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Diario


3 novembre 2007

LA VOCE DELLE SCHIAVE

Perché la schiavitù non è un ricordo del passato …

La schiavitù è dura. Per le donne è dura due volte: «Quando voleva fare sesso con me il padrone veniva in cucina» dice Halima, libera da due mesi, raggiunta in Niger da un'inchiesta della tv pubblica australiana. «Lo facevamo lì perché a me era proibito entrare in camera sua». Sole e sabbia, sabbia e sole nel deserto tra Sahara e Sahel. Fuori soffia l'harmattan con il suo carico di polvere infuocata, dentro un tetto di fango basta a creare un po' d'ombra, sciogliere la lingua e impastare di nuova vergogna una parola che sa di buon tempo antico: «Sono nata schiava, e a far capire a tutti la miseria del mio status c'erano gli stracci che ero costretta a indossare». Halima e le altre, le parole e i numeri di una piaga che brucia di illegalità e tradizione: in Niger, nella piana desertica che si stende a nord della capitale Nyamey, a migliaia si passano di generazione in generazione la fedeltà alla famiglia del padrone. Si eredita la schiavitù e si ereditano gli schiavi. Difficile sapere quanti siano: le autorità locali parlano di poche unità, Anti slavery international, storica ong con base a Londra, li stima in quarantamila, Timidria, l'associazione nigerina che ha infranto il tabù sul problema, sostiene che ce ne sono oltre ottocentomila. In Niger il 55 per cento dei bambini non viene registrato alla nascita, tra gli schiavi ce ne sono molti che non sanno nemmeno di esserlo, tra i padroni solo in pochi chiamano le cose con il loro vero nome: logico che i numeri balbettino incertezza. Per capire cosa sia la schiavitù africana del XXI secolo, molto meglio partire dalle voci sicure dei protagonisti.
Ai ricercatori dell'Onu Azara, venticinque anni, racconta la sua storia di schiava, figlia e nipote di schiavi, fino al 2003 proprietà esclusiva di una famiglia di Tuareg che attraversava il deserto con il suo piccolo patrimonio di servitù, capre e cammelli: «Non ricordo un periodo particolarmente brutto. È stato orribile sempre, sempre a disposizione del padrone per triturare miglio, trasportare acqua, badare alle capre e spostare la tenda per mantenere la famiglia all'ombra». In cambio niente botte, un po' d'acqua, farina, latte, e quando va male il padrone che viene a trovarti ai fornelli. Sabila ha quindici anni, vive a pochi chilometri dalla città di Tahoua e al contrario di Azara e Halima è ancora schiava come tutta la sua famiglia.
All'agenzia Irin, che l'ha incontrata al riparo dagli sguardi di padroni e "colleghi", racconta una storia con pochissime variazioni sul tema: «Raccolgo legna, lavoro al pozzo, e il padrone mi violenta da quando avevo sette anni. Fortunatamente mi ha lasciata andare a scuola, e in classe ho imparato che la schiavitù è stata abolita tanto tempo fa». Non per lei però: in realtà sono spariti solo i mercati che per secoli hanno punteggiato la via della tratta dall'Africa nera su su, fino alla costa mediterranea. Oggi non si compra, non si vende, non si parla. Ma nella famiglia di Sabila si continua a nascere con un carico di lavoro senza salario, di prigionia senza ragione, di umiliazioni senza riscatto. In Niger dal 2003 una legge vieta la schiavitù, e punisce chi la pratica con pene che vanno dai dieci ai trent'anni, multe dai duemila ai diecimila dollari. Secondo il codice nigerino si ha schiavitù qualora «un individuo sia sottoposto a diritto di proprietà. Schiavitù è lo stato che riduce un essere umano a oggetto altrui». Sulla carta può costare carissimo. Nella realtà per il governo di Nyamey il problema è residuale, inventato, inesistente; per i padroni non è proprio un problema: «Ho ereditato venti lavoratori da mio padre» fa un Tuareg del Teneré. «Ma non ho mai pensato