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Diario


18 maggio 2007

VIOLENZA SULLE DONNE: NON STANCHIAMOCI DI PARLARNE

CS55-2007: 10/05/2007

Rapporto di Amnesty International sulla violenza domestica in Ungheria: giustizia negata alle vittime di stupro


“La differenza tra lo stupro che vedi al cinema e quello che subisci da tuo marito è che non puoi urlare, perché altrimenti rischi di svegliare tuo figlio che dorme nella stanza accanto. Un’altra differenza è che chi ti sta stuprando è una persona che amavi, quella di cui ti fidavi di più. E c’è ancora un’altra differenza: che gli altri ti dicono che ti sei inventata tutto…”
(dichiarazione di una vittima di stupro domestico)

“Almeno l’85% di loro sono puttane. Vogliono fare sesso ma poi non riescono a raggiungere un accordo sul prezzo. Sono prostitute, in segreto o meno…”
(un funzionario di polizia e consulente in materia di violenza sessuale)

In un rapporto reso noto oggi, nell’ambito della propria campagna mondiale “Mai più violenza sulle donne”, Amnesty International afferma che due terzi dei reati sessuali commessi in Ungheria sono compiuti da persone note alle vittime. Ciò nonostante, pochi stupratori sono sottoposti a processo.
Il diffuso pregiudizio, la mancanza d’azione da parte del governo e le pecche del sistema giudiziario costituiscono ostacoli a volte insormontabili per le donne che cercano di ottenere giustizia o un risarcimento.
“All’interno dei confini della famiglia, lo stupro è una delle molte forme di violenza cui le donne possono andare incontro innumerevoli volte” – ha dichiarato Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International. “Lo stupro nelle relazioni intime è un crimine. Lo stigma e lo scherno da parte della società, la mancanza di fiducia nel sistema penale e nei servizi sanitari non devono impedire alle vittime di ottenere giustizia”.
Lo stupro all’interno del matrimonio è previsto come reato dal codice penale dal 1997. Tuttavia, la definizione di stupro prevede che la donna debba dimostrare di aver opposto resistenza fisica, a prescindere dal livello di violenza che può aver subito. Questo dettaglio lascia prive di protezione migliaia di donne all’interno delle proprie relazioni intime.
Un gran numero di casi non riesce a giungere a processo o a terminare con una condanna, perché il reato non viene denunciato oppure la polizia non identifica l’autore e archivia l’inchiesta come “falsa notizia”. Talvolta, la vittima o i testimoni ritrattano le loro dichiarazioni o rinunciano, sotto pressione, ad andare avanti per vie legali.
Le donne sono riluttanti a denunciare gli stupri perché temono che gli autori, spesso loro parenti o ex partner, possano attaccarle ancora. La procedura da seguire in caso di denuncia è umiliante e rischia di scoraggiare ulteriormente le vittime. In molti casi, la polizia non svolge un’indagine adeguata, ad esempio non interrogando le vittime e i loro aggressori e non raccogliendo le prove in modo consono. Anche le indagini di polizia sono spesso contraddistinte dal pregiudizio.
Nel corso delle udienze, di fronte ai loro aggressori, le donne devono rivivere un’altra volta l’orrore della violenza sessuale e dimostrare la propria innocenza. Devono contrastare l’atteggiamento del pubblico, secondo il quale è accettabile che un marito costringa la propria moglie a fare sesso ed è la donna a provocare lo stupro. Questo atteggiamento ha spinto una giudice a dichiarare ad Amnesty International che lei stessa sarebbe in dubbio se denunciare o meno uno stupro.
Lo stupro tra le mura domestiche è raramente oggetto di dibattito pubblico. È difficile sentire una vittima parlare dei danni fisici e psicologici che ha subito. Il numero degli studi su questo argomento è decisamente scarso. Da un sondaggio realizzato nel 2006 è emerso che il 62 per cento degli intervistati non sapeva che lo stupro all’interno del matrimonio fosse un reato.
“Il governo deve prendere l’iniziativa per spezzare questa cappa di silenzio e di negazione nei confronti di una violazione dei diritti umani che ha un impatto devastante sulla vita delle donne”.

Amnesty International chiede al governo ungherese di:
- assicurare cambiamenti legislativi che garantiscano l’accesso alla giustizia;
- stabilire procedure standard e fare formazione a chi opera professionalmente con le vittime di reati sessuali;
- istituire servizi per le vittime della violenza sessuale;
- svolgere ricerche e reperire dati che possano essere messi a disposizione di coloro che prendono decisioni politiche;
- combattere attivamente il pregiudizio attraverso l’educazione pubblica.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 10 maggio 2007

Il rapporto Hungary: Cries unheard: The failure to protect women from rape and sexual violence in the home è disponibile all’indirizzo:
http://web.amnesty.org/library/index/engeur270022007

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail:
press@amnesty.it

Da noi le cose vanno meglio che in Ungheria? Non lo so, non ci metterei la mano sul fuoco. Bene, comunque, non vanno di sicuro. Ed è perciò importante che non ci stanchiamo mai di far sentire la nostra voce. Anche nel piccolo spazio di un blog, per chi altri spazi non ne ha.

barbara




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