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Diario


29 ottobre 2007

FABBRICA DI MENZOGNE

Non perché non siano cose stranote, ma perché non fa male, ogni tanto, rinfrescare la memoria.

Come ha puntualmente riferito lunedì il corrispondente del Jerusalem Post per gli affari palestinesi Khaled Abu Toameh, lo scorso week-end lui e il giornale sono incorsi in un infortunio giornalistico prendendo per buona una montatura orchestrata da Fatah. Sabato, infatti, Abu Toameh era stato “convocato” al quartier generale dei servizi di Intelligence Generale di Fatah a Ramallah, dove si era visto consegnare quello che sembrava un vero e proprio “scoop”: un video drammaticamente esplicito dell’assassinio nel luglio scorso a Gaza di una ragazzina palestinese di 16 anni brutalmente lapidata per un cosiddetto “omicidio d’onore”. L’ufficiale del Fatah a Ramallah aveva anche dato al corrispondente arabo del Jerusalem Post i numeri di telefono di due “testimoni oculari” dell’episodio che avrebbero confermato la storia.
Successivamente è saltato fuori che i “testimoni oculari” erano miliziani del Fatah a Gaza. La storia era una falsificazione. Il video infatti era stato girato in aprile in Iraq, e non a Gaza. Chiaro lo scopo della storia così abilmente orchestrata: Fatah voleva usare il Jerusalem Post per dare di sé l’immagine del soggetto affidabile e moderato che si batte contro le forze del male e dell’oscurantismo nella striscia di Gaza controllata da Hamas.
In effetti Abu Toameh aveva scritto il suo articolo, apparso sabato sera sul sito web del Jerusalem Post. Articolo che è stato immediatamente rimosso quando il giornale ha saputo della montatura, e che non è mai stato pubblicato sul Jerusalem Post cartaceo di domenica.
La franca ammissione del proprio errore da parte di Abu Toameh e il suo resoconto, sul giornale di lunedì, dei dettagli del sotterfugio di Fatah testimoniano della sua integrità di giornalista. Ma non è questo il punto che ci interessa sottolineare. Il punto, qui, è Fatah e ciò che il suo imbroglio ci dice circa questa organizzazione, su cui il governo Olmert e l’amministrazione Bush (per non dire degli altri governi occidentali) fanno affidamento per tutti i loro progetti di pace futura fra palestinesi e Israele.
Come ha notato lo stesso Abu Toameh, il falso video era la seconda menzogna propagandistica di Fatah in una settimana. Mercoledì, infatti, i servizi propagandistici del movimento del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) avevano annunciato che le loro forze avevano intercettato due razzi “pronti per essere lanciati” contro Gerusalemme da Beit Jala, sobborgo di Betlemme. Annunciavano inoltre che le forze di Fatah avevano consegnato i due ordigni alle Forze di Difesa israeliane. Lo storia, venuta fuori proprio mentre Abu Mazen incontrava il presidente George W. Bush e altri leader americani alle Nazioni Unite a New York, naturalmente proiettava un’immagine di Fatah come di un soggetto affidabile, moderato, amante della pace e in lotta contro il terrorismo a difesa di Israele. Parlando giovedì all’Washington Post, Abu Mazen ha utilizzato la storia per spiegare come mai Israele dovesse sentirsi tranquillo nel consegnare a Fatah la Cisgiordania e mezza Gerusalemme. Rispondendo a una domanda su cosa pensasse dei timori di Israele che i territori trasferiti ai palestinesi possano essere usati come basi di lancio per attaccare le città israeliane, Abu Mazen ha risposto: “Ieri sera le nostre forze di sicurezza hanno messo le mani su due razzi e li hanno consegnati agli israeliani. Siamo molto preoccupati per questi fatti e ritengo che possiamo porvi fine. Il nostro apparato di sicurezza è pronto a fermare ogni tipo di violenza”.
Il Washington Post ha pubblicato l’intervista senza specificare che la storia era falsa. I “razzi” che Fatah ha consegnato alle Forze di Difesa israeliane erano solo un po’ di tubi metallici probabilmente usati come giochi dai bambini del posto. Quando il Washington Post fece l’intervista ad Abu Mazen, le Forze di Difesa israeliane avevano già rivelato che i “razzi” erano fasulli. Ma, a differenza di Abu Toameh e del Jerusalem Post, il Washington Post e la sua veterana reporter Lally Weymouth non ritennero di dover menzionare che le credenziali anti-terroristiche di Abu Mazen si fondavano su bugie orchestrate dai suoi stessi servizi di propaganda.
È così che stanno le cose. Sin dalla sua nascita nel 1959, la principale arma di Fatah è sempre stata la disinformazione, e il suo principale punto di forza la disponibilità dei mass-media occidentali a farsi imbrogliare e a bersele tutte. La cosa degna di nota, in tutta la vicenda del video con l’omicidio d’onore diffuso da Fatah, non è che il filmato fosse falso (cosa consueta per la propaganda palestinese), bensì che il Jerusalem Post, a differenza di altri, abbia subito e pubblicamente riconosciuto d’essere caduto in una trappola. [...] (Da: Jerusalem Post, 2.10.07, Caroline Glick)

“Sono le famose “fonti palestinesi”, spesso e volentieri citate dagli organi di stampa occidentali senza esercitare il minimo controllo. Eppure l’esperienza dovrebbe dettare un po’ di cautela. Perché sono le stesse fonti che definiscono “incidente stradale” un attentato terroristico, che definiscono la Shoà “un’invenzione degli ebrei”, che accusano gli ebrei degli attentati dell’11 settembre. Bastano pochi minuti per inventare una menzogna e metterla in circolazione. Bastano poche ore perché quella menzogna faccia il giro di tutto mondo, rilanciata e moltiplicata da tutti gli organi di informazione. Pochi ne dubiteranno, soprattutto se è una menzogna che “piace” perché conferma gli stereotipi. [...]È facile sfruttare il meccanismo frenetico dei mass-media, sempre affamati di notizie dell’ultimo minuto. Basta avere il coraggio di farlo senza scrupoli e senza vergogna. Arafat e i suoi propagandisti conoscono bene questa tecnica e ne fanno largo uso. In fondo, niente di nuovo: i regimi totalitari hanno sempre fatto uso sistematico della disinformazione per confondere la gente e distrarla dai veri problemi e dai veri responsabili, impedendo qualunque forma autentica di critica e controllo. Importante, come giornalisti e lettori europei, sarebbe sviluppare qualche anticorpo se non altro nella forma di un sano scetticismo di fronte al profluvio di accuse e denunce contro Israele.”
Da: Marco Paganoni, “Ad rivum eundem. Cronache da Israele”, Milano, 2006, p. 235.
http://www.israele.net/sections.php?id_article=1584&ion_cat=7

Chiunque di noi potrebbe citarne a vagonate, di “notizie” fornite dalle ineffabili fonti palestinesi, rivelatesi poi delle balle colossali. Ma i giornalisti, evidentemente, devono essere persone dotate di memoria particolarmente corta, e ricordarsi da oggi a domani sembra proprio essere, per loro, impresa disperata.

barbara

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