che fosse schiavitù. Per me questa gente è un patrimonio e una responsabilità». La schiavitù è finita, oggi si chiama responsabilità: forse intendeva questo il maestro di Sabila. Secondo le Nazioni Unite il Niger è il secondo paese più povero del mondo, al primo posto per tasso di natalità, al secondo per mortalità infantile, con un'aspettativa di vita di 43 anni e un livello di analfabetismo che supera abbondantemente la soglia del 50 per cento. Vale la pena parlare di libertà e di diritti in condizioni così estreme? Vale la pena. Ne è sicuro Ilguilas Weila, che nel '91 ha fondato l'associazione Timidria, "fraternità" in lingua tamashek, con l'obiettivo di fare a pezzi la cappa di ipocrisia che occulta e protegge il fenomeno della schiavitù. Weila parla il francese scandito delle ex colonie, è un cinquantenne gentile e determinato, ha un fisico atletico con una sfumatura di pelle più scura di quello che sarebbe auspicabile: tra i popoli del deserto i "bianchi" stanno sopra, i "neri" stanno sotto, i primi sono spesso i padroni, i secondi quasi sempre gli schiavi.
Da qui la sua empatia per gli ultimi della classe: «Nonostante nella mia famiglia non ci siano mai stati schiavi» ha dichiarato all'inglese Independent «la gente del villaggio ci ha sempre trattati come tali. Andando a scuola sentivo le voci di chi si chiedeva: e questo chi è? Di chi è? Erano sicuri che io fossi proprietà di qualcuno, e quest'esperienza mi ha segnato per sempre». In Mali, Mauritania, Burkina Faso e Sudan la schiavitù è diffusa e nascosta. In Niger ha trovato chi l'ha messa sotto gli occhi di tutti. Timidria oggi può contare su trecentomila iscritti, ha seicento uffici sparsi in tutto il paese, assiste gli schiavi che riescono a fuggire ai padroni, assiste i padroni che vogliano concedere la libertà ai propri schiavi. Ma è un cammino tutto in salita: «La politica tende solo a negare e la maggior parte degli schiavi non sa nemmeno cosa sia la libertà» spiega Weila. «Per annullare alla radice ogni senso di sé spesso i padroni tolgono i figli alle madri, tanto che una volta liberati molti ex schiavi non sanno cosa rispondere a chi gli domanda: come va, sei contento? Sono cresciuti come non esseri, devono appena imparare a essere persone a tutto tondo». In Niger la sottomissione è spesso tradizione, confusa nell'intreccio di etnie che dividono in caste il paese, ammantata di una religiosità «per cui» sostiene Weila «molti schiavi sono convinti che il padrone custodisca le chiavi del paradiso». Lo pensava anche Azibit, schiava di una famiglia di nomadi che dopo cinquant'anni di servizio ha deciso che nemmeno il paradiso meritava tanta fatica: una sera di due anni fa è scappata, e con i suoi cinque figli ha percorso trenta chilometri per raggiungere la sede Timidria più vicina. Oggi sorride incredula, protetta dalla legge, lontana dal padrone: «Finalmente so cos'è la felicità. Nessuno mi insulta più e posso andare a dormire quando voglio. Sono libera e vivo come pare a me». Beata lei. (Raffaele Oriani, Io donna)

Già: oltre agli schiavi della droga, agli schiavi del sesso, agli schiavi del computer, ci sono anche gli schiavi e basta. “In Niger dal 2003 una legge vieta la schiavitù”: dal 2003: non viene freddo a leggere una cosa così? Ricordiamolo, mentre combattiamo le nostre sacrosante battaglie, mentre lottiamo contro la pena di morte, contro il razzismo, contro l’omofobia, contro le ingiustizie sociali, contro la violenza sulle donne, contro le discriminazioni. Ricordiamolo: al mondo c’è ancora chi nasce schiavo, destinato a restare schiavo e a mettere al mondo schiavi. In quel mondo che, in teoria, dovrebbe essere anche il nostro.


Memouna, adolescente nata schiava e madre di Safia, un anno, di proprietà del padrone

barbara


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