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Diario


30 giugno 2007

CHI HA UCCISO LA PALESTINA?

Un fallimento dai mille padri

Di Bret Stephens, membro del comitato editoriale del The Wall Street Journal.
La sua rubrica appare su The Wall Street Journal il martedì.

26 giugno 2007 – Opinion Journal

Bill Clinton è colpevole. Arafat è colpevole. Anche George W. Bush, Yitzhak Rabin, Hosni Mubarak, Ariel Sharon, Al-Jazeera e la BBC sono colpevoli.
La lista di colpevoli nel giallo "Chi ha ucciso la Palestina?" non è né breve né mutualmente esclusiva.
Ma siccome gli storici del futuro avranno a che fare con questa domanda, giochiamo d'anticipo suggerendo già alcune risposte.
Per cominciare, bando agli equivoci: non importa quanto ossigeno, sotto forma di supporto diplomatico, aiuti miliari o economici, verrà fornito all'Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas, perché è come tentare di fare respirare un cadavere. La nozione di uno Stato nazionale è sempre stato un concetto altamente idealizzato, un sogno che apparteneva solo a coloro che sapevano come mantenerlo in vita. Gli israeliani sono riusciti a realizzare il loro Stato perché sono stati in grado di sviluppare le istituzioni politiche, militari ed economiche necessarie affinché un'entità nazionale sopravviva, a partire dal monopolio sull'uso legittimo della forza. Ormai vicina al compimento dei 14 anni come entità autonoma, l'Autorità Palestinese non è riuscita a fare niente di tutto ciò, sebbene sia stata il destinatario di uno sforzo finanziario e diplomatico senza precedenti.
La presa della Striscia di Gaza da parte di Hamas il mese scorso - e la conseguente scissione dell'Autorità Palestinese in due campi ostili e separati geograficamente - è solo l'ultimo di una serie di eventi iniziati nel settembre 1993, quando Israele accettò di considerare Arafat e l'OLP come i soli legittimi rappresentanti del popolo palestinese.
Un primo indicatore di quello che sarebbe successo si ebbe il primo luglio del 1994, quando Arafat fece il suo ingresso trionfale a Gaza trasportando, nella sua Mercedes, quattro fra i più violenti sostenitori della causa palestinese. Fra di loro c'erano gli organizzatori del massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972 e del massacro avvenuto nel 1974 alla scuola di Ma'alot. Non si potrebbe trovare miglior metafora, se mai se ne volesse una, per illustrare che cosa avrebbe portato il regime di Arafat.
Arafat era determinato ad usare Gaza e la Cisgiordania come base per lanciare attacchi contro Israele, e lo dichiarò pubblicamente più volte: "O Haifa, o Gerusalemme, state per tornare, state per tornare" (1995); "Renderemo la vita impossibile agli ebrei, impiegando la guerra psicologica e la bomba demografica" (1996); "Con il sangue e con la volontà ti redimeremo, o Palestina" (1997). Con altrettanta determinazione, l'amministrazione Clinton e i governi israeliani di Rabin, Shimon Peres ed Ehud Barak continuarono a considerare le dichiarazioni di Arafat come un semplice eccesso retorico. Clinton voleva disperatamente un Nobel per la Pace, mentre gli israeliani volevano liberarsi dal fardello dell'occupazione quasi ad ogni costo. Ambedue questi obiettivi erano molto rispettabili, ma nessuno di questi aveva come intento principale la creazione di uno stato palestinese rispettabile.
Più tardi, quando la seconda intifada scoppiò in tutta la sua follia suicida, l'ex negoziatore americano Dennis Ross ammise che l'amministrazione Clinton era diventata troppo ossessionata dal processo di pace, perdendone di vista la sostanza. Forse non avrebbe dovuto essere così severo con sé stesso. La decisione di legittimare Arafat fu di Israele, non degli Stati Uniti; una volta che fu ammesso nella proverbiale tenda, era inevitabile che le avrebbe dato fuoco. Nonostante tutto ciò, l'amministrazione Clinton continuò a dare credito ad Arafat durante gli anni 90, come mai aveva fatto con altri leader. Se il rais arrivò a definirsi il secondo Saladino, l'adulazione di cui era oggetto durante i ricevimenti alla Casa Bianca senz'altro vi giocò un ruolo.
Anche i media internazionali fecero la loro parte nell'esaltare Arafat. Uno dopo l'altro, i media svilupparono una comoda e semplice storia che aveva il merito di apparire obiettiva, una storia che dipingeva i moderati di ciascuna parte in lotta con gli estremisti di ciascuna parte - una storia nella quale Arafat era il "moderato" e Ariel Sharon "l'estremista". Quando Sharon fece la famosa passeggiata sulla spianata delle moschee a Gerusalemme nel settembre 2000, fu molto facile quindi metterlo nel ruolo del cattivo mentre coloro che giustamente si sentivano offesi erano i manifestanti palestinesi (prima) e gli attentatori suicidi palestinesi (poi). A fare il tifo per i palestinesi c'erano i media arabi e i loro padroni, i governi arabi, ben felici di indirizzare il malcontento domestico su di un dramma internazionale.
Come avviene per le singole persone, le nazioni in genere traggono beneficio da una certa dose di auto-critica, e a volte anche dalla critica di altri. Nessun popolo nella storia moderna è stato così immune da entrambe le forme di critica come i palestinesi. Nel 1999, Abdel Sattar Kassem, un professore di Scienze Politiche nella città palestinese di Nablus, firmò la "petizione dei 20" scritta per "opporsi alla tirannia e alla corruzione di Arafat". Arafat lo mise in prigione; il resto del mondo guardò dall'altra parte. La popolarità di Arafat raggiunse il suo apogeo nella primavera del 2002, esattamente nello stesso momento in cui le vittime civili del terrorismo palestinese raggiunsero il picco massimo.


Numero di israeliani uccisi in attacchi terroristici


Numero di israeliani feriti in attacchi terroristici


Numero di attentati terroristici suicidi


Numero di israeliani uccisi in attentati terroristici suicidi (qui)

Eppure, quello che era utile per gli interessi di Arafat non lo era per i palestinesi. Arafat imparò dalla sua esperienza con Clinton che si poteva menare per il naso un presidente americano e non pagarne le conseguenze. George W. Bush adottò un punto di vista diverso, e a tutti gli effetti pratici escluse la questione palestinese dal suo programma di governo. Arafat imparò dalla "comunità internazionale" che nessuno sarebbe andato a verificare come gli aiuti internazionali venivano spesi. Ma la reputazione di corruzione è stata la causa del declino di Fatah. Arafat pensò di poter imbrigliare per i suoi scopi il potere religioso del "martirio". Ma al centro di ogni attentato suicida c'è un atto di auto-distruzione, e osannare uno vuol dire inevitabilmente tirarsi dietro anche l'altro.
Soprattutto, Arafat identificò territorio con potere. Ma quello che una Striscia di Gaza non occupata ha dimostrato al mondo intero è stata l'incapacità palestinese di gestirsi una sovranità politica. Non ci sono più coloni ebrei da incolpare, non ci sono più soldati israeliani da filmare mentre demoliscono case palestinesi. La destra israeliana, che arrivò a detestare Sharon proprio per il ritiro da Gaza, dovrebbe riconsiderare il suo giudizio sull'uomo e sul ritiro. Niente ha contribuito di più ad alienare il mondo dall'idea di uno stato palestinese quanto la sua realizzazione a Gaza.
Cosa ci si può aspettare dal futuro? Nell'incontro di ieri in Egitto, il primo ministro israeliano Ehud Olmert, il presidente egiziano Hosni Mubarak e il re giordano Abdullah hanno steso un tappeto di petali di rose ai piedi di Abbas. Ma i potentati del medio oriente non si presteranno a fare da balia ad uno stato il cui principale movimento politico si dichiara da una parte democratico e dall'altra islamico. Gli Stati Uniti ed Israele non daranno mai il loro beneplacito all'Hamastan di Gaza (anche se l'Unione Europea o l'ONU dovessero farlo), e possono fare ben poco per Abbas. La "Palestina", così come la conosciamo oggi, tornerà ad essere quella di sempre - un terreno d'ombra tra Israele e i suoi vicini - e i palestinesi, così come li conosciamo oggi, torneranno ad essere quello che sono sempre stati: arabi.
Se questo sia un esito positivo o negativo, è troppo presto per dirlo. Ma il sogno che fu la Palestina è definitivamente morto.

Ho deciso di postare questo articolo, anche se non rivela alcun fatto nuovo, perché fa alcune considerazioni che mi sembrano interessanti e penso possa fornire buoni spunti di riflessione (e grazie al solito Paolo T per la traduzione).

barbara

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