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Diario


8 agosto 2007

LA PRIMULA ROSA DI KABUL

Avevo già parlato di lei qui. Torno a parlarne oggi proponendo questo bell’articolo di Chiara Valentini pubblicato sull’ultimo numero dell’Espresso, perché il parlare di questa donna straordinaria e della sua eroica battaglia non sarà mai abbastanza.

Difficile a credersi, ma qualche buona notizia può arrivare perfino dall'Afghanistan dei rapimenti, dell'oppio dilagante, della protervia talebana. La notizia ha la faccia intensa e il corpo da adolescente di Malalai Joya, 29 anni appena compiuti, una voce trascinante e una fama che cresce giorno dopo giorno. Si potrebbe anche dire che è una buona notizia solo a metà, visto che Malalai è inseguita da un numero crescente di condanne da parte dei signori della guerra e dell'oppio, è costretta a cambiare casa quasi ogni notte e da poco è stata anche sospesa dalla Camera dei deputati, dove era stata eletta nelle elezioni del 2005, con un numero altissimo di preferenze. Ma è forse la prima volta che i democratici afgani, la galassia mal tollerata di gruppi giovanili, di intellettuali e di associazioni di donne in lotta contro un passato tribale, ha trovato un personaggio capace, a rischio della vita, di diventare la loro bandiera, dentro e anche fuori dai confini del Paese. Proprio le donne, per darle il voto, avevano spesso sfidato le botte di padri e mariti ed erano andate di nascosto alle urne, protette dal burqa.
È così romanzesca la breve esistenza di questa ragazza nata durante l'occupazione sovietica, cresciuta in un campo profughi pachistano e tornata nella desolata provincia di Farah, dove era nata, nel pieno della dittatura talebana, che una regista, la danese Eva Mulvad, ci ha fatto sopra un film, "I nemici della felicità", premiato al Sundance Festival 2007, la rassegna voluta da Robert Redford. È uno straordinario documento sull'Afghanistan di oggi, come "Viaggio a Kandahar" di Makmalbaf lo è stato sulla dittatura dei talebani. Nel film Malalai Joya interpreta se stessa, a cominciare dal discorso che nel 2003 l'aveva resa famosa, l'atto d'accusa ai signori della guerra all'apertura della Loya Jirga, l'assemblea costituente. «Molti di voi hanno le mani insanguinate e dovranno essere giudicati da un tribunale internazionale», aveva gridato ai mujahiddin che la guardavano sbalorditi. «Da quel giorno la mia vita ha smesso di appartenermi», dice Malalai Joya, che abbiamo incontrato al meeting sui diritti umani della Regione Toscana a San Rossore.
A battersi per i diritti dei suoi concittadini Malalai aveva cominciato fin dai banchi di scuola, quando era rifugiata in Pakistan, con un padre medico che aveva perso una gamba nella lotta contro i soldati di Mosca. Aveva continuato, poco più che adolescente, in una ong nata a Farah per insegnare leggere e a scrivere alle moltissime donne analfabete e ancora sottomesse alle regole tribali. Ma dopo il discorso alla Loya Jirga era diventata un'eroina popolare, «quasi come quell'altra Malalai che alla fine dell'800 si era tolta il burqa e aveva impugnato la spada per combattere contro gli inglesi», come scrivono le sue sostenitrici nei siti Internet che le hanno intitolato. Nella sua provincia, la più povera e arretrata dell'Afghanistan, molte persone perseguitate corrono anche oggi da lei per avere un aiuto, dalle ragazzine vendute dalle famiglie a uomini con il triplo dei loro anni, ai contadini taglieggiati dai trafficanti d’oppio. Ma la lotta più pericolosa Malalai l'ha ingaggiata contro i signori della guerra, «che impediscono il ritorno della democrazia e, anche se hanno imparato a parlare di diritti umani per compiacere l'Occidente, opprimono le donne proprio come i loro fratelli talebani». Da quando, nel