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Diario


7 ottobre 2007

RICERCA DI IDENTITÀ

Provate a chiudere gli occhi e a pensare: non so chi sono. Non so sa dove vengo. Non so chi era mio padre e chi era mia madre. C’è gente così.

Nata da madre ignota


a cura di Claude Bensoussan

L'unico legame che mi ricollega alla mia identità occupa un posto enorme nella mia memoria, ma in realtà è ben riposto.
Mia nonna mi accarezza il viso e i capelli con le sue mani, cercando così di fare conoscenza con me, la figlia di Fleurette. È cieca, e i suoi diti inquisitori, fini e leggeri, mi procurano una deliziosa sensazione di benessere. Parla una lingua arcana, a me sconosciuta: l'yiddish. Lunghe cantilene e bisbigli talvolta appena udibili in cui vorrei discernere dei nomi: quelli dei miei, mio padre e mia madre.
Ero orfana, e mia nonna era l'unica che avrebbe potuto dirli. Ma ormai nulla di comprensibile usciva più da quelle labbra esangui, dal suo viso incavato dalla vecchiaia e dalla mancanza di speranza, se non quelle parole di yiddish, che oggi mi sono così familiari per avervi cercato il nome di mia madre. Enigmatica, quella vecchia donna silenziosa cercava una traccia vivente dei suoi figli morti in deportazione nel toccare, accarezzare una bambina di tre anni, la cui testa poggiava docilmente sulle sue ginocchia. Complicità intensa di due esseri femminili, ciascuna ad un estremo della scala della vita, con in mezzo quel gran buco nero spalancato dei pogrom e della Shoah, quei morti, quella mancanza di un linguaggio comune. Non eravamo in grado di rievocare, e quella cecità impediva di verificare che, sì, ero proprio la figlia di Fleurette. Ma sapeva almeno chi era mio padre?
Ha portato il segreto nella tomba...
Alla mia nascita, Fleurette mi aveva messo un nome al di sopra di ogni sospetto di ebraicità: Cristiane. E quanto al padre era ricorsa a un falso, aveva pagato per denunciarmi al Comune come segue: "Christiane Delaporte, nata da madre ignota. Padre: Gaston Delaporte." Solo la scienza ai nostri giorni può riuscire a rendere plausibile una simile assurdità. Ma è grazie a questa enorme menzogna, che faceva marameo al regime di Vichy, che sono sopravvissuta. Mia madre ha avuto appena il tempo di affidarmi alla mia grande nutrice, Maguite, prima di essere deportata, e poi gasata, ad Auschwitz.
Fu dunque sua sorella, Louise, che venne a prendermi dopo la liberazione (dopo tre anni!) per consegnarmi all'esplorazione delle mani di una nonna.
Ma la deliziosa parentesi di questa parentela ritrovata si chiuse subito sui miei sogni di bambina. Né Louise, estenuata da anni di campo di concentramento, né Gaston, di cui non si trovò mai la traccia, né gli altri fratelli e sorelle di mia madre che erano probabilmente occupati a cercare di sopravvivere e a contare i loro morti, poterono o vollero prendersi cura di me. La piccola Delaporte visse i primi anni della sua vita in campagna, ad aiutare la sua nutrice Maguite ad occuparsi dei bambini che aveva in custodia. Punto. Andava alla scuola del paese con la vettura del lattaio. Punto. È tutto quello che rimane di quella parte della mia identità: francese, cattolica, orfana di guerra.
Ma la mia vita si capovolse di nuovo quando mia zia Louise mi presentò agli Z. Avevo sei anni.
Arrivarono una domenica, come se sbarcassero da un altro pianeta. Io non vedevo che lei: Maroussia. Non avevo mai visto una donna così bella e così elegante.
Indossava una lunga veste blu a pois bianchi, largamente scollata, che le conferiva una silhouette di fata, e un cappello col velo che donava al suo viso sconosciuto un soprappiù di mistero.
La mia prima domanda fu: "Perché porta una tendina davanti al viso?" Il che li fece ridere.
Ci mettemmo un anno a fare conoscenza. Erano subentrati finanziariamente alla mia povera zia per sostenere le mie spese, fino al giorno che, stanchi di tergiversare sul mio avvenire, mi inclusero nella loro vita. Mi installarono nel loro salotto su un letto improvvisato fatto da due poltrone messe l'una davanti all'altra. E nella buona e nella cattiva sorte iniziammo la nostra vita comune.
Erano ebrei russi, parlavano russo tra di loro e con i loro amici, ed ebbi immediatamente l'impressione di essere l'oggetto di una cospirazione, di essere caduta in mano a degli stranieri, ma non di quelli buoni. Vi chiedo: che cosa ha il russo in comune con l'yiddish?
Mio padre era fiero di me perché i miei risultati scolastici erano promettenti. Maroussia, al contrario, disperava di fare della piccola paesana che io ero una bambina borghese della buona società. Continuavo a gettare via le scarpette di vernice che si ostinava a farmi infilare, con una rabbia che possono capire soltanto quelli che non hanno portato altro che zoccoli e galosce. E urlavo al vedere la testa ridicola che mi facevano i parrucchieri, a cui insistevano a mandarmi per farmi tagliare i capelli, o, peggio, per arricciarli, per migliorare il mio aspetto. Mi sentivo male davanti a questa trasformazione del mio essere e, con l'aiuto anche della meningite, divenni un incubo vivente.
La rottura con la mia precedente vita di orfana a casa di Maguite fu dolorosa perché improvvisa e totale. Di nascosto quindi le scrissi delle lettere che restarono tutte senza risposta. Molto più tardi seppi che aveva cercato di rivedermi, ma forse non riuscì a superare il muro che separa le classi paesane da quelle della borghesia.
Quanto a mia nonna, ero risoluta ad andarla a vedere di nascosto. Una vera spedizione attraverso i dedali di un metrò pieno di insidie per una bambina in fuga. Non volevo la sostituzione di mia madre con una falsa madre. Volevo preservare la magia dell'evocazione di Fleurette, scomparsa ma ben viva ancora nel fondo del mio cuore.
Ho cambiato cognome. Christiane, sono rimasta. Bastarda, perché di famiglia ebraica russa, agghindata con un nome da cristiani. Saprò un giorno chi era mio padre?
In questo la mia immaginazione era feconda:
Christian von Braun, un pilota tedesco, caduto sul fronte russo poco prima della mia nascita, che avrebbe avuto amori tormentati con Fleurette. Voci, dicerie, ma era verosimile. O magari un povero ebreo polacco del Marais, anche lui deportato, e che Fleurette non aveva avuto il tempo di sposare.
A che pro? Mi avevano tagliato, senza che me ne rendessi conto, da tutta una famiglia (mia nonna era fuggita davanti ai pogrom di Russia e di Ucraina con tutti i suoi marmocchi) per appiccicarmi un'altra identità falsa, quella lì, con un passato di borghesia russa in cui non mi riconoscevo.
Ho finito per sottomettermi. Ma ho perduto la mia ebraicità, se il ricordo di una carezza di nonna al suono dell'yiddish e la memoria di Fleurette possono da soli qualificare questa faccia della mia identità.

Assimilata
Dalla scuola al liceo, dal liceo all'università, ho corso il rischio di dimenticare tutto. La laicità faceva il suo cammino. Poi, arrivò il momento in cui volli conoscere Israele. Gerusalemme risvegliò tutta la mia mistica ebraica. È là che avrebbe dovuto formarsi l'unica strada con avvenire per "il figlio dell'olocausto". Ma il tempo aveva tessuto dei legami che papà Pouchkine delimitava autoritariamente nello spazio parigino. Rinunciai. Ero figlia unica.
I miei genitori adottivi, di cui avevo imparato ad ascoltare le ultime parole, morirono di vecchiaia. Liberata soltanto allora dal peso di quella filiazione, a questo punto tardivo della mia vita mi sono decisa a fare delle ricerche sul mio lato materno. Tutti quelli che ho incontrato non avevano saputo niente dei miei e del mio album di famiglia fantasma.
Serge Klarsfeld mi ha permesso, grazie al suo schedario, di aggiungere date e cifre alla breve vita di Fleurette. La sua foto, ritrovata tra le poche carte che la zia Louise mi ha lasciato, uno o due braccialetti che le appartenevano, fanno ormai parte dei miei oggetti familiari.
Ho vissuto una doppia dissimulazione: una prima volta sotto una falsa identità, perché il mio diritto a vivere come bambina ebrea era quasi zero. E una seconda volta, ma in forma anche più sottile, una dissimulazione voluta dai miei genitori adottivi, che di proposito ruppero tutti i miei legami con un passato che giudicavano indesiderabile.
È un problema questo per l'affermazione di sé? Sì, è qualcosa che destabilizza. Il senso di appartenenza è fondamentale per il riconoscimento di sé. Credo che il mio vissuto di paesana m'ha dato un forte attaccamento alla natura e un'inclinazione all'ecologia, il mio vissuto di ebrea russa una passione per il folclore, l'arte, la storia e il divenire geopolitico della Russia, il mio vissuto di bambina deportata una ribellione contro tutti gli attentati al diritto d'esistere dei bambini di tutte le razze e di tutte le religioni, e un'accresciuta avversione contro gli effetti devastanti dell'antisemitismo e del razzismo in tutti gli uomini.

Iana Zbar

(Guysen Israël News, 23 febbraio 2005 - trad. www.ilvangelo.org)

Non solo morte, non solo camere a gas, non solo fucilazioni di massa: anche cose così si è lasciata dietro la Shoah: ricordiamolo. (Perché oggi? Perché oggi è il giorno della Memoria. Ogni giorno è un giorno della Memoria)



barbara


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