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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


12 ottobre 2007

SPEZZARE LE CATENE

Io, Rosa D. braccata dalla mafia

La mia vita è facile da riassumere. Sono nata in un paesino povero della Puglia. A 18 anni mi sono sposata con uno della famiglia Tarantino, un clan di trafficanti di droga. Mio marito e molti dei suoi sette fratelli erano spacciatori e per tutto il tempo che io ricordi entravano e uscivano dal carcere. La gente li temeva e li rispettava. Ma avevano un rivale: la famiglia Ciavarrella, il più importante clan della mafia garganica del nostro paese. Non correva buon sangue tra le due famiglie da quel giorno di 25 anni fa, quando il maggiore dei fratelli Tarantino uccise cinque Ciavarrella, compresa una bambina di tre anni. Fu condannato all'ergastolo ma i corpi non furono mai trovati. Per nascondere le prove, si dice, li diede in pasto ai porci. Ho avuto tre figli da mio marito, ma lui era a casa di rado. Un anno fu arrestato quattro volte. Un altro anno è stato latitante per mesi. È ancora difficile da spiegare ma in quel periodo mi innamorai di un Ciavarrella. Sapevo di giocare col fuoco ma non seppi fermarmi. Quando ci scoprirono il sangue iniziò a scorrere di nuovo. Il padre del mio amante fu il primo a essere ucciso. Si dice sia stato ammazzato dai Tarantino per lavare l'onore della loro famiglia, macchiato dal mio tradimento. Ma ho sempre pensato che avesse più a che fare con una guerra per il controllo della droga. Per vendicare suo padre il mio amante diede la caccia ai Tarantino e ammazzò sette persone in meno di un anno. Tre di loro erano miei ex cognati. Legata a quel mondo per 15 anni, conosco i più grossi segreti di entrambe le famiglie. Gli affari di droga, il racket, gli omicidi, ne ho viste di tutti i colori. Sapevo dove nascondevano i soldi, l'eroina, le armi. E una volta il mio amante mi costrinse anche a prendere parte a un omicidio. Ho avuto un figlio anche da lui ma a quel punto non ne potevo più. Mi picchiava e mi teneva chiusa in casa. Ero stanca di sentire i Ciavarrella parlare, a cena, del loro prossimo omicidio, Non avrei permesso che i miei quattro figli divenissero dei mafiosi come i loro padri. E non voglio che essi un giorno inizino a uccidere di nuovo perché appartengono a famiglie rivali. Per la mafia non c'è crimine più grande che spezzare l'omertà. Ma volevo una vita nuova, per me e i miei figli. Così ho fatto l'impensabile per chi appartiene a questo mondo. Mi sono messa contro tutte due le famiglie e ho raccontato ai magistrati tutto quello che so. Ora sono uno dei due testimoni principali in un processo in corso (la prossima udienza è il 20 settembre, ndr) contro più di cento persone legate a entrambi i clan. Il mio ex marito, l'ultimo dei fratelli Tarantino ancora vivo, è stato indagato per reati di droga. Il mio amante e suo fratello sono stati condannati all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa. Sono entrambi in carcere, come lo sono la madre e gli zii. Anche la sorella è stata indagata. Ho testimoniato contro ognuno di loro. Quanto a me, ora sono protetta dallo Stato e sono stata portata di nascosto lontano dal mio paese in un luogo segreto. Vivrò qui, mi dicono, sotto falsa identità per il resto della mia vita. Racconto ai miei figli che hanno tutti lo stesso padre e sosterrò che è morto non molto tempo fa, di cancro. Il mio nome è Lidia Di Fiore. Ma mi chiamano Rosa. Oggi ho 33 anni». (da un articolo di Mark Franchetti su Io donna)

Spezzare le catene dell’omertà mafiosa: ci vuole coraggio. Tanto. Ma qualcuno lo ha. Tutta la nostra ammirazione per questa donna che non entrerà negli annali della Storia, che d’ora in poi non avrà più neanche diritto al proprio nome, ma che rappresenta un grande faro nella grande cloaca dell’omertà.

barbara


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