chi in Italia viene per comandare, sia pure “per grazia di Dio e volontà della nazione” anche se poi a me non risulta mica che alla nazione sia stato chiesto se lo voleva o no? E invece no: a fare il re d’Italia è venuto uno che in famiglia parlava il dialetto piemontese e come lingua colta il francese, perché l’italiano non lo sapeva. Vabbè, facciamocene una ragione. Diventano dunque re d’Italia, questa banda di fessi, e cominciano a farne una dietro l’altra, sfracelli in Sicilia, premi a Bava Beccaris e roba così. Facevano tutti uguale a quel tempo? Sì, vabbè, ma non è mica una buona ragione per applaudire, scusate. Insomma, passa un po’ di tempo e arriva la prima guerra mondiale. Noi si voleva redimere Trento e Trieste, dice. Vero. Era roba nostra e ce l’avevano fregata. Quello che invece non dice, e io però lo so perché ci ho fatto la tesi, è che sia la Triplice Intesa che la Triplice Alleanza ci avrebbero dato, in cambio della neutralità, parecchio di più di quello che abbiamo ottenuto con l’intervento. Sì, ma coi morti fa più fico, dice. E dunque, guerra. E poi arriva la consegna dell’Italia al fascismo, e poi arriva la guerra d’Etiopia con la scusa che con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni ora basta, e che all’epoca in cui si cantava se potessi avere mille lire al mese ci è costata quaranta miliardi, e poi arrivano le leggi razziali, e poi arriva l’alleanza con Hitler, e poi arriva l’ingresso in guerra, a fare la quale, oltretutto, non eravamo neanche preparati perché ci eravamo dissanguati, in tutti i sensi, in Etiopia – e non aggiungo, perché sono volgari pettegolezzi, la storia di un re nanerottolo la cui moglie scodella uno splendido figlio alto quasi due metri – come un corazziere, diciamo; e non aggiungo, perché sono volgari pettegolezzi, la storia di un re notoriamente impotente la cui moglie scodella quattro splendidi figli … eccetera eccetera. Insomma, finalmente da quell’inferno in qualche maniera si esce, e si invitano questi signori a togliersi una buona volta dalle palle. E si tolgono, sì, anche perché non è che avessero granché di alternative. Se ne vanno, portandosi dietro quanto basta per vivere nel superlusso per tutta la vita a venire nei secoli dei secoli amen (l’imperatrice Zita d’Asburgo, per dire, se n’è andata portandosi dietro un paio di bauli, e per far studiare i figli si è messa ad allevare galline). E dunque stiamo arrivando all’epilogo della fiaba: dopo avere dissanguato e depredato l’Italia in lungo e in largo, dopo avere scorrazzato su e giù per i nostri mari a far fuori turisti tedeschi e reclamizzare cetrioli, che cosa fanno i nostri baldi giovani? Ci chiedono il risarcimento danni: duecentosessanta milioni di euro, nientemeno. E pensare che ci scandalizziamo quando i risarcimenti ce li chiede la Libia dove, in fin dei conti, tra noi e l’Inghilterra abbiamo lasciato 15 milioni di mine. E dunque, arrivata alla fine della favola, credo di poter dire una cosa sola: a Emanuè, ma vaffanculo, va!

barbara

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