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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


13 novembre 2007

FINALMENTE

                                             

una notizia confortante. Con la notizia collaterale che la madre, alla lettura della sentenza, ha dato in escandescenze: davvero intollerabile che un bravo padre che, alle prese con una figlia scapestrata, fa l’unica cosa giusta da fare, invece di ricevere premi ed elogi venga addirittura condannato a stare in galera. Tipico comportamento da madre, direi. A commento del quale aggiungo qui un piccolo post che avevo fatto qualche anno fa nell’altro blog.

MAMME

La mamma di L.
A quel tempo non c’era LA scuola media; c’erano LE scuole medie: la media vera e propria, col latino, con cui poi si andava alle superiori; la commerciale, con stenografia, dattilografia e computisteria, con cui si andava a far l’impiegata, e l’avviamento professionale. L. avrebbe voluto fare la media, ma sua madre l’ha iscritta alla commerciale. Non per problemi economici, va detto, anzi, finanziariamente era messa molto meglio di me. Finita la scuola, a quattordici anni ancora da compiere, le ha immediatamente trovato un impiego in un ufficio, e a ogni fine mese andava a riscuotere lo stipendio. Lei, la madre. L’anno dopo L. si è fatta prestare 15.000 lire dal nonno, si è iscritta alla scuola serale di ragioneria, due anni in uno. Mattina in ufficio, pomeriggio in ufficio, sera a scuola e notte a fare i compiti e studiare. A quindici anni. A fine anno ha vinto la pagella d’argento, come seconda migliore allieva della scuola, con un premio di 25.000 lire, con le quali ha pagato il debito fatto l’anno prima col nonno. La madre le ha sequestrato le restanti 10.000 lire e ha proibito al proprio padre di farle altri prestiti, così L. non ha potuto proseguire nello studio. Ha lasciato passare alcuni anni, in modo che la madre pensasse che si fosse messa l’anima in pace, e quando ha cominciato a lasciarle una piccola parte dello stipendio si è di nuovo iscritta a una scuola serale, un corso triennale, giusto per poter avere un titolino di studio il più presto possibile e poi, con successive integrazioni, è arrivata ad iscriversi all’università: mattina al lavoro, pomeriggio al lavoro, sera a scuola, notte a studiare, domenica a sentire gli improperi della madre per indurla a lasciare lo studio. Avevamo quasi trent’anni, lei sposata da tempo, fuori casa, ormai prossima alla laurea, che quando tornavo dai miei per le vacanze di Natale o di Pasqua mi fermava per strada per dirmi: «Tu sei sua amica, a te ti ascolta: diglielo tu che lasci perdere con quella stupida università».
Naturalmente non si è mai accorta che il suo amante, quando L. aveva dieci anni, le infilava le mani nelle mutande.

La mamma di I.
«Cattiva. Davvero, Lei non può neanche immaginarselo quanto era cattiva. Due anni, aveva, ed era di una cattiveria da non credere. E le ho provate tutte, sa, l’ho picchiata, lei non si immagina neanche quanto, anche col bastone, talmente forte che una volta il bastone si è perfino rotto: niente. Non si immagina neanche quante notti le ho fatto passare in cantina, chiusa a chiave, al buio: niente. Due anni, aveva, ed era talmente cattiva che non si riusciva a piegarla né col bastone, né con le notti in cantina».
Nessun medico è mai riuscito a capire perché I., già fin da piccolissima, soffrisse di mal di testa talmente violenti da provocarle quasi le convulsioni.

La mamma di E.
E. strizza spesso gli occhi, come quelli che hanno un tic, ma E. non ha un tic: strizza gli occhi a causa di un piccolo nervo del cervello lesionato da una bastonata di suo padre. Spesso, da bambino, era nero di lividi dalla testa ai piedi. Quando aveva undici anni suo padre ha cominciato a violentarlo, e ha continuato per dieci anni, quando poi finalmente è crepato. La mamma di E. non si è mai accorta di niente.

La mamma di M.
Era da un pezzo che aveva dei sospetti, così un pomeriggio è uscita dicendo che sarebbe restata fuori tutto il pomeriggio. Mezz’ora dopo è rientrata, è andata in camera e ha trovato conferma ai suoi sospetti: padre e figlia a letto assieme. Era una donna decisa, la mamma di M. con le idee sempre ben chiare su che cosa si deve fare, anche nelle situazioni difficili. E lo ha fatto, immediatamente, senza la minima esitazione: ha buttato fuori di casa la figlia, e si è tenuta il caro marito.

barbara

AGGIORNAMENTO: visto oggi per strada: bambino in carrozzina, un anno o giù di lì, che piange. Mamma che urla: “Roberto! Basta! Io non ti sopporto più, hai capito? IO DI TE NON NE POSSO PIÙ!”


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 13/11/2007 alle 14:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (266) | Versione per la stampa
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