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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


13 agosto 2007

UNA STORIA

Lineamenti eleganti, pelle di porcellana, altezza da modella. Non fosse per il caschetto di un biondo sfrontato, Ana sembrerebbe una diciottenne qualunque. Più infantile, con l'orsacchiotto sul letto, le pantofole grandi di peluche e il cuscino stretto al ventre mentre in italiano impeccabile parla di sé, per la prima volta, con un'estranea. Lei che diffidava di tutti, a cominciare dai carabinieri che l'avevano ammanettata insieme ai suoi "ragazzi". «Faccio la badante, li ho conosciuti stasera in discoteca» ripeteva nell'interrogatorio dopo la retata. Finché qualcosa si è rotto. Il pensiero di quei venti uomini al giorno, «me li mandavano vecchi perché i giovani potevano innamorarsi e farmi scappare». E i vecchi offrono 50 euro con il preservativo e 200 senza, non domandano l'età e si bevono la storia che è una sua scelta starsene lì in vestaglia ad aspettare loro, così potrà comprarsi dei bei vestiti. Suonano il campanello, fanno veloce, per fortuna non picchiano e non chiedono servizi strani. I vicini di casa sentono, giorno e notte: «Non li ho mai visti, nessuno ha mai protestato. Non ti pare strano?». È moldava, Ana (il nome è falso, lei rischia la vita). Ha vissuto mesi, non sa dire quanti, in un appartamento di provincia, segregata da una prostituta albanese che si vende in strada e là procaccia clienti per lei, bambolina minorenne. «Credimi, quando ero in Moldavia non sapevo nemmeno che esistesse la prostituzione». Lo ripete. Troppe volte l'hanno scambiata per una che voleva i soldi facili. Invece ha solo creduto a due albanesi che in Moldavia battevano paesini di campagna come il suo, dove non tutti hanno il televisore e l'acqua calda arriva da una pentola sul fuoco. Facile procurarsi ragazze belle e ignoranti da cedere per 10, 15 mila euro alle organizzazioni di stanza in Italia. Lei viveva con i nonni (la madre non ce l'ha, il padre è alcolizzato): è bastato prometterle un lavoro in una pizzeria. «Quei ragazzi erano così normali». Un falso passaporto romeno, un viaggio in macchina con due sconosciuti. Le guardie di frontiera intascano denaro e non controllano. Si arriva a Bologna, «le spese ce le rimborserai dopo». Ana impiega giorni a capire. Viene venduta ad altri albanesi e ad altri ancora, in una giostra che la intontisce: è merce che scotta, le minorenni fanno rischiare pene doppie agli sfruttatori. Gli ultimi ad acquistarla sono pesci grossi, gestiscono un giro di prostituzione in appartamenti di mezza Italia. La piazzano a casa di un'albanese che ha cominciato presto e ora è una caporale. «Uno di loro mi ha detto: "lo sono il tuo ragazzo”». Veniva una volta a settimana a prendere i soldi, dormiva con la pistola sotto al cuscino. lo non uscivo mai se non con quella donna: è stata lei a insegnarmi come fare..». Ana non accenna a botte, stupri, pianti. Racconta con un gelo sinistro che fa intuire una sofferenza densa, resistente. Da un anno vive in una comunità protetta. Per altre come lei questi luoghi sono altre gabbie: scappano e si rituffano nel buco nero. Lei no. Ha studiato da estetista e oggi avrà il primo colloquio di lavoro. Sorride. Sgela, per un attimo. «Non posso tornare in Moldavia. I miei non devono sapere. Sanno che qui lavoro». La psicoterapeuta che raccoglie i cocci di questa giovane, ricorda che all'inizio il suo schermo al dolore era il vanto: Ana raccontava che i ragazzi la portavano in locali alla moda, sniffavano coca e vivevano a mille. È crollata un brandello alla volta, quando ha rilassato i nervi. Presto li rivedrà in tribunale, "i ragazzi", al processo di cui è testimone chiave. La sua denuncia ha scoperchiato un milionario commercio di droga e armi. Quelle come lei erano spiccioli da reinvestire in prodotti più redditizi. Ragazze nulla. «Così mi sentivo: una che non esiste». Per questo hai denunciato? «Sì. Qui esisto per qualcuno. Ho paura, so che i miei sfruttatori mi faranno del male. Ma ora voglio che paghino». Il caschetto biondo è un travestimento. Ana spera che basti.

Una storia come tante. Una storia come troppe. Una storia di quelle che succedono ogni giorno sotto i nostri occhi, e noi non vediamo e non sentiamo. L’ho lasciata lì per qualche mese, adesso è ora che la leggiate anche voi.

barbara

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