settembre del 2005, era entrata alla Camera dei deputati con le prime elezioni almeno parzialmente libere del Paese, non ha smesso di denunciare i loro abusi, ricevendone in cambio minacce che la costringono a una vita semiclandestina. Spesso nascosta proprio sotto quel burqa che vorrebbe vedere messo al bando, la giovane deputata è quasi una primula rossa che appare all'improvviso dove meno la si aspetta. E anche questo accresce il suo mito. «Ho scelto di entrare in parlamento proprio per sfidare i fondamentalisti nella loro stessa casa, ho accettato la tortura di sedere accanto a uomini che ogni volta che prendo la parola cercano di togliermela, mi minacciano di stuprarmi, di farmi uccidere. Come del resto è stato fatto con altre donne scomode, con la presentatrice televisiva Shakiba Zanga e con la mia amica Shakia Zachi, una straordinaria giornalista radiofonica che portava una voce nuova negli angoli più sperduti dell'Afghanistan», dice Malalai. Ma è convinta che in un Paese come il suo solo le scelte estreme possono smuovere la cappa del silenzio e della censura. «Mi dicono che dovrei essere più prudente, più diplomatica. Ma io sono orgogliosa di dire la verità. So che in questo modo do anche a tanti altri democratici il coraggio di venire allo scoperto», dice. Lo ha fatto pochi mesi fa pronunciando alla Camera un duro discorso contro la proposta di legge secondo cui nessun crimine di guerra commesso negli ultimi venticinque anni potrà essere denunciato e perseguito, e che è passata a larga maggioranza. «Una vera e propria amnistia, che renderà impossibile una vera pacificazione perché lascia impuniti decine di migliaia di omicidi e di violenze, commessi in parte anche da uomini che oggi sono al governo», racconta. Ci sono le ricerche di varie associazioni come Human Rights Watch, che le danno almeno in parte ragione. Ci sono i dati agghiaccianti di un Paese dove la vita media delle donne non supera i 46 anni, dove aumentano gli stupri e dove la ricostruzione non decolla.
Più avventata Malalai è stata invece in un'intervista a una televisione locale, dove ha sostenuto che il parlamento afgano «è peggio di una stalla o di uno zoo e i suoi membri sono criminali e nemici del popolo». Approfittando di queste dichiarazioni, l'Assemblea ha deciso di liberarsene, sospendendola dal suo ruolo fino al 2010, anno in cui si tornerà a votare. È un'espulsione mascherata, che poco ha a che vedere con le regole della democrazia e che accresce i pericoli per la sua vita. «Tra poco tornerò in Afghanistan, ma non so per quanto tempo resterò viva. I fondamentalisti contano i giorni per eliminarmi», ha detto in un appello lanciato dall'Italia e ripreso in vari altri paesi, dal Canada all'Inghilterra all'Australia. Ma perfino in un momento così drammatico Malalai ha colto l'occasione per fare una richiesta politica: che anche in Afghanistan sia istituito un tribunale internazionale per i crimini di guerra, perché «qualunque cosa dovesse succedere, sarebbe un'eredità che spero di potere lasciare al mio Paese».

“Tra poco tornerò in Afghanistan ma non so per quanto tempo resterò viva”. Chiudete gli occhi e ripetete queste parole. Rigiratevele bene in bocca. Prendetele in mano e pesatele. Poi mettetevele davanti agli occhi e guardatele bene. E adesso rispondete: voi tornereste in Afghanistan? Lei sì, lo farà. Ha ventinove anni ed è pronta a morire per testimoniare la verità, per combattere ingiustizie e prevaricazioni. Spera solo di avere il tempo di fare ancora una cosa che possa restare, che possa contribuire a dare al suo Paese la speranza di un futuro migliore. Per farlo avrà bisogno dell’aiuto di tutti noi. Glielo daremo o ci gireremo dall’altra parte?



barbara

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