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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


18 settembre 2007

LE MANI SUI BAMBINI (ANCORA E ANCORA E ANCORA …)

Mercanti di bambini

Sunita Bhattarai ha 24 anni, gli occhi color antracite e metà del corpo sfigurato. Si è data fuoco con il cherosene un pomeriggio di quattro anni fa, quando ha scoperto che avevano venduto suo figlio a una coppia di spagnoli. L'hanno portata in ambulanza al Bir Hospital dove, incredibilmente, le hanno salvato la vita.
Sunita è originaria di Bhaktapur, vicino a Kathmandu. Figlia di contadini, è la quinta arrivata dopo un solo maschio e tre sorelle. Così quando approda all'adolescenza i suoi si sono già spesi tutto per le doti delle ragazze più grandi. Ma in Nepal non si può lasciare una figlia nubile, quindi le arrangiano il matrimonio con un tizio che non può avanzare richieste esose: tale Balaram, di vent'anni più vecchio lei, disoccupato e con fama di alcolista. Sunita ha 14 anni quando i suoi genitori spendono le ultime rupie per il matrimonio. D'accordo con il marito, decidono che dopo le nozze la ragazzina resterà a vivere a casa dei suoi, per andare a trovare Balaram solo quando lui avrà voglia di soddisfare i suoi ormoni.
Così avviene, e per due anni la sposa bambina fa la spola tra i genitori e questo marito di cui non sa nulla, se non che ogni tanto la possiede ubriaco e poi sparisce per settimane.
Quando ha 16 anni, però, Sunita rimane incinta. Va da Balaram e lui malvolentieri
accetta
di prendersela in casa: purché, dice, lei si arrangi a guadagnare i soldi per nutrire il nascituro. E tre settimane dopo l'arrivo di Ayush - il bambino - Sunita è già in giro per Kathmandu in cerca di un lavoro. Lo trova in una Ong locale che si chiama Human Helpings Hands: deve girare casa per casa, nei quartieri bene della capitale, a chiedere donazioni «per i bambini di strada». Quelli della Ong prima le promettono 2.500 rupie al mese ma poi cambiano idea e stabiliscono un salario a provvigione: Sunita si porterà a casa il dieci per cento di quello che riuscirà a scucire in giro.
Nel giro di un paio di mesi la ragazza, per quanto ingenua, capisce che così non riesce a comprare il riso per sé e per Ayush. È disperata, ma non sa che cos'altro cercare.
La salvezza le sembra arrivare, un giorno di marzo, nella persona che invece costituirà la sua rovina. Si chiama Kalpana, è giovane, alta, capelli con le mèches, denti bianchissimi e sari elegante. Abita in una di quelle case per ricchi dove Sunita bussa alla porta per questuare denaro. Kalpana le apre, la fa entrare, le offre un chyaa, il tè nepalese. È gentile, troppo gentile. La fa parlare di sé, della sua vita, del marito ubriacone e di Ayush. L'incauta Sunita le racconta ogni cosa.
Alla fine Kalpana non sgancia neppure una rupia, però le promette un sogno. Incredibile com'è fortunata Sunita: senza saperlo ha bussato alla porta di una benefattrice.. Una che possiede un piccolo ostello per bimbi nella zona di Chabil, a Kathmandu. È un luogo sicuro e confortevole pensato proprio per i figli delle donne come lei, quelle che non hanno un soldo ma devono dar da mangiare ai loro bambini. Kalpana garantisce che lì, al suo rifugio, c'è di certo un posto anche per il piccolo Ayush. Gratis, naturalmente, perché il mondo è pieno di occidentali che mandano donazioni, e grazie a quelle l'asilo diventa ogni giorno più bello, con le maestre che insegnano a leggere e i giochi in giardino. Sunita ci casca e la sera torna nella sua stanza con il cuore gonfio di gioia.
Il giorno dopo prende Ayush in braccio e cammina fino alla fermata dell'autobus. La sua meta è lo Swastik Women and Children Protection, l'ostello di cui le ha parlato Kalpana. La donna alta con le mèches l'accoglie in cortile e spalanca un sorriso. Sunita vede le altalene e i peluche, pensa che Ayush non ci ha mai potuto giocare. Kalpana allunga le braccia e il bambino passa di mano in mano.
Il resto è formalità. Sunita viene fatta accomodare in un piccolo ufficio con un ventilatore sul soffitto. Kalpana le assicura che potrà venire a trovare il bambino una volta la settimana. Poi estrae dal cassetto un po' di documenti in inglese «per la custodia» e la «responsabilità», si sa com'è questa burocrazia. Sunita - che a stento legge il nepalese, figurarsi l'inglese - firma senza chiedere niente perché Ayush è già sul tappeto che gattona sorridendo.
Tornando a casa piange, neppure lei sa se per la felicità o la disperazione.
I primi tempi tutto sembra andar bene. Allo Swastik il piccolo Ayush mangia di gusto e per Sunita è una festa, ogni sabato, vederlo. Più tondo e sereno. Peccato che a Bhaktapur mamma e papà si siano così arrabbiati. Per loro è stata una follia lasciare il bambino a degli sconosciuti. Ogni volta che torna dai suoi, per Sunita sono discussioni, litigi e processi.
Dopo un anno le pressioni del clan, al paese, diventano troppo forti e la ragazza pensa che può bastare. Ha trovato lavoro come cameriera in un ristorante di Thamel, ora guadagna abbastanza per riprendersi il figlio. Così un giorno va allo Swastik e spiega a Kalpana che le è molto grata di tutto, ma adesso vuole portarsi via il bambino. Kalpana la guarda negli occhi, sospira e poi spara il suo infame ricatto: «Ayush», dice, «in questi mesi ci è costato un sacco di soldi. Almeno ventimila rupie». E allora? «Allora il bambino costa ventimila rupie. Ce le hai? Te lo riprendi. Non ce le hai? Lo lasci qui».
Sunita, naturalmente, non ne ha neanche un decimo. Se fosse una persona istruita, se qualcuno le avesse insegnato a difendersi dai prepotenti, forse andrebbe dalla polizia per capire se quelli hanno davvero ragione. Ma Sunita è, come molti in Nepal, un rametto di legno trascinato dalla burrasca, quindi non pensa neppure per un attimo di avere qualche diritto. Riesce solo a tornare a casa, a piangere e a immaginare come riscattare il suo Ayush. La speranza le viene incontro qualche settimana dopo, quando al ristorante di Thamel una collega le chiede di accompagnarla a Pokhara. A cinque ore di autobus da Kathmandu c'è questa città tanto amata dagli occidentali, con la catena dell'Himalaya che si specchia nel lago e migliaia di turisti che si fermano un paio di notti prima di sganciarsi verso i loro trekking. Insomma a Pokhara girano i soldi. Lì una brava cameriera prende anche quattromila rupie al mese, più le mance. Sunita segue l'amica in montagna.

Tre mesi dopo ha in tasca diecimila rupie, meno della metà del riscatto richiesto, ma secondo lei abbastanza per poterci tentare. Un altro autobus e poi un altro ancora, fino allo sterrato coperto di immondizia che porta allo Swastik. Suona il campanello ma Kalpana non c'è, forse arriverà più tardi. Sunita aspetta e sbircia tra le inferriate, chissà perché tra i bambini in cortile non riesce a vedere il suo Ayush.
Quando Kalpana arriva, la guarda severa e la fa entrare nell'ufficio con il ventilatore acceso. Perché è sparita tre mesi? Dov'è stata? Perché non ha dato notizie? Loro l'hanno cercata. Dovevano parlarle di una cosa importante...
Sunita si agita, Kalpana la tranquillizza: Ayush sta bene, per carità, ma è andato via. Una bella cosa, intendiamoci, non c'è niente da preoccuparsi, Ayush ora è molto più felice. È venuta una coppia spagnola, due ragazzi per bene dai buoni stipendi. Tutto in regola, documenti, permessi, certificati. Ayush è già là da un mese, starà imparando la lingua, chissà come si diverte a giocare a pallone con il suo nuovo papà.
Sunita urla e si getta contro Kalpana, la devono fermare in tre. Cercano di calmarla mostrandole un foglio, quello che lei stessa ha firmato. Le spiegano che lì c'è una dichiarazione di abbandono e quella in basso a destra è la sua firma, ricorda? Ayush è orfano, per la legge, quindi adottabile. E che lei li ringrazi invece di strillare, perché ora Ayush ha tutto quello che vuole, vestiti latte fresco e Gameboy, e l'estate prossima andrà al mare per imparare a nuotare.
Quando non ha più lacrime per piangere né voce per gridare, Sunita se ne va con gli occhi sbarrati verso la fermata dell'autobus, prende il primo che passa e scende solo quando vede una stazione di benzina. Le banconote che ha in tasca bastano per una tanica piena di cherosene. Entra in un vicolo, si rovescia il liquido addosso e accende un fiammifero. Si sveglierà due settimane dopo, viva per caso in un girone infernale del Bir Hospital.
Di mamme derubate come Sunita, a Kathmandu, ce ne sono decine. L'ultima di cui si è avuto notizia è una ragazza analfabeta a cui pure hanno fatto firmare un foglio di abbandono: si chiama Sushila Lamitzane ed era scesa da un villaggio di montagna a Kathmandu in cerca di lavoro. Qui è entrata in contatto con il proprietario di un ostello, che l'ha convinta a lasciare li una delle sue figlie, Sobina. Che poi è finita in Catalogna, come Ayush. Nirmala Thapa, un'altra ragazza di 29 anni, poverissima e con sette figli, ha lasciato i tre più piccoli al Bal Mandir, il più popoloso dei ricoveri per ragazzini di strada a Kathmandu. La solita storia: le hanno promesso di tenerli lì per nutrirli, vestirli e farli giocare, ma dopo un paio di mesi i tre bambini sono spariti. Nirmala è andata dalla polizia, dove un funzionario le ha consigliato di rassegnarsi («Lascia perdere, i tuoi figli ormai sono in Europa...) e ha finito per riderle in faccia:« Vuoi che tornino a casa? Guarda, è più facile che resusciti re Birendra!». Che è morto assassinato nel 2001.
Gli orfanotrofi privati in Nepal sono 26, di cui 20 a Kathmandu. Sono quasi tutti imprese a scopo di lucro e i loro dirigenti si procurano fatturato ingannando le ragazze con promesse di cura e istruzione. Poi, per renderli ufficialmente orfani, si fanno firmare una carta com'è avvenuto con la mamma di Ayush, oppure usano una procedura ancora più semplice: basta pubblicare su un giornale la foto del bambino, con nome ed età, scrivendo che è stato abbandonato. In Nepal, per legge, se entro 35 giorni nessuno reclama il minore, questi viene ufficialmente dichiarato privo di genitori. Peccato che la maggioranza della popolazione sia analfabeta - quindi non compra quotidiani - e comunque nei villaggi i giornali neanche arrivano. Così, dopo un mese i boss degli orfanotrofi possono andare dal Chief District Officer, che dipende dal ministero degli Interni, e farsi rilasciare un documento che certifica l'adottabilità del bambino. A questo punto la prima agenzia straniera che arriva conclude l'affare, senza violare formalmente alcuna norma. Dall'inizio del 2000 al giugno del 2006 sono stati adottati all'estero 1.379 bambini nepalesi, di cui 340 in Spagna, primo importatore. Al secondo posto chi c'è? Sorpresa: l'Italia, con 299 bambini. Davanti a Stati Uniti (246), Francia (187) e Germania (173). Tutti paesi che hanno firmato la Convenzione dell'Aia del 1993 sulle adozioni internazionali: un protocollo che impone agli Stati di assicurarsi che non vi siano stati sequestri, traffici o vendite dei bambini, né alcun tipo di «pagamento o contropartita». Qualcuno a Roma si renderà mai conto che in Nepal il «pagamento o contropartita» non è l'eccezione ma la regola? (Alessandro Gilioli, L’Espresso)

Prendere il soggetto, spogliarlo nudo, legargli mani e piedi, prendere una lametta, praticargli alcune migliaia di piccolissimi tagli variamente sparpagliati per il corpo. Quindi aprire una scatola di formiche rosse e sedersi a contemplare lo spettacolo della giustizia che fa il suo corso (ho letto che a spolpare un uomo di corporatura media ci mettono una settimana).


barbara